Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Cinquanta milioni di poveri nell’America del dopo Lehman

· A due anni dal crac della banca d’affari aumenta il tasso di povertà negli Stati Uniti ·

Negli Stati Uniti ci sono sempre più poveri. Anzi: da oltre mezzo secolo non c’erano tanti poveri quanti adesso. Le ultime rilevazioni ufficiali ne calcolano 46 milioni alla fine del 2010: un americano su sei. A due anni dal crollo di Lehman Brothers, il tasso di povertà è cresciuto per il terzo anno consecutivo al 15,1 per cento per effetto della crisi recessiva databile tra il dicembre 2007 e il giugno 2009.

La stima, elaborata dall’Ufficio censimenti statunitense, rileva in un rialzo dello 0,8 per cento l’incremento dei poveri tra 2009 (quando si attestavano a 43,6 milioni) e 2010. La quantità di poveri negli Stati Uniti è la maggiore da cinquantadue anni a questa parte, e il tasso di povertà è il più alto in rapporto alla popolazione dal 1993. Soltanto circa un milione e mezzo di americani è coperto dalle assicurazioni sanitarie del settore privato e quasi due milioni da quelle di natura pubblica, mentre il numero di cittadini totalmente senza ammonta a 49,9 milioni. C’è da sottolineare tuttavia che gli Stati Uniti sono titolari da sempre di uno dei più alti tassi di povertà nell’ambito dei Paesi Ocse. Sono preceduti in questa classifica solo da Cile, Israele e Messico.

L’Amministrazione Obama sta studiando nuove misure per far fronte alla crisi. Sul piano politico, a Capitol Hill si continua a discutere sul nuovo piano per rilanciare l’occupazione. Dure critiche sono giunte dai repubblicani. Secondo il senatore Mitch McConnell è negativo il fatto che Obama voglia aumentare le tasse sugli americani e sulle società più ricche. « L’impressione è che sia solo una mossa elettorale» ha detto. «Il presidente sa bene — ha aggiunto — che l’ultima cosa da fare per aumentare l’occupazione è alzare le tasse».

Ma Obama tira dritto per la sua strada. Il piano a sostegno dell’occupazione — ha detto di recente — «rimetterà gli americani al lavoro» e «aiuterà l’economia in un momento di crisi nazionale: è un’assicurazione contro una nuova recessione». Il presidente ha quindi più volte lanciato un appello al Congresso per ridurre al massimo i tempi di approvazione, senza finire in scontri politici, «senza giochi, senza politica e senza ritardi», perché gli americani «non possono permettersi il lusso di aspettare 14 mesi», quando ci saranno le elezioni, «per un’azione».

Il piano è coperto finanziariamente — ha assicurato l’inquilino della Casa Bianca — «non aggiungerà un centesimo» al deficit. Il provvedimento da 447 miliardi di dollari potrebbe essere finanziato con un aumento delle tasse per le compagnie petrolifere e per gli americani che guadagnano oltre 250.000 dollari l’anno. «I ricchi e le società devono pagare il giusto» ha spiegato Obama. Un aumento delle imposte sugli abbienti e sulle società si tradurrebbe in 467 miliardi di dollari di entrate in più — secondo la valutazione del direttore del budget della Casa Bianca, Jack Lew.

I repubblicani e Obama si sono già scontrati in dicembre sulla questione dell’estensione degli sgravi dell’era Bush. Risollevare l’argomento — stimano gli analisti — rischia di creare una nuova spaccatura, che segue quella sull’accordo dell’aumento del tetto del debito. Questa settimana Obama dovrebbe presentare anche il nuovo piano antideficit. La linea dovrebbe essere chiara: tagliare quello che non ci si può permettere per finanziare quello di cui si ha bisogno. Il provvedimento, secondo indiscrezioni, chiederà al Congresso di spingersi oltre l’obiettivo di 1.500 miliardi di dollari.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

17 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE