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Col silenzio di chi ascolta

· Presentata l'esortazione apostolica postsinodale di Benedetto XVI «Verbum Domini» sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa ·

Vladimir: «Hai mai letto la Bibbia?». Estragon: «La Bibbia?... devo averci dato un'occhiata». Le battute che si scambiano i due vagabondi protagonisti del celebre dramma di Samuel Beckett Aspettando Godot (1952) esprimono un atteggiamento comune a molti: un'occhiata bisogna pur darla a questo testo così acclamato ma, come accade per i classici, poco letto. Persino per i cattolici il poeta francese Paul Claudel non esitava a dire che essi nutrono nei confronti della Bibbia un grande rispetto e questo rispetto lo dimostrano standone il più lontani possibile. In verità, bisogna riconoscere che il concilio Vaticano II ha fatto sì che questa distanza si accorciasse nella liturgia, nella catechesi e nella stessa teologia. Sempre più, anche in ambito «laico», si riconosce inoltre la necessità di avere tra le mani questo «grande codice» della cultura occidentale per poterne decifrare e ammirare le produzioni più alte nel campo delle arti e persino certi aspetti della nostra quotidianità, per non parlare poi dell'incidenza che la Sacra Scrittura ha avuto sull'orizzonte dell'ethos e dell'etica comune — si pensi solo al rilievo del Decalogo.

A distanza di decenni dal Vaticano II, di fronte a qualche allentamento e soprattutto a un'assuefazione che poteva creare una deriva di genericità e di vago spiritualismo o, al contrario, di aridi tecnicismi da parte degli specialisti, il Sinodo dei vescovi convocato da Benedetto XVI nell'ottobre 2008 ha dato un impulso significativo per un ritorno intenso e autentico alla Parola di Dio. I frutti di quell'assemblea espressi nella molteplicità dei suoi documenti — dai materiali preparatori fino agli interventi dei Padri sinodali, dalle discussioni per aree linguistiche al messaggio finale per il popolo di Dio, dalle relazioni ufficiali alle propositiones votate dal sinodo — sono stati presentati al Papa che ha elaborato questa esortazione post-sinodale significativa già nel suo stesso titolo Verbum Domini e nel suo genere.

Infatti, non è uno scarno ed essenziale appello che funga da stimolo alle comunità ecclesiali e ai fedeli; non è neppure un testo puramente dottrinale e tematico, così come non vuole ridursi al solo ambito pastorale e operativo; non opta neppure per l'elencazione di alcune tesi teoriche e di proposte pratiche in una sorta di schema destinato a essere colmato con motivazioni, documentazioni e applicazioni successive. Siamo, invece, di fronte a un vero e proprio scritto globale, quasi simile a una «costituzione» conciliare, ove s'intrecciano teologia e pastorale e ove la riflessione è sostenuta e arricchita da un intarsio di citazioni preziose, di rimandi efficaci, di motivazioni puntuali. Non usiamo il termine «trattato» perché esso trascina con sé una connotazione negativa, accademica, manualistica e fin datata, ma la sostanza espressa dall'etimologia ben s'adatta a questo testo papale: in esso il tema della Parola di Dio è «trattato», ossia analizzato, sviluppato, approfondito in tutte le sue iridescenze.

C'è anche una vera e propria linea-guida o chiave interpretativa che regge l'intera esortazione: è il celebre prologo del Vangelo di Giovanni (n. 5) che scandisce il trittico in cui il documento si articola, rendendo in tal modo nitida la sua trama e facendo sì che dottrina e prassi, fede e vita, Parola e «carne» storica s'intreccino armoniosamente. Si parte, così, con la Parola di Dio in sé considerata, colta nel suo rivelarsi ampio che eccede e precede la stessa Bibbia, delineata nel suo aspetto dialogico — l'ascolto, l'alleanza, la fede, l'invocazione, ma anche il peccato — ed esaltata nel suo apice che è Cristo. Si ha per questa via un ideale commento al capitale asserto giovanneo: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio(...) e il Verbo si fece carne» (1, 1-14). Uno dei capitoli fondamentali in questa prima grande tavola del trittico è certamente quello dedicato all'ermeneutica (nn. 29-49), indispensabile proprio per il nesso inscindibile tra Lògos e sàrx , tra divinità e umanità, tra assoluto e contingente, tra eternità e storia propria della Rivelazione biblica, tra Parola trascendente e parole umane linguisticamente e culturalmente connotate.

