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Cittadini
a pieno titolo

· Appello del segretario di Stato per i diritti dei cristiani in Iraq ·

In Medio oriente e in particolare in Iraq «i cristiani non vogliono essere una “minoranza protetta” e benevolmente tollerata. Essi vogliono essere cittadini i cui diritti sono difesi e garantiti assieme a tutti gli altri cittadini». Lo ha ribadito il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, intervenendo stamane, giovedì 28 settembre, al convegno organizzato all’università Lateranense dalla Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) sul tema del ritorno dei cristiani nella Piana di Ninive. Alla presenza del patriarca di Babilonia dei caldei Louis Raphael I Sako, dell’arcivescovo di Mosul dei siri Yohanna Petros Mouche, e dell’arcivescovo siro–ortodosso di Mosul, Mor Nicodemus Daoud Matti Sharaf, il porporato ha espresso apprezzamento per il progetto di ricostruzione di tredicimila case danneggiate o distrutte dal cosiddetto Stato islamico nei villaggi cristiani iracheni. Il processo avviato da Acs, una sorta di «piano Marshall per la Piana di Ninive» punta al ritorno «a una certa normalità di vita» che — ha spiegato in proposito il cardinale Parolin — «deve essere il primo e urgente obbiettivo dei nostri sforzi. Ciò permetterà alla comunità cristiana di affrontare successivamente le altre sfide che l’attendono, per essere pienamente attiva e generosa nell’edificazione del bene comune dell’intera nazione».

La chiesa di Qaraqoh nella Piana di Ninive

Nel suo intervento il segretario di Stato ha ricordato come Papa Francesco abbia «seguito con particolare preoccupazione fin dall’inizio la drammatica vicenda di migliaia di famiglie che hanno dovuto abbandonare le proprie città e villaggi a partire dal giugno 2014» al punto che «due mesi dopo, aveva chiesto alla comunità internazionale di aiutare i cristiani e gli altri gruppi fuggiti dalla barbarie dell’Isis». Il porporato ha quindi assicurato che tale preoccupazione è stata rilanciata «anche a livello dell’azione diplomatica della Santa Sede in varie occasioni». E tuttora, ha aggiunto, «nei vari fori internazionali e negli incontri ad alto livello» essa «non cessa di rilevare che la presenza dei cristiani è fondamentale per un Medio oriente pacifico, stabile, plurale». Anche perché, ha fatto notare, la presenza dei cristiani «diminuisce costantemente a causa del flusso migratorio di molte famiglie che abbandonano le regioni storiche in cui hanno vissuto, alla ricerca di sicurezza e di un futuro migliore».

Dunque, nella consapevolezza «che i conflitti e le tensioni mettono a rischio la sopravvivenza dei cristiani e la possibilità di un Medio oriente inteso come luogo di convivenza di persone e popoli appartenenti a diversi gruppi religiosi ed etnici», il cardinale Parolin ha rimarcato la necessità di strumenti giuridici adeguati a tutelare tale presenza: come il diritto al ritorno degli sfollati e dei rifugiati in adeguate condizioni di sicurezza; il rispetto della libertà religiosa e, soprattutto, l’applicazione del concetto di cittadinanza, che implica uguaglianza nei diritti e nei doveri. Inoltre va affrontato il fenomeno del terrorismo nelle sue cause, favorendo il dialogo interreligioso, la conoscenza reciproca e l’educazione.

Da qui il plauso del segretario di Stato per il «sostegno che, nei tre anni trascorsi dall’invasione dell’Isis», l’Acs «ha offerto alle tante famiglie cristiane che hanno potuto vivere questo tempo con dignità e in sicurezza» e in particolare per il «progetto di ricostruzione “Return to the roots”» divenuto operativo dopo che da circa un anno, da quando cioè è cominciata la battaglia di Mosul, diversi territori sono stati liberati, inclusi i villaggi della Piana di Ninive. Perché, ha osservato il cardinale Parolin, «oltre ad esprimere la solidarietà della Chiesa universale che si manifesta non solo a livello di vicinanza spirituale nella preghiera, ma anche a livello concreto di carità, il progetto mira a ridare ai cristiani quell’ambiente di normalità di vita tanto necessario per superare la paura e la disperazione e poter guardare con speranza al futuro».

Infine il porporato ha constatato che sebbene tanto sia stato fatto «molto rimane ancora da fare», indicando nella «ricostruzione delle case e dei villaggi il primo e fondamentale requisito per avviare il rientro dei cristiani. Ma — ha proseguito — oltre alla ricostruzione delle città, dei villaggi, delle case, vi è l’onere ancora più impegnativo di ricostruire la società irachena, ricucire la sua coesistenza armoniosa e pacifica». E in questo senso, ha incalzato, «i cristiani hanno una missione specifica, di essere artefici di pace, di riconciliazione e di sviluppo»; una «missione più che mai necessaria nell’attuale contesto iracheno che ha urgente bisogno di un processo di riconciliazione nazionale e di uno sforzo congiunto di tutte le componenti della società per il raggiungimento di soluzioni condivise per il bene del Paese». Perciò è significativo il coinvolgimento nel progetto di Acs delle tre Chiese, caldea, siro-ortodossa e siro-cattolica, la cui collaborazione costituisce «un segno tangibile di unità nella carità». Da qui l’invito del cardinale «a non risparmiare alcuno sforzo per superare tensioni che possono esistere tra le varie comunità per giungere a una rinnovata unità». Infatti, ha concluso, «la più grande sfida è di creare le condizioni sociali, politiche ed economiche per poter rifare una nuova coesione sociale che favorisca la riconciliazione e la pace e dia ai cristiani e alle altre minoranze la possibilità di impegnarsi per costruire il futuro di un Paese dove si sentono profondamente radicati».

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