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Chiedere perdono
a quelle figlie fragili
e ferite

· Intervista a don Aldo Buonaiuto autore del libro «Donne crocifisse» ·

«La tratta della prostituzione coatta è un crimine contro l’umanità». Don Aldo Buonaiuto, sacerdote di frontiera della Comunità Papa Giovanni XXIII e da sempre impegnato nell’ambito anti-tratta, è l’autore del libro «Donne crocifisse» (Rubbettino), pubblicato di recente con la prefazione di Papa Francesco. «Ho un sogno che mi accompagna di notte lungo le strade della prostituzione ed è quello di vedere, finalmente, effettivamente abolita la schiavitù», spiega.

Don Aldo Buonaiuto insieme con don Oreste Benzi durante una fiaccolata in difesa delle donne vittime della tratta

Ma la schiavitù non è già stata abolita?

Certo, ufficialmente la tratta degli schiavi non esiste più dal 23 febbraio 1807 quando fu cancellata a larga maggioranza (cento voti contro trentasei) dal parlamento inglese, cuore della super potenza coloniale dell’epoca. Sappiamo poi che alla fine del XIX secolo un po’ tutti i Paesi del mondo hanno messo al bando l’asservimento degli esseri umani. In realtà basta raffrontare la pratica con la teoria per accorgersi che non è così. Sui marciapiedi delle nostre città sembra scolpita una condanna antropologica: quella di trasformare la sopraffazione in una modalità di relazione sociale. Le donne crocifisse rispecchiano tragicamente l’umana deriva dell’acquisto, dello sfruttamento, dell’appropriazione indebita di altri esseri umani. È come se l’uomo non sapesse evolvere verso una fattuale, intangibile parità di dignità. C’è sempre bisogno psicologicamente, strutturalmente, di qualcuno da sottomettere. Le vittime della prostituzione coatta sono le moderne schiave e finché non saranno liberate non potrà essere dichiarata la concreta, effettiva abolizione della schiavitù. Ci sono altre odiose forme di asservimento che hanno sempre come bersaglio le persone più fragili e indifese, ma la tratta del mercimonio coatto ha questa peculiarità: si distrugge la libertà di un individuo per farne uno strumento dei propri istinti più primordiali, eticamente riprovevoli, socialmente distruttivi. Il costo personale e collettivo della tratta grava come un macigno sulla nostra civiltà cosiddetta post-moderna, ma sempre agganciata alla zavorra di condotte violentemente primitive.

Papa Francesco, durante l’Anno santo della misericordia, ha incontrato alcune vittime della tratta in una casa a Roma della Comunità Giovanni XXIII e ha chiesto perdono a nome dei cristiani per il calvario al quale sono state costrette. Cosa si propone con il suo libro?

Mai più vorrei vedere persone in vendita. Per nessun motivo, con nessun pretesto, per nessuna ragione al mondo. Al contrario nella società odierna dilaga sotto traccia la tentazione di attribuire un prezzo a qualunque condizione, situazione, circostanza. Lo dicono esplicitamente i più spregiudicati broker finanziari di Wall Street: “ognuno ha il cartellino come le merci”. Ma se tutti hanno un costo, nessuno ha valore. Deve esserci, o almeno dobbiamo sforzarci di fare in modo che sia così, una sfera infrangibile di decoro personale, di salvaguardia collettiva del patrimonio morale di ciascun individuo, di orgogliosa difesa del bene comune superiore della vita. Siamo stati creati per un atto di gratuita bontà divina e dobbiamo mantenere la nostra integrità al di fuori del “mercato”, del mercimonio, del tornaconto senza scrupoli. L’esistenza umana non ha prezzo e quindi anche vendere il corpo non potrà mai essere considerato un lavoro. Così come acquistare sesso non sarà mai paragonabile al libero e autodeterminato atto di fare l’amore. Comprare il “tempio dello spirito” come per le Scritture è la parte fisica dell’individuo, è un peccato agli occhi di Dio e deve essere ovunque un crimine per la legge dell’uomo.

Quanto è diffusa la piaga della prostituzione coatta?

Molto più di quanto si pensi. Per luoghi di prostituzione non vanno intesi soltanto i viali oscuri delle nostre periferie, bensì tutte le “location” reali e virtuali che calpestano la dignità dell’essere umano: appartamenti-alcove, night, finti centri benessere, chat room in rete, alberghi e case a luci rosse. Alcuni sindacati sensibili alla blasfema strumentalizzazione del termine “lavoro”, come per esempio la Cisl, hanno dato prova di una solidarietà concreta nei confronti delle vittime della tratta, impedendo che nell’immaginario collettivo passasse l’idea che vendere carne umana si configuri come un normalissimo impiego da regolamentare, sottoporre a tassazione e inserire tra i proventi del pil nazionale. Una ferita culturale e sociale come quella di legittimare, addirittura legalizzandola, la prostituzione, è il peggior lascito etico e morale che possiamo tramandare alle nuove generazioni. Non è un caso, e lascia ben sperare per il futuro, che nella laicissima Olanda siano propri i giovanissimi a protestare per le donne crocifisse che vengono esposte nelle vetrine dei negozi come manichini a disposizione dei passanti. E ciò in nome di una malintesa concezione di libertà che diviene schiavitù. Quella che ho descritto è la cruda realtà, ciò che auspico invece è un frammento di eternità. Non ci sarà adeguato risarcimento morale e comunitario per le donne crocifisse finché i governanti dei loro Paesi di origine, di transito e di destinazione della tratta non si inginocchieranno pubblicamente per implorare il perdono delle loro figlie più fragili e ferite. Questo “mea culpa” per avere significato nella storia universale, deve avvenire all’interno delle istituzioni di ciascuna nazione e poi trovare compimento collettivo in un solenne momento condiviso al Palazzo di vetro, per una volta Casa davvero trasparente dell’Onu.