Molte e suggestive sono le note che vengono offerte non solo alla lettura del fedele, ma anche suggerite come guida all'esercizio teologico. Così, se da un lato, ci si preoccupa delle «pagine oscure» della Bibbia (n. 42) oppure del rischio insito nel fondamentalismo o anche dell'impegno ecumenico o di quello esistenziale, basato sul bel motto di san Gregorio sulla vita giusta come lettura vivente della Bibbia ( viva lectio, vita bonorum ), d'altro lato si toccano questioni rilevanti in sede teologica, come quella che — sulla scia di Dei Verbum (n. 12) — propone un'interpretazione della Scrittura che non elida uno dei suoi due volti. Non si deve, certo, cancellare la dimensione storica e letteraria che è specchio dell'Incarnazione, ma non si deve neppure ignorare il profilo trascendente della Bibbia, pena la sua riduzione «a pura storiografia, a storia della letteratura». Ermeneutica della «lettera» ed ermeneutica dello «spirito» (nn. 34-39) devono coesistere se si vuole rendere ragione della realtà vivente e unitaria della Parola di Dio in parole umane. Fede e ragione ancora una volta, pur procedendo secondo propri percorsi, non sono tra loro né repulsive né esclusive, ma coerenti e armoniche.

È, questo, solo un cenno attorno a pagine che si riveleranno al lettore molto ricche e varie, permettendo di raccogliere il respiro secolare di una tradizione, ma anche aprendo prospettive ulteriori e ribadendo la necessità di un'autentica preparazione del lettore perché l'approccio al testo sacro non sia unilaterale o «istintivo» o ingenuo. Per questa via si è spontaneamente condotti al secondo quadro del trittico disegnato da Benedetto XVI; dopo il Verbum Dei , la Parola di Dio in sé considerata, si ha il Verbum in Ecclesia , ossia la stessa Parola che interpella ed entra nella Chiesa per esservi accolta e diventare norma della fede e della vita. Risuona qui l'altro asserto del prologo di Giovanni: «A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (1, 12). Potremmo sinteticamente affermare che in questo ingresso della Parola nel terreno ecclesiale Benedetto XVI individui due percorsi.

Il primo è quello glorioso e regale della liturgia, «luogo privilegiato» in cui far risuonare e palpitare la Parola (nn. 52-71). È anche qui interessante notare come il Pontefice si muova lungo il duplice versante della riflessione teologica — solo per suggerire un esempio, si veda il paragrafo sulla «sacramentalità» della Parola, n. 56 — e dell'applicazione pastorale. A quest'ultimo proposito — sempre per esemplificare — ci sembra significativo evocare l'attenzione riservata, tra l'altro, ai non vedenti e ai non udenti (n. 71), così come l'interesse per l'acustica in ambito architettonico, in modo che la Parola proclamata abbia quella «sonorità» che dal «sentire» conduce all'«ascoltare» e all'«osservare», per usare le parole di Gesù ( Luca , 8, 19-21; 11, 27-28). Proprio da qui possiamo far diramare l'altro percorso che fa uscire la Parola dal tempio e dal culto per entrare nella piazza e nella casa, cioè nella vita ecclesiale quotidiana.

