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Città
dalle braccia
sempre aperte

· Papa Francesco a Napoli ·

È con grande gioia che Napoli si appresta ad abbracciare Papa Francesco, che sentiamo come un nostro concittadino, vicino com’è allo spirito di una città dalle braccia sempre aperte, accogliente per vocazione, storia, cultura, contesto sociale.

Non è consueto che un Pontefice partecipi a un convegno, ma gli è particolarmente caro il tema che, il 21 giugno, sarà trattato nel corso dei lavori organizzati dai padri gesuiti, suoi confratelli, nel cortile della sezione San Luigi della Facoltà teologica dell’Italia meridionale: «La teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo». Ed è sulla parola «contesto» che voglio soffermarmi. Gli studiosi parlano di «teologia contestuale», una teologia che non modifica la verità rivelata che ci viene da Cristo, ma che legge e interpreta la “cose divine” in relazione alla realtà, sociale, culturale, politica e religiosa, che ci troviamo a vivere. In un videomessaggio inviato al congresso internazionale di teologia, tenutosi dall’1 al 3 settembre 2015 nella Pontificia università cattolica argentina, a Buenos Aires, il Santo Padre diceva: «Uno dei contributi principali del concilio Vaticano II è stato proprio quello di cercare di superare il divorzio tra teologia e pastorale, tra fede e vita. Oso dire che ha rivoluzionato in una certa misura lo statuto della teologia, il modo di fare e di pensare credente». Sono parole che Francesco cita anche nella costituzione apostolica Veritatis gaudium, in cui ricorda che il decreto conciliare Optatam totius, promulgato il 28 ottobre 1965, «invita con vigore gli studi ecclesiastici a “convergere concordemente alla progressiva apertura dello spirito degli alunni verso il mistero di Cristo, il quale compenetra tutta la storia del genere umano e agisce continuamente nella vita della Chiesa”. Per raggiungere questo scopo, il Decreto conciliare esorta a coniugare la meditazione e lo studio della Sacra Scrittura, quale “anima di tutta la teologia” insieme all’assidua e consapevole partecipazione alla sacra Liturgia, quale “prima e necessaria sorgente di vero spirito cristiano”, con lo studio sistematico della Tradizione viva della Chiesa in dialogo con gli uomini del proprio tempo, in ascolto profondo dei loro problemi, delle loro ferite e delle loro istanze». È necessario dunque mettersi in dialogo con l’uomo contemporaneo, ascoltare, nella prospettiva di una “teologia dal basso”, il grido dell’umanità. Quel grido che tante volte, negli ultimi anni, è venuto proprio dal Mediterraneo, mare che dà vita e ricchezza, ma che può anche dare morte e sommergere le povere vite di chi cerca scampo dalla miseria e dalla guerra.

Non è sempre facile unire pastorale e teologia, spesso considerate in contrapposizione. Su questo versante, la Facoltà teologica tanto ha fatto in ambito accademico, ma anche l’intera Chiesa locale, nel solco tracciato dal magistero di Papa Francesco, ha affrontato quest’autentica sfida nel proprio ambito di riferimento. La rete di solidarietà e assistenza posta al servizio degli ultimi e nel caso specifico dei senza patria è tuttora attiva ed estesa, pur riconoscendo di operare in un campo in cui nessuna risorsa può essere mai sufficiente. Sul piano più generale il pensiero corre a uno dei momenti forti, vissuti insieme alla visita del predecessore di Papa Francesco, Benedetto XVI. In coincidenza con quella visita, tenutasi il 21 ottobre 2007, Napoli fu la sede del meeting annuale della Comunità di Sant’Egidio, che ebbe per tema: «Per un mondo senza violenza. Religioni e culture in dialogo”». Si legge in un passaggio dell’appello di pace di Sant’Egidio che, in quel giorno di 12 anni fa, partì dalla città: «Entrando nel profondo delle nostre tradizioni religiose, abbiamo riscoperto come, senza dialogo, non c’è speranza e si è condannato alla paura dell’altro. Il dialogo non è l’illusione dei deboli ma la saggezza dei forti che sanno affidarsi alla forza debole della preghiera».

Il Mediterraneo, proprio come Napoli, è luogo di contrasti, talvolta di conflitti, ma può diventare luogo di dialogo, pace, fratellanza. Non a caso un altro nome per definirlo è Mare nostrum. Mare nostro, non mio. Non appartiene solo a un popolo, anzi quel mare ci accomuna. In un convegno non si potrà certo parlare di tutti i problemi degli uomini e delle donne che vivono sulle sponde del Mediterraneo, ma si può aprire un orizzonte nuovo, fatto di regole assolute che valgono anche per chi vive nell’altro emisfero della terra. L’umanità non ha davvero bisogno di mura, ma di ponti, le cui fondamenta sono ben salde nella terra buona della Parola di Dio. Forse l’umanità ha anche bisogno di memoria e di ricordare quanto il Creatore ci dice sin dal libro della Genesi, al versetto 27 del capitolo I: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò». Ecco ciò che accomuna, nel Mediterraneo come altrove: l’umanità, l’essere uomini e donne creati da Dio, a sua immagine, senza distinzioni.

Il fatto che il Papa scelga Napoli per parlare di un tema così importante e, fatto raro, per non dire unico, intervenire a un convegno, ci riempie di un sano orgoglio. Proprio da Napoli, autentica capitale del Mediterraneo, mare della cui essenza è sintesi, il Santo Padre proporrà un messaggio che ascolteranno i teologi e gli studiosi delle università e delle facoltà ecclesiastiche di tutto il mondo. Questa volta, rispetto al 21 marzo 2015, la visita di Francesco avrà una durata contenuta e sarà limitata agli studenti e ai docenti della Facoltà di Posillipo, ma Napoli sarà posta al centro della vita della Chiesa.

Al Papa noi napoletani vorremmo dire: torna ancora nella nostra città, anche per la terza volta. Noi ti accompagneremo sempre con la preghiera e con il cuore grande di chi ti vuole bene. A Francesco va un grande saluto di benvenuto e l’abbraccio di tutta Napoli.

di Crescenzio Sepe
Cardinale arcivescovo di Napoli

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