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Qui si appoggiava Gesù quando predicava

· La Colonna santa nella basilica vaticana ·

«In San Pietro sono anche dodici colonne, che stanno vicino all’altare, che, come abbiamo già detto, furono portate da Gerusalemme. (…) Tra queste ve ne è una, la più preziosa di tutte, circondata da una inferriata. E quale virtù abbia e perché, sta scritto in latino su duro marmo. Il contenuto dell’iscrizione è qui tradotto in inglese: “Questa è la colonna alla quale il Signore Gesù Cristo si appoggiava quando predicava al popolo e quando pregava il Padre del cielo”. Questa colonna con le altre undici che si trovano qui, fu portata in questa nobile chiesa dal Tempio di Salomone. Ha la virtù di scacciare gli spiriti maligni dagli uomini che ne sono perseguitati ed opera molti altri miracoli».

La Colonna santa del Tempio di Salomone in un disegno dell’architetto Andrea Busiri Vici datato 1888

Con queste parole l’agostiniano inglese John Capgrave (1393-1464) in una succinta guida di Roma per i pellegrini, descriveva — verosimilmente nel 1449 — le magnifiche colonne tortili che si trovavano presso la venerata tomba del principe degli apostoli nell’antica basilica vaticana. Con comprensibile ammirazione egli sottolineava la bellezza e l’importanza devozionale della Colonna santa, eloquente reliquia di fede e arte esposta — dal 1975 — nel museo storico artistico del tesoro di San Pietro.

Recentemente restaurata, è stata oggetto di una bella pubblicazione del Capitolo di San Pietro in Vaticano, che a essa ha voluto dedicare un numero doppio del Bollettino Archivium Sancti Petri, collana diretta da Dario Rezza, canonico vaticano. Un volumetto di circa 50 pagine con oltre 60 illustrazioni e contributi di Alexis Gauvain, Ottavio Bucarelli, Mallio Falcioni e Désiée D’Errico. Una pubblicazione densa d’informazioni (molte delle quali inedite o dimenticate nei mille rivoli di una vasta bibliografia), presentata, nel pomeriggio di venerdì 17 aprile, a Palazzo Altieri, dove ha sede Banca Finnat, che ha sostenuto la realizzazione dell’opera.

La Colonna santa, come già ricordavano eruditi e viaggiatori del xv secolo, è strettamente legata alla storia delle altre colonne vitinee di San Pietro che, non per caso, ispirarono, con la loro caratteristica forma elicoidale e la loro decorazione, le ritorte e gigantesche colonne in bronzo dorato del baldacchino berniniano sopra l’altare papale e sotto la maestosa cupola di Michelangelo. Un utile tavola composita nella pubblicazione che qui si presenta pone a confronto la Colonna santa con le altre otto colonne tortili superstiti, riutilizzate dal Bernini nelle cosiddette Logge delle Reliquie.

Dal Liber Pontificalis (i, pagina 176) apprendiamo che durante il pontificato di Silvestro (314-335) l’imperatore Costantino fece venire dalla Grecia le prime sei colonne di marmo per collocarle attorno alla Memoria Apostolica, secondo una disposizione il cui ricordo visivo ci è tramandato dalla celebre cassetta d’avorio di Samagher (metà del v secolo), oggi custodita nel museo archeologico nazionale di Venezia: un suggestiva dislocazione confermata dalle “esplorazioni” condotte presso la Confessione Vaticana tra il 1939 e il 1949. Per quasi tre secoli tale disposizione rimase invariata, fino ai tempi dei Papi Pelagio ii (579-590) e Gregorio Magno (590-640) quando l’intera area della Memoria Apostolica subì, per esigenze liturgiche, una radicale trasformazione. Venne allora rialzato il pavimento dell’abside per ricavare sotto di esso una cripta ed edificare un altare sopra il monumento costantiniano ridotto in altezza, che — come uno scrigno — racchiudeva la tomba di Pietro: sulla fronte anteriore del presbiterio rialzato fu aperta una finestrella, corrispondente all’attuale “nicchia dei Palli”. Il ciborio costantiniano venne pertanto smembrato e le magnifiche colonne tortili che lo componevano vennero allineate di fronte al rinnovato impianto architettonico.

Qualche anno più tardi, l’esarca di Ravenna Eutichio donò a Gregorio iii (731-741) altre sei colonne vitinee, che, come le precedenti, dobbiamo immaginare di reimpiego (cfr. Liber Pontificalis, i, pagina 417). Di simile fattezza e dimensione, vennero collocate davanti a quelle offerte da Costantino a formare, di fronte alla Confessione, una duplice fila di colonne che sostenevano una trabeazione continua come una sorta di pergolato (pergula). L’ultima colonna a destra della fila anteriore, per chi volgeva lo sguardo alla tomba di Pietro, era la Colonna santa: una colonna proveniente, insieme alle altre, dal tempio di Gerusalemme, secondo una pia tradizione attestata tra l’altro da un manoscritto arabo dell’xi secolo (Libro delle Strade e dei Regni di Abu ‘Ubayd al-Bakri). Una colonna in prossimità della tomba di Pietro alla quale fu attribuito un particolare potere taumaturgico e salvifico a causa della sua presunta origine gerosolimitana e all’ipotizzato contatto con il Cristo salvatore. Già alla fine del Trecento fu così protetta da una recinzione lignea, sostituita nel 1438, per volontà del cardinale arciprete della basilica Giordano Orsini, da una più robusta cancellata metallica montata su una transenna marmorea recante l’iscrizione ricordata da Capgrave all’inizio di questo articolo. Si certificava in quell’epigrafe l’antica pratica — ancora diffusa nella seconda metà del Seicento — di legare a essa le persone ritenute afflitte dagli spiriti maligni per liberarli dalle loro pene, tanto che la colonna venne anche chiamata “degli Ossessi” o “degli Energumeni”.

di Pietro Zander

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21 novembre 2018

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