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Ciò che unisce
è una buona storia

· L’ottava e conclusiva stagione di «Games of Thrones» ·

C’è una frase, al crepuscolo dell’ottava (e conclusiva) stagione di Game of Thrones, che partorisce una buona domanda per parlare di questa serie pazzescamente vista, copiosamente discussa e analizzata, assai premiata e piratata in tutto il mondo. È una frase di Tyrion Lannister, il saggio personaggio affetto da nanismo, acuto e gran bevitore di vino. Davanti all’assemblea, quando c’è da scegliere il nuovo re dei Sette Regni, Tyrion si interroga su una questione: «Cosa unisce le persone? Armi, oro, vessilli? Storie! Non c’è niente al mondo migliore di una buona storia. Chi può fermarla?». E se nessuno è riuscito a sgambettare (e nemmeno a rallentare) il trionfale passo di Game of Thrones in questi nove anni di settantatré puntate popolate da un’imponente schiera di personaggi, è obbligatorio porsi una domanda: che storia è Game of Thrones? Di che pasta è fatta? Di che paste, anzi, si compone? Sì, meglio usare il plurale, perché il suo amalgama è assai ricco di materie e carico di sapori: le armi, a cui fa cenno Tyrion — dalle spade all’altofuoco, fino ai draghi che sparano fiamme giganti dalla bocca — oppure l’oro o quei vessilli simbolo di appartenenza a una casata, a una famiglia, a una dinastia, sono certamente parte della grande combinazione. 

C’è anche il fantasy, però, che soffia di continuo sul racconto, ma senza dominare né indebolire le tensioni, i duelli, le pulsioni, le contraddizioni e le passioni degli umani protagonisti, sane o sconsiderate che siano. Arricchisce e ossigena il racconto, lo avvolge, lo caratterizza, ma non lo divora e non ne monopolizza la struttura. L’abbondante sostanza sovrannaturale è contaminata di sangue, è innaffiata di sesso, è scurita di horror e affollata di nomi a cui dire addio nel corso del racconto. Questa variegata miscela è poi colata nel tema portante della serie: la sfrenata, feroce e distorcente corsa al potere. Che è materia degli umani, e perciò è antica e riporta ai classici della letteratura e sa di Storia, ed è contemporanea perché continua a riguardarci oggi. Potere vuol dire intrighi, tradimenti, crudeltà, alleanze e combattimenti, guerre e uccisioni. Ed eccole, forsennate, violente, estenuanti e disturbanti, le battaglie anche nella stagione appena conclusa: nella “lunga notte” della terza puntata, gli umani riuniti combattono contro gli “Estranei” del “re della Notte”, e nel quinto episodio, il personaggio di Daenerys Targaryen avrebbe potuto fermarsi, non uccidere tanti innocenti, e invece si è lasciata dominare dagli istinti più bassi e ha distrutto, con una visione deviata della libertà, una città intera.
Senza pietà né compassione, ha raso al suolo Approdo del Re, ma poi la sua atroce battaglia si è seduta in panchina per dare spazio ai momenti più riflessivi dei protagonisti, in quel fluire tra azione e intimismo, tra campi narrativi diversi attraverso cui Game of Thrones ha saputo fondere il mondo immaginario dei giganti, dei draghi, dei maghi e delle lunghissime stagioni meteorologiche, con quello realistico dei rapporti di sangue tra discendenti. E allora, unendo confini e mescolando colori, forte della sua grande muscolatura visiva, Il trono di spade — per dirlo in italiano — è definibile in una sorta di coinvolgente indefinibilità, nel suo personale e attraente attraversare ponti che legano un’antichità medioevale vagamente astratta con un’attualità angosciosa, tra pellicce di animali sul collo degli uomini e divise degli stessi con taglio più squadrato, quasi fantascientifico. Possiede il fuoco e il ghiaccio, Il Trono di spade, il mare e il cielo azzurri, ma anche il fascino del freddo plumbeo, della neve e dell’oscurità. Ha forme sfuggenti che rimandano a qualcosa di conosciuto, e poi ha quei colpi di scena che spiazzano e impediscono ai personaggi stessi di lasciarsi dividere con immediata facilità tra positivi e negativi. È un balletto postmoderno di ingredienti nato dalla stretta di mano tra parole e immagini potenti e costose: tra il best seller Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin e l’idea di trasporlo sullo schermo dei due creatori della serie, David Benioff e D. B. Weiss. I quali, dalla sesta stagione in poi, hanno proseguito a scrivere senza più il supporto dei romanzi, ma solo con le indicazioni dello scrittore. Quando ormai, tuttavia, Game of Thrones era già andata esponenzialmente diffondendosi nell’immaginario collettivo del decennio, fino a giungere all’odierno e discusso finale in cui la sanguinosa maratona viene interrotta da un drago che libera l’uomo (il quale, da solo non ce la fa) da quel trono di spade che è idolo agognato e instancabile alimentatore di traviamento, dissoluzione e devastazione. Chi è rimasto vivo sembra aver compreso finalmente la necessità di un equilibrio nuovo, la grande importanza di rompere davvero la mortale "ruota" e di entrare in relazione con parole salvifiche come libertà e pace. Sembra aver capito che deve custodire la memoria di quanto accaduto per avere consapevolezza dei pericoli profondi che porta con sé la sete di potere. E allora si accorda per un futuro che punti sulla qualità di uomini coscienti di questo, oltre ogni inutile, se non dannoso, diritto di sangue, all’estremo epilogo della lunga e complessa storia di Game of Thrones, che così ha tanto appassionato gli spettatori nel mondo.

di Edoardo Zaccagnini

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10 dicembre 2019

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