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​Coerenza etica e senso della giustizia

· La luminosa testimonianza di Giovanni Palatucci ·

Ripercorrere le tappe della vita di un uomo non è un’impresa facile soprattutto se questo, oltre a essere un autentico cattolico, è un Giusto fra le Nazioni. L’esistenza di Giovanni Palatucci, questo il suo nome, è stata un lungo viaggio, nel quale la coerenza del suo credo religioso si è incontrata con il suo cammino. 

Giovanni Palatucci e la mamma

Nato il 29 maggio 1909 a Montella (Avellino) in una famiglia, profondamente, cattolica fin da piccolo ha coltivato la fede, respirando l’aria, semplice e virtuosa dei suoi genitori e di due parenti religiosi francescani. Terminato il liceo classico a Benevento, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Torino, nella quale si laurea nel 1932, discutendo una tesi sul “nesso di causalità nel diritto penale”. Ha solo 23 anni. L’argomento scelto rappresentava, per gli studi giuridici di quel tempo, l’oggetto di un vivo e acceso dibattito fra le scuole del diritto penale italiano.
Ciò dice molto sul giovane Palatucci. Superato, brillantemente l’esame da procuratore legale, però, deludendo le aspettative della propria famiglia, che sperava di vederlo avvocato, non si iscrisse all’ordine forense, in quanto come rivelò alla sorella «gli era impossibile chiedere denaro a coloro che invocavano il suo patrocinio, per ottenere Giustizia».
Tale scelta è emblematica, nella vita del giovane Palatucci, in quanto denota non solo una profonda coerenza etica, ma un innato e quanto mai particolare senso della giustizia che ben si coniugherà, pochi anni dopo, con la sua scelta esistenziale.
Entrato nel corpo della Polizia di Stato, in qualità di vicecommissario, percorrerà tutta la carriera fino a raggiungere il grado di vice questore di Fiume. Qui giunge il 15 novembre 1937.
La situazione politica e geografica è delle più delicate: oltre ai problemi legati alla zona di confine, si presentano anche ulteriori difficoltà, correlate alla politica del regime autoritario. Il ruolo di Giovanni Palatucci non è secondario. Questo è un funzionario, per di più, addetto all’ufficio stranieri e in tal veste è tenuto a far rispettare quanto le leggi impongono.
Siamo nel 1938 e in quell’anno viene pubblicato il Manifesto della razza, convertito in decreto legge il 17 novembre dello stesso anno.
Il testo dispone numerose restrizioni, di ordine politico e sociale, ai cittadini italiani di fede ebraica. Il momento è teso, oltre che triste: Giovanni Palatucci, in virtù del suo ruolo, è tenuto a osservare tale legge, ma è anche e soprattutto un cattolico. Se da una parte deve essere fedele al suo dovere, dall’altra svolge un’intensa e proficua attività, per salvare la vita di centinaia di persone che, a lui, quotidianamente, si rivolgono per le più disparate necessità Nel suo animo non ci sono dubbi, né indecisioni. Sa cosa fare. A chi collabora con lui fa presente che «ci vogliono dare ad intendere che il cuore sia solo un muscolo e ci vogliono impedire di fare ciò che il cuore e la nostra religione ci chiedono». Tra questi, un grande aiuto lo riceverà da suo zio, monsignor Giuseppe Maria Palatucci (1937-1961), vescovo di Campagna, provincia di Salerno, il quale si attiverà in ragione del medesimo ideale.
Con tale desiderio, il valoroso vice questore si dà da fare ed intesse una fitta rete per salvare la vita di centinaia di persone. Un esempio fra i tanti: avvertito che una nave diretta a Fiume, con a bordo oltre ottocento persone, sta per cadere vittima di un’imboscata, la raggiunse, in alto mare, dirottandola verso un’altra meta e salvando così la vita delle persone a bordo.
Arrestato per tale benefica e coraggiosa attività, il 22 ottobre 1944 viene condotto, nel campo di concentramento di Dachau, nel quale morì il 10 febbraio 1945. Aveva 36 anni.
Il 9 ottobre 2002 il tribunale diocesano del Vicariato di Roma ha aperto, ufficialmente, il processo di beatificazione, dichiarandolo Servo di Dio. Lo Yad Vashem riconobbe il suo alto operato, dichiarandolo Giusto fra le Nazioni (1990). È bello oggi ricordare questo luminoso testimone del Vangelo che, con il suo esempio, ha piantato un seme di verità e di giustizia, nella terra del domani, che il tempo non ha potuto cancellare, ma solo scrivere con l’inchiostro dell'amore.

di Gianluca Giorgio

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24 febbraio 2020

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