Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Citazione fuori posto

· Nell’ultimo libro di Chiara Frugoni sul riconoscimento dell’ordine francescano ·

Quali conseguenze da una citazione fuori posto! Nel ciclo francescano della basilica superiore di Assisi, nella scena dell’approvazione della Protoregola da parte di Innocenzo iii nel 1209, un cartiglio evidenzia in realtà le parole iniziali del testo definitivamente approvato da Onorio III nel 1223. Errore casuale? Sovrapposizione inconscia? Nient’affatto, poiché proprio tale artificio consentiva alla committenza di poter affermare che l’Ordine francescano era stato ufficialmente riconosciuto dalla suprema autorità ecclesiastica ancor prima del concilio Lateranense IV del 1215. 

Giotto,  «Innocenzo III  approva la regola francescana» (1295-1299)

È quanto evidenzia Chiara Frugoni nel suo ultimo libro Le conseguenze di una citazione fuori posto (Edizoni Biblioteca Francescana, Milano, 2018, pagine 129, euro 18) nel quale prende in esame alcune scene del ciclo giottesco ( l’incontro, appunto, di Francesco e dei suoi frati con Innocenzo III; l’estasi di Francesco; la predica di Francesco davanti a Onorio III) proponendosi di svelarne — oltre ai significati più immediatamente evidenti — i messaggi più nascosti.
Ma andiamo per ordine, così da render accessibile a tutti un discorso che potrebbe non essere immediatamente comprensibile. Dobbiamo infatti tener presente che, lungo il XII e all’inizio del XIII secolo, dall’effervescenza creativa delle forze più vive del corpo ecclesiale scaturirono molteplici forme di vita religiosa che generarono ricorrenti preoccupazioni tra quanti erano chiamati a garantirne l’unità e l’ortodossia.
Rispetto a tale fermento, fin dagli inizi il pontificato di Innocenzo III rappresentò un significativo cambio di marcia che consentì di reintrodurre nel circuito della Chiesa esperienze comunitarie che invece nei decenni precedenti ne erano state spinte ai margini, se non addirittura espulse; da questa energia creativa derivarono, anche per i laici, nuove possibilità per una partecipazione attiva alla vita pastorale.
Tutto ciò non accadde senza difficoltà, né mancarono tensioni tra i vertici della gerarchia, non sempre concordi sulla direzione di marcia da imprimere all’organismo ecclesiale. La costituzione 13 emanata dal concilio Lateranense IV è senza dubbio la prova del crescente disagio che serpeggiava soprattutto all’interno dell’episcopato nei confronti delle molteplici forme di vita religiosa che chiedevano l’adozione di nuove regole: la «confusione», frutto della «diversità» e della «novità», fu il pericolo paventato dall’assise ecumenica; d’allora in poi, chiunque avesse voluto «convertirsi» alla vita religiosa avrebbe dovuto abbracciare una delle forme «già approvate»; allo stesso modo, chi avesse voluto fondare ex novo un istituto religioso avrebbe dovuto far riferimento alla regola e alle istituzioni di un Ordine già approvato.
Questi gli intenti programmatici solennemente sanciti dalla più numerosa e importante assemblea ecclesiastica del Medioevo occidentale, cui si adeguarono innanzitutto Domenico di Calaruega e i frati predicatori, che per loro accolsero la regola di Agostino.
Diverso fu invece il caso di Francesco di Assisi: egli, che pure in precedenza non aveva del tutto rifiutato privilegi papali, nell’ultima fase della propria vita dichiarò di non volerne più, anzi resistette strenuamente alle pressioni di quei frati che insistevano affinché impetrasse dal papa i benefici necessari a garantirne l’azione pastorale; cionondimeno pretese — e alla fine ottenne — la concessione di un privilegio eccezionale, quale fu la deroga alle decisioni del Lateranense IV.
L’anomalia della situazione appare confermata da tutta una serie di fatti insoliti, testimoniati dal documento originale di approvazione, conservato presso il sacro convento di Assisi e attentamente studiato da un paleografo eccellente qual è Attilio Bartoli Langeli. L’azzardata decisione, che poteva costituire — e di fatto costituiva — un precedente pericoloso per la curia romana, fu resa possibile grazie a una fictio iuris di cui tutti erano consapevoli, compreso lo stesso Francesco. E che si trattasse di una “finzione giuridica” lo mostra ancora il fatto — poco o nulla sottolineato dalla storiografia — che nella prima opera del corpus agiografico francescano, la Vita beati Francisci di Tommaso da Celano (1228-1229), nulla si dicesse di questa conferma da parte di Onorio III; l’agiografo vi si limitava infatti a ricordare l’approvazione data da Innocenzo III.
Il percorso sarebbe dunque iniziato e si sarebbe concluso con quel grande pontefice.
È possibile allora comprendere l’altezza della posta in gioco di cui Chiara Frugoni dà conto. Con l’ausilio di un ricco apparato iconografico, nella prima parte del suo volume (pagine 1-49) la studiosa mette quindi a fuoco “L’incontro di Francesco con Innocenzo iii e la tredicesima costituzione del concilio Lateranense IV”, mentre nella parte seconda (pagine 51-121) prende in esame “Una citazione fuori posto”. Secondo l’autrice, non solo la scena dell’incontro con Innocenzo iii, ma anche la raffigurazione dell’estasi del santo conterrebbe un’allusione al famoso episodio di Fontecolombo narrato da molte fonti della tradizione non ufficiale, quando Cristo stesso, dopo l’opposizione mostrata dai ministri, avrebbe dettato a Francesco la Regola da osservare, mentre la predica davanti a Onorio iii «permette di ricordare con discrezione il pontefice che aveva formalizzato la nascita dell’Ordine» francescano.
Il primo a ipotizzare che la scena dell’estasi volesse in realtà istituire un collegamento con l’episodio di Fontecolombo fu Paul Sabatier, ormai più di un secolo fa. Tuttavia, mentre Sabatier leggeva tale collegamento come un sostegno offerto ai frati rigoristi — insoddisfatti sia dell’evoluzione a cui l’Ordine era stato soggetto sia delle glosse imposte alla Regola, e perciò desiderosi di tornare alle origini —, grazie anche a una lettura ingegnosa della raffigurazione dell’incontro con Innocenzo III, Chiara Frugoni ritiene invece in maniera più fondata che la scena dell’estasi finisca per sostenere l’esatto contrario: l’ultima parola nell’interpretazione della Regola spettava non ai rigoristi, ma alle gerarchie dell’Ordine che avevano accolto con docilità i pronunciamenti in materia della Sede Apostolica.
Appena pochi anni dopo la morte di Francesco, in una situazione di evidente difficoltà per la Chiesa, Gregorio IX sarebbe arrivato a puntare con decisione sui nuovi Ordini mendicanti, i cui membri avrebbero finito per essere progressivamente caratterizzati come gli «operai dell’ora undecima». In questo modo, la ferita inflitta al Lateranense IV con la conferma della Regola francescana da parte di Onorio III finì per trovare la sua ragion d’essere. Così pure risalta l’importanza del volume di Chiara Frugoni, con il quale viene opportunamente messo l’accento su una questione per troppo tempo passata sotto silenzio.

di Felice Accrocca

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

24 marzo 2019

NOTIZIE CORRELATE