Da cosa ha tratto ispirazione per il racconto?

Da tutti gli anni trascorsi in strada accanto a don Oreste. Il lungo tratto di vita trascorso di notte sulle strade italiane, prima con don Oreste Benzi e con i fratelli della Giovanni XXIII, ha cambiato irreversibilmente il mio modo di sperimentare e condividere la fede. Nelle periferie geografiche ed esistenziali si incontra Cristo nelle piaghe delle nostre vittime. Nostre, perché tutte le volte che si parla di legalizzazione della prostituzione si cede alla tentazione diabolica di normalizzare l’inaccettabile. Neppure dovrebbe essere un’ipotesi quella di poter acquistare un corpo come se fosse un nostro diritto. Dal concilio Vaticano II, in oltre mezzo secolo, tutti i successori di Pietro hanno avuto la forza profetica e l’umiltà di chiedere perdono per le colpe dei loro predecessori, degli organismi a loro affidati, del gregge di cui sono Pastori. Da prete di periferia, ma anche da cittadino del mondo, imploro i potenti della Terra di rendere giustizia a queste donne che sono state inchiodate alla croce dell’indifferenza, della complicità, della crudeltà, del “male minore”. Reggere rettamente le sorti dei popoli significa appellarsi alle loro pulsioni più elevate e nobili, non assecondarne gli istinti peggiori. Mi chiedo da confessore, quanti governanti si rendano autenticamente conto che quelle ragazze seminude in strada hanno la stessa età e gli stessi diritti di quelle figlie e nipoti che loro accudiscono con totale, principesca dedizione. Per una volta, e sarebbe davvero un gesto rivoluzionario, siano loro, come hanno fatto i Papi, a inginocchiarsi ai piedi delle croci viventi che nelle vene hanno lo stesso sangue di sacra dignità ma che hanno avuto l’infausta sorte di nascere, crescere, vivere senza la libertà, la verità, la condivisione che realmente ci rendono umani. Vorrei che tutte le organizzazioni che a livello mondiale si battono contro la tratta, si ritrovassero sulla richiesta di una moratoria internazionale che, come è accaduto per la pena di morte, metta immediatamente fuori legge, in qualunque forma e sotto qualsiasi mascheramento, l’acquisto di esseri umani, relazioni affettive, accondiscendenze nei confronti del più turpe dei traffici. Magari resterà il sogno di un ingenuo. Ma le vere rivoluzioni, come insegnano tre millenni di “visioni utopiche”, sono come un granello di neve in montagna: possono dare origine ad una valanga.

Qual è la vicenda che ricorda con più emozione?

Ce ne sono tante. Una notte mi trovavo a Perugia nella zona di Pian di Massiano dove si ritrova un gruppo (chiamato Goel, il Dio “vendicatore”, che riscatta nel giubileo gli schiavi), a pregare ogni sabato il santo rosario a mezzanotte. Un’invocazione a Dio per le donne schiavizzate, che sono li accanto, sui cigli delle strade e spesso impossibilitate ad attraversarle per aggregarsi a noi nella preghiera. Un dosario recitato nella cattedrale del cielo al cospetto di una modesta statua della Vergine di Fatima, illuminata da quelle piccole fiaccole che continuano incessantemente ad accendersi da decenni per donare la speranza di una rinascita e il coraggio di abbandonare la strada strappando le catene della servitù. Da quel fazzoletto di terra macchiata di sangue sono venute via molte ragazzine vittime della prostituzione coatta, recuperate dalla Vergine Maria. E sempre da quel piazzale, frequentato negli anni da migliaia di uomini e donne, giovani desiderosi di condividere questa esperienza unica di evangelizzazione, sono nate conversioni e anche vocazioni al sacerdozio.

Il mio libro “donne crocifisse” è un modesto ma importante contributo a quelle ostie viventi che, negli angoli più bui della nostra “civilissima” società occidentale, hanno forgiato la mia esistenza. Vorrei che la testimonianza delle loro sofferenze arrivasse soprattutto alle nuove generazioni. È per questo che ho deciso di scrivere questo libro dopo aver a lungo meditato e pregato.

L’intenzione che mi ha animato è quella di raggiungere in primo luogo quelle agenzie educative, come la scuola e la parrocchia, che in questi anni di crisi sociale e culturale stanno affrontando il mare in tempesta del terzo millennio globalizzato. Il riferimento mio e di milioni di credenti irradia la sua luce da piazza San Pietro ed è il Santo Padre che alle donne crocifisse ci insegna a rivolgere attenzione, affetto e condivisione. Per questo, per il segno profetico che dalle sue parole arriva nitido al cuore dell’umanità e per quanto ogni giorno conferma nel suo magistero rivolgo a Papa Francesco il più devoto e filiale ringraziamento.

di Marco Grieco

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14 ottobre 2019

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