Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Chissà che avrebbe detto Chandler

· ​Sul Marlowe di John Banville ·

Chissà come avrebbe reagito Raymond Chandler nel vedere la sua folgorante creazione — il detective privato Philip Marlowe — resuscitata per mano dell’irlandese John Banville (che usa lo pseudonimo Benjamin Black) nell’indagine intitolata La bionda dagli occhi neri (Parma, Guanda, 2014, pagine 299, euro 17.50).

L’impresa, di certo, non è delle più agevoli, dovendo l’autore misurarsi con uno dei più grandi scrittori di noir che, tra l’altro, ha fatto la felicità degli attori più celebri e dei registi più acclamati una volta che si decise di curare la trasposizione cinematografica delle opere meglio riuscite. Basti pensare a The big sleep (1946), per la regia di Howard Hawks con un indimenticabile Humphrey Bogart nel ruolo di Marlowe. Ebbene Banville supera l’esame a pieni voti, grazie a una scrittura al contempo scattante e raffinata, in grado di creare un’ammaliante atmosfera dove il crimine, la paura, la violenza, l’amore e l’odio s’intrecciano nel segno di una coinvolgente polifonia. Marlowe, si sa, è un duro: ne ha viste tante e ne ha passate tante. Eppure, anche perchè sedotto dal conturbante fascino dalla bionda dagli occhi neri, si scopre quanto mai vulnerabile nella girandola di avvenimenti — in una ruvida Los Angeles resa rovente dalla calura estiva — che lo porteranno, più di una volta, di fronte al rischio di venire ucciso. Ma quella di Marlowe è una debolezza che conquista il lettore: lo rende infatti più umano, più credibile, nonché più disincantato e lucido al cospetto delle insidie che la vita sa tessere a discapito sia dei buoni che dei cattivi. L’intreccio è complesso, ma mai oscuro: alla fine risulta assai avvincente. Il detective è alla ricerca di un personaggio misterioso che si pensa sia morto ma che qualcuno ritiene aver visto camminare, di buon passo, lungo le vie di San Francisco. E intorno a questo elusivo personaggio fioriscono accadimenti legati, in filigrana, da un elemento comune: la solitudine della persona. Banville, per bocca del suo Marlowe, dispensa durante la narrazione perle di illuminante saggezza sui diversi aspetti, anche quelli solo apparentemente banali, dell’esistenza quotidiana. In realtà mai una volta la riflessione del protagonista si sofferma esplicitamente sulla solitudine. Ciononostante, la robusta impressione che si ricava, una volta terminata la lettura, è quella di un grande vuoto che avvolge i diversi attori della vicenda, dopo che sogni e speranze sono stati infranti. Ci sono, e certo non potevano mancare, vittime. Ma anche chi è riuscito a sopravvivere, ha perso qualcosa di importante: è morto, a suo modo. E, in questo senso, quello scritto da Banville è un noir con tutti i crismi. Chissà, allora, che cosa avrebbe Chandler se avesse seguito le vicende che scaturiscono, a ritmo incalzante, dalla magnetica presenza della bionda dagli occhi neri. Certo lo scrittore non era un giudice tenero: si dice infatti che avesse osato criticare, anzi sferzare, illustri colleghi del calibro di Doroty Sayers e Agatha Christie.

di Gabriele Nicolò

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

17 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE