Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Cinema puro
dell’Hitchcock italiano

· ​Cinquant’anni fa usciva nelle sale «Operazione paura» ·

L’8 luglio di cinquant’anni fa usciva nelle sale italiane — per rimanervi molto poco, come tutti i film di Mario Bava — quello che i fan del regista considerano uno dei suoi capolavori, se non il suo miglior film in assoluto, Operazione paura.

Una scena di «Operazione paura» (1966)

In un piccolo paese dell’Europa centrale si verifica un’inspiegabile catena di suicidi. Il dottor Eswai (Giacomo Rossi Stuart) viene chiamato dal borgomastro per eseguire delle autopsie e capirci quindi qualcosa di più in questo mistero. In paese però gira voce che gli abitanti scomparsi, poco prima della morte, siano stati tormentati dal fantasma di una bambina, Melissa Graps, figlia di nobili morta accidentalmente molti anni prima durante una festa di paese, nell’indifferenza generale. Dapprima ovviamente scettico, Eswai dovrà presto ricredersi e affidarsi ai poteri di una maga (Fabienne Dali), l’unica in grado di contrastare la forza demoniaca della madre di Melissa (Giovanna Galletti), che guida lo spirito della figlia contro gli odiati compaesani. Nel frattempo, però, l’assistente del dottore (Erika Blanc) scoprirà un segreto che la lega indissolubilmente alla famiglia Graps.

Conosciuto già da molti anni come geniale operatore, direttore della fotografia e autore di trucchi ed effetti speciali, Bava aveva esordito ufficialmente dietro la macchina da presa nel 1960 con quello che rimane il suo film più famoso, La maschera del demonio. Ma in precedenza aveva partecipato anche alla regia del film che aveva inaugurato la stagione dell’horror gotico italiano, I vampiri (1957) di Riccardo Freda. In un periodo in cui d’altronde il sottogenere andava molto di moda, dato che negli stessi anni in America Roger Corman si sarebbe dedicato alla sua serie di film ispirata ai racconti di Edgar Allan Poe e nel Regno Unito la casa di produzione Hammer stava riesumando i personaggi che avevano fatto la fortuna della Universal negli anni Trenta, Dracula e Frankenstein, inaugurando nuovi interminabili cicli.

Come notarono subito i critici francesi, britannici e americani, tuttavia, nei gotici italiani, e in particolare in quelli di Bava, c’era qualcosa in più. All’eleganza formale dei colleghi anglosassoni, il regista italiano sapeva aggiungere qualcosa di imponderabile che andava a colpire l’immaginario più profondo del pubblico.

Lo spettatore adulto di solito arriva a dimenticarsi quanto spaventosi potessero risultare, quando era piccolo, i racconti delle favole. Gli horror di Bava glielo ricordano, perché vanno ad agitare le stesse sensazioni primarie, paura e meraviglia. E proprio la sostanziale analogia con le favole va a sanare e sublimare alcuni limiti evidenti di queste produzioni economicamente modeste e realizzate in fretta. Le tante ingenuità delle sceneggiature, le interpretazioni approssimative degli attori, un aspetto generale di artigianale artificio che Bava non cerca invano di nascondere, bensì porta alle estreme conseguenze, ai confini con la pop art. Persino questi che in altri film sarebbero difetti macroscopici, contribuiscono a comporre un immaginario archetipico mirato a suscitare sensazioni recondite.

di Emilio Ranzato

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 maggio 2018

NOTIZIE CORRELATE