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Circolazione del denaro
antidoto all’avarizia

· Il contributo francescano tra medioevo e prima età moderna ·

L’avarizia è una piaga rilevante della società agli albori dell’età moderna. La sua manifestazione non è un fenomeno isolato, circoscritto al solo commercio e alle sue transazioni, poiché gli effetti pervadono l’interno tessuto sociale e toccano le relazioni che legano i membri della communitas. Da queste ragioni muove l’interesse dei teologi e dei canonisti, impegnati da circa due secoli, nell’analisi delle diverse figure contrattuali e sulle circostanze dalle quali scaturisce l’usura. L’oggetto dirimente, il core, della discussione è il superabundantia all’interno del mutuo, costituito sia da qualsiasi bene consumabile, come olio, grano e monete, e sia da beni inconsumabili, come un’abitazione. 

«San Bernardino da Siena», El Greco (1603)

A fugare ogni ombra di dubbio sulla natura del superabundantia, già Graziano nel suo Decretum, una raccolta di notevole rilevanza delle diverse fonti giuridiche e dei canoni, redatta intorno al 1140, definisce l’usura come ogni di più eccedente la somma prestata: «Quicquid sorti accidit usura est». L’escalation di attenzione al fenomeno incalzante è stata accompagnata pure da un inasprimento delle pene nei confronti degli usurai. Il Concilio Lateranense ii (1139), infatti, sancisce perfino il divieto della sepoltura ecclesiastica, come segno perpetuo della divisione degli usurai dalla communitas.

Nonostante la ferma condanna da parte della Chiesa, l’azione divoratrice dell’usura aumenta considerevolmente tra il XIII e il XV secolo, anche grazie agli atteggiamenti indulgenti delle autorità cittadine nei confronti del prestito ebraico. L’esigenza di credito, nella duplice forma di capitale e di credito al consumo, riguarda tutti i soggetti del sistema economico bassomedievale: cittadini, mercanti e autorità pubbliche ed è legata all’intensificazione del dinamismo commerciale.

Il fenomeno dell’usura e della forza propulsiva dei predicatori osservanti mal si comprende senza collegarla allo scenario socio-economico del Quattrocento, caratterizzato da un’imponente apertura alle attività commerciali. Il secolo XV segna la fioritura di un processo di rinascita, che iniziato nel 1100, con la rottura dell’immobilismo politico nel mediterraneo in seguito all’invasione islamica, si è esteso sino alle soglie del secolo XVI.

In tale contesto si assiste alla prima rivoluzione commerciale del bacino mediterraneo, causata dalla sinergia di diversi fattori, quali la crescita demografica, lo sviluppo della civiltà comunale, l’introduzione e la diffusione di nuove tecniche produttive, la mobilitazione del risparmio e la formazione in ambito economico di un nuovo spirito associativo.

Nell’analisi delle cause delle trasformazioni economiche non bisogna tralasciare una prerogativa del Rinascimento: la crescita della dimensione culturale. Nel XV secolo, terra dimezzo tra il medioevo e l’età moderna, oltre al successo dei tradizionali Studia teologici e giuridici, si assiste allo sviluppo delle scuole dell’abaco. In esse, ormai presenti in numerose città mercantili quali veri e propri centri per la formazione dei diversi profili professionali, si pratica l’insegnamento dell’aritmetica applicata alla conduzione delle attività commerciali. Con lo studio dell’aritmetica e della geometria cresce pure la conoscenza e l’esperienza dell’uomo, proiettato alla scoperta di nuovi orizzonti e sempre più partecipe delle vicende economiche del suo tempo.

I nuovi prodotti offerti dall’artigianato e dal commercio spingono le famiglie, specialmente le più agiate, all’acquisto, che incomincia a diventare cifra di un nuovo stile di vita. Il risparmio, che non sempre basta a sostenere i consumi, apre la strada all’indebitamento. La povertà, sia in termini assoluti che relativi, si acuisce in seno alla società e crea il contesto più adatto alla predicazione itinerante dei frati dell’Osservanza. Questi profondono tutte le loro energie nell’ammonire i fedeli ad adottare comportamenti virtuosi in ogni campo dell’attività umana, soprattutto nella gestione della res publica, al fine di perseguire l’affermazione di una maggiore giustizia sociale.

Il movimento dell’Osservanza, nato primariamente con l’intento di riformare la vita religiosa, attraverso l’abbandono di quelle innovazioni man mano introdotte per attenuare il rigore iniziale della Regola, volge pure il suo interesse ad un generale rinnovamento delle strutture organizzative della società. Quest’ulteriore aspetto si connota come la dimensione ad extra del movimento, che, nel corso del suo processo evolutivo, fonda la sua attività pastorale proprio su queste due direttrici

Tra i più eminenti rappresentati del movimento dell’Osservanza si annovera Bernardino da Siena. Egli, spinto da una spiccata sensibilità sociale, non tralascia nella sua produzione omiletica la considerazione degli aspetti tipicamente economici del suo secolo, diventando così un punto di riferimento per tutta la famiglia dell’Osservanza. Bernardino non propone al suo uditorio la descrizione o la spiegazione del funzionamento dei meccanismi che regolano i fatti economici. Egli, nel suo intento è eminentemente parenetico, attraverso l’antitesi tra i vizi e le virtù della società rinascimentale, richiama tutti all’esercizio del bene secondo le indicazioni evangeliche.

Che cosa denuncia dunque riguardo ai “vizi” dell’agire economico e cosa intende suscitare con la sua riflessione? La bramosia di guadagno è Certamente uno dei vizi maggiormente additati dal Senese nella sua vasta predicazione. Essa che ha il suo fondamento nell’avarizia, ritenuta il peggiore dei vizi, è definita l’idolum desolationis.

Nel tentativo di restaurare l’ordine sociale ed economico, i frati osservanti non si limitano alla sola denuncia dell’avidità, intesa come causa efficiente dell’usura e dei suoi mali, ma s’interrogano pure sulla realtà, che coniugando carità, solidarietà e realtà economica, risulti capace di arginare meglio il gran dilagare del prestito usuraio. Nell’alveo di questa riflessione sorgono i Monti di Pietà, istituti di beneficenza a gestione pubblica che prestavano ai bisognosi il necessario, contro il conferimento di un pegno, al fine di proteggerli dalle spoliazioni degli usurai e gestiti direttamente dalla città. La nascente istituzione rappresenta un fatto inedito e vede il coinvolgimento determinante dei frati Osservanti, nel passaggio dalla speculazione intorno al fatto economico, esposta ampiamente e con dovizia di esempi nell’azione omiletica, all’impegno pratico.

Il mutuo civile dei Monti, erogato attraverso la creazione di un deposito comune, vede il coinvolgimento dell’intera communitas, intenta a sostenere i meno abbienti mediante l’esercizio di una cittadinanza responsabile. Si offre pure una testimonianza eloquente della fecondità legata alla circolazione virtuosa della ricchezza, mortificata da ogni possesso avido e improduttivo.

In economia, come nella vita civile e spirituale, vale il principio che non ci si salva da soli, ma attraverso l’azione collettiva, da incentivare e sostenere. Bernardino e frati dell’Osservanza intercettano tale proficuità e si adoperano nel loro secolo alla civilizzazione del mercato. Le loro intuizioni sono valide chiavi ermeneutiche per il presente, avvolto ancora da una crisi economica, la cui radice ultima non è tanto tecnica, quanto valoriale ed antropologica.

di Nicola Riccardi 

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18 settembre 2019

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