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Col pensiero
ai martiri di oggi

· La beatificazione a Barcellona presieduta dal cardinale Becciu ·

I martiri di Barcellona invitano a pensare «alla moltitudine di credenti che vengono perseguitati anche oggi, nel mondo, in modo nascosto, lacerante, perché comporta la mancanza di libertà religiosa, l’impossibilità di difendersi, l’internamento, la morte civile: la loro prova ha punti in comune con quella dei nostri nuovi beati». Lo ha detto il cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, durante la beatificazione di Teodoro Illera Del Olmo, sacerdote professo della congregazione di San Pietro in Vincoli, e di quindici compagni uccisi tra il 1936 e il 1937. Il rito, presieduto dal porporato in rappresentanza di Papa Francesco, si è svolto sabato mattina, 10 novembre, nella basilica della Sagrada Família, nel capoluogo catalano.

La celebrazione nella basilica della Sagrada Família (foto di Guillermo Simón-Castellví)

Guardando alla testimonianza dei martiri, ha sottolineato il cardinale. «dobbiamo domandare per noi stessi il coraggio della fede, della completa fedeltà a Gesù Cristo, alla sua Chiesa, nel momento della prova come nella vita quotidiana». Infatti, il nostro mondo «troppo spesso indifferente o inconsapevole attende dai discepoli di Cristo una testimonianza inequivocabile», come quella dei martiri beatificati: «Gesù Cristo è vivo; la preghiera e l’Eucaristia ci sono essenziali per vivere della sua vita». D’altronde, «il nostro attaccamento alla Chiesa è tutt’uno con la nostra fede; l’unità fraterna è il segno per eccellenza dei cristiani; la vera giustizia, la purezza, l’amore, il perdono e la pace sono frutti dello Spirito di Gesù». Per questo, «l’ardore missionario fa parte di questa testimonianza; noi non possiamo tenere nascosta la lampada accesa della nostra fede». In questo contesto, la beatificazione dei martiri è «una tappa nuova per la Chiesa che è in Barcellona, per le famiglie religiose e per le parrocchie cui appartenevano i nuovi beati». È per tutti «una gioia profonda» poter «ammirare la fede e il coraggio di questi confratelli e consorelle».

Facendo riferimento alle vicende dei nuovi beati, il porporato ha ricordato che essi erano «fedeli alla Chiesa e per questo spargevano il bene sia nelle parrocchie, sia nei collegi dove insegnavano e in altre attività attinenti al loro stato di vita». Nel momento supremo della loro esistenza, quando «dovevano confessare la propria fede, non ebbero paura: hanno accettato la morte poiché non negarono la loro identità di religiosi, religiose o di laici impegnati». Non c’è dubbio, ha spiegato il porporato, che «il movente della loro uccisione» sia stato «prettamente religioso, determinato dall’odio degli oppressori nei confronti della fede e della Chiesa cattolica, presa di mira in quel contesto storico che viveva la Spagna». Allora «l’odio verso la Chiesa ebbe il sopravvento e oppresse la dignità umana e i principi di libertà e di democrazia».

Proprio in quanto martiri, i nuovi beati «hanno annunciato il Vangelo dando la vita per amore». Infatti, con la forza «della loro sofferenza sono il segno di quell’amore più grande che racchiude ogni altro valore». Sono anche, ha aggiunto il cardinale Becciu, «una denuncia silenziosa, ma quanto mai eloquente, della discriminazione, del razzismo e degli abusi verso la libertà religiosa». Quest’ultima, come ha recentemente affermato Papa Francesco, «è un bene sommo da tutelare, un diritto fondamentale, baluardo contro le pretese totalitariste».

I nuovi beati, dunque, «hanno saputo essere eroici». E con la loro fedeltà «ci insegnano a cercare incessantemente la volontà di Dio nel compimento del nostro dovere quotidiano». Essi sono una «testimonianza viva di come in mezzo alle tribolazioni e alle ostilità, il discepolo di Cristo è chiamato a conservare pazienza e mansuetudine, unite a una capacità di perdono, come Cristo sulla croce».

Si tratta, ha spiegato il cardinale, di uomini e donne, «consacrati e laici che furono uccisi in luoghi, circostanze e date diverse, nello stesso episodio martiriale». I tredici religiosi appartengono a tre diverse congregazioni: quella di San Pietro in Vincoli, quella delle suore cappuccine della Madre del Divino Pastore e quella delle suore francescane dei Sacri Cuori. «Nella specificità dei rispettivi carismi e delle distinte prospettive apostoliche — ha detto il prefetto — questi testimoni della fede hanno vissuto con generosità e coraggio i valori della vita religiosa che suscitarono l’accanimento dei persecutori, decisi a distruggere la Chiesa in Spagna».

Da parte loro, i tre fedeli laici uccisi a La Rabassada hanno vissuto «coerentemente la loro vocazione cristiana alla carità, diventando apostoli di aiuto fraterno e ospitalità premurosa nei confronti dei religiosi della congregazione di San Pietro in Vincoli, e furono associati nella stessa condanna a morte». Ancora oggi, con il loro sacrificio, dicono al mondo: «Noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati» (Rm 8, 37). Questa è la vittoria che «essi hanno riportato nel periodo segnato da un clima di persecuzione nei confronti di tutti coloro che si professavano membri della Chiesa cattolica, fossero essi consacrati o fedeli laici».

Anche in mezzo alle minacce e alle difficoltà, il beato Teodoro Illera del Olmo e i quindici compagni martiri «furono determinati a restare fedeli, a rischio della loro vita, a ciò che la loro fede esigeva». E pur consapevoli «dei pericoli incombenti», ha ribadito il prefetto della Congregazione delle cause dei santi, essi «non arretrarono e vissero la detenzione e la morte con grande fiducia in Dio e nella vita eterna»

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