La presenza della Bibbia acquista allora lineamenti diversi, coinvolgendo e interpellando i vari soggetti ecclesiali, pastori e fedeli, comunità religiose e famiglie, suscitando impegni molteplici che vanno dallo studio alla lectio divina . Quest'ultima è seguita dal documento papale con molta accuratezza fino al punto di scandirne le tappe classiche della lectio , della meditatio , dell' oratio e dell' actio , vera e propria «scala» — come diceva il certosino Guigo ii — per ascendere al Signore della Parola. La comunità ecclesiale si trasforma, così, in testimone vitale e non solo in annunciatore della Parola. Scriveva Ferdinand Ebner (1882-1931) che «un commento al Vangelo non si deve scrivere ma vivere. E ci sono molti più commenti viventi al Vangelo di quanto possa sembrare a prima vista». Per certi versi questo autore austriaco, prima ateo e poi ardente credente, echeggiava le parole di un agnostico esplicito come il filosofo Nietzsche che affermava: «Se la buona novella della vostra Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, non avreste bisogno di insistere così ostinatamente perché si creda all'autorità di questo libro: le vostre azioni dovrebbero rendere quasi superflua la Bibbia perché voi stessi dovreste essere la stessa Bibbia».

Siamo, così, di fronte alla terza e ultima parte della trilogia: la Parola di Dio, dopo aver vissuto la sua epifania nella Chiesa, diventa Verbum mundo , una presenza che entra nel mondo, che giudica e che salva, che inquieta e consola, e soprattutto che rivela a tutti il mistero di Dio e dell'uomo. La filigrana del prologo giovanneo ora può, certo, essere anche la severa notazione sulle tenebre che si confrontano e vanamente si oppongono alla luce, ma è in particolare il desiderio divino di rivelarsi e comunicarsi: «Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (1, 18). La trama del testo papale qui si ramifica in un vero e proprio delta tematico che ha, ovviamente, il suo corso principale nella missione della Chiesa intera chiamata — come accade in Paolo, che è considerato un «esempio emblematico» — ad annunciare la Parola alle genti tutte, ai migranti, ai giovani, ai poveri, ai sofferenti, rendendo questo annuncio un seme di speranza, di giustizia, di carità, di riconciliazione, di verità.

Interlocutori privilegiati sono ebrei e musulmani, anche per i vincoli di base che essi hanno con la cristianità, così come lo è il mondo della cultura. A questo riguardo, Benedetto XVI apre lo sguardo su un orizzonte vasto e variegato, intuendone le consonanze, sottolineandone le potenzialità, ribadendone la necessità, delineandone anche le modalità — si pensi solo alla questione complessa e delicata dell'inculturazione o a quella del far correre la Parola divina lungo le nuove traiettorie della comunicazione, come internet. Ed è considerevole che uno degli ultimi appelli (n.108) sia riservato alla «custodia del creato», al cui interno si distendono le tracce di una Rivelazione «cosmica» a tutti aperta, come ammoniva già il Salmista nel suo canto dei cieli e del sole ( Salmi, 19) e come è suggerito da un passo della meditazione tenuta dal patriarca di Costantinopoli Bartolomeo i ai Padri sinodali raccolti nella Cappella Sistina. «Il mondo intero — affermava — è un prologo di san Giovanni(...) Per questo ogni autentica ecologia profonda è indissolubilmente legata a una teologia profonda».

La prima e ultima parola che suggella questa preziosa Esortazione apostolica, messa ormai in mano a tutte le Chiese perché la meditino e la considerino come una guida per il loro itinerario di fede e di vita alla luce della Parola, è «gioia» (nn. 2 e 123), sulla scia ancora una volta del Vangelo di Giovanni quando Cristo, nell'ultima sera della sua vita terrena, auspica che «la vostra gioia sia piena» (16, 24). Per ottenere questa «beatitudine» che Maria, la madre di Cristo, ha sperimentato, è necessaria la purezza della fede: «Beata colei che ha creduto nell'adempimento della Parola del Signore» ( Luca , 1, 45). Ed è necessario anche lasciare spazio al silenzio dell'ascolto, come suggeriva Dietrich Bonhoeffer, testimone di fede e di amore per la Parola fino alla meta estrema del martirio: «Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola perché i nostri pensieri siano già rivolti alla Parola. Facciamo silenzio dopo l'ascolto della Parola perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Facciamo silenzio alla mattina presto perché Dio deve avere la prima parola. Facciamo silenzio prima di coricarci perché l'ultima parola appartiene a Dio. Facciamo silenzio solo per amore della Parola».

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