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Chicchi e la Parola

· La breve ma ricchissima vita di Cristina Chiara, morta a sedici anni il 12 agosto 1986 ·

L’ultima fotografia di Cristina Chiara, detta Chicchi

«Gesù, scendi subito, perché oggi devi fermarti nella mia casa, per abitare tutte le mie relazioni e le mie amicizie e insegnarmi ad ascoltare la Parola». Inizia così la preghiera del Sinodo dei giovani. C’è tutta l’urgenza della gioventù in queste parole: per ben cinque volte viene ripetuto «Gesù, scendi subito». Scendi subito perché non c’è tempo da perdere: contagia le mie relazioni, le mie amicizie, la mia comunità con la tua parola. Un’urgenza dunque che non è solo fare, ma è anche desiderio di ascolto, qualcosa che parrebbe lontano dal mondo dei giovani. Invece ci sono testimonianze che vanno altrove.

È il 12 agosto 1986, una terribile giornata di caldo in una Roma deserta, quando chiude gli occhi Cristina Chiara, detta Chicchi. La madre l’ha riportata a casa dal Policlinico per farla morire nella sua camera. Se è sempre difficile andarsene, e lasciare andare, lo è ancora di più quando si ha appena 16 anni.

Chicchi nasce in una famiglia come tante nell’Italia degli anni settanta. L’amore tra i futuri genitori sbocciato sui banchi dell’università, il matrimonio, l’uomo che lavora e la donna casalinga, il marito ateo, la madre credente. La particolarità sta nel fatto che Angela, la mamma di Chicchi, è coreana e si è convertita al cattolicesimo da adulta, dopo essere arrivata in Italia a 24 anni. La fede che dunque Chicchi respira in casa è una fede scelta, vissuta appieno (da Roma, attraverso le tante lettere inviate in oriente, Angela porterà al battesimo tutta la numerosa famiglia). Una fede a cui la ragazzina fa compiere un passo ulteriore.

Chicchi rivela subito di possedere una memoria singolare. A soli due anni, sente una suora amica della madre rammaricarsi per non aver saputo dire a un esame di geografia quale fosse la capitale della Danimarca. «Copenaghen!» trilla una vocina dal basso. L’anno dopo, scendendo le scale di una chiesa a Ostia, Chicchi inizia a recitare con passione e precisione il Padre Nostro: la preghiera, ascoltata dalla voce materna e a messa, è già diventata una compagna quotidiana.

E la Parola tiene effettivamente per mano la piccola Chicchi: alle medie legge regolarmente la scrittura, quattordicenne non si accontenta più di una sola traduzione. Tenendo aperte e confrontando tre diverse versioni della Bibbia (di Gerusalemme, delle Edizioni Paoline e quella in lingua corrente uscita nel 1985) Chicchi vuole capire. Vuole entrare nel testo per viverlo affinché esso davvero possa nutrire la sua vita.

Cristina Chiara cresce sorridente e socievole, normalissima — la scuola Montessori di viale Adriatico prima, l’Istituto della Beata Vergine di via Nomentana poi. Le foto la ritraggono solo un po’ più pensierosa da quando il padre abbandona la famiglia per un’altra donna. Chicchi soffre, ma prega.

A inizio 1986, a 16 anni appena compiuti, irrompe la leucemia. Il 21 gennaio viene ricoverata d’urgenza. L’indomani alla madre che le domanda «Come siamo capitati così all’improvviso in ospedale?», Chicchi risponde «Dio desidera che papà torni a me». Dimessa dall’ospedale il 23 marzo, poco dopo viene colpita da un’emorragia al naso. È venerdì santo. Ricondotta in corsia quel giorno stesso, nella stanza non c’è il crocifisso. Ma presa la mano della madre, guardando in alto, Chicchi dice: «Se non avessi questa sofferenza, non avrei capito la passione di Gesù. Il soldato prende prima il piede sinistro di Gesù, vi pone sopra quello destra e vi pianta un unico chiodo».

Per cercare di fermare la malattia, i medici tentano mille strade, molte delle quali estremamente dolorose. Chicchi, però, ha sempre il sorriso sulle labbra, e la parola di Dio accanto. E nel corso dell’ultimo ricovero, iniziato il 24 giugno, fino all’ultimo continuerà a preoccuparsi costantemente delle piccole difficoltà che vivono fuori i cugini e gli amici.

Sarà lei stessa a comprendere per prima che la fine è vicina. Ma nemmeno quando capirà che sta per morire — convinta di andare in paradiso accolta da quel Dio da cui non si sentirà mai abbandonata — Chicchi si dispera. Un mese prima chiede l’unzione degli infermi: «Mi rafforza di più», così giustifica la sua richiesta.

Soprattutto però, a soli 16 anni, tra lo sbigottimento di chi le è accanto, Chicchi offre a Dio la sua vita per la conversione del padre. Profondamente serena — Dio non tradisce, le ripete il libro che vigila su di lei, e che è sempre sul suo comodino —, la ragazzina fa di tutto perché anche chi le sta accanto non si lasci travolgere dalla sofferenza. In questo senso, nonostante la sua brevissima vita, veramente Chicchi ha raggiunto la pienezza dell’amore, capace come è stata di trasformare davvero — con i gesti e i comportamenti — il momento della morte nell’ora dell’amore più grande.

La malattia, naturalmente, non stravolge solo la sua vita. La madre Angela si sta velocemente avvicinando al fondo del dolore, e la figlia teme per lei. Teme che la sua fede possa incrinarsi. E così le ultime settimane sono tutte un invito a continuare ad affidarsi al Signore, ad avere coraggio: durante la malattia, è Cristina Chiara che guida sua madre. «Avrai abbastanza coraggio da affrontare l’evento?»: questa domanda resta talmente impressa nella mente di Angela, che dopo la morte la sognerà. Trasfigurata dalla luce, le intima dolcemente «Mamma, alzati».

Nel momento in cui la ragazza chiude gli occhi, Angela si sente pervasa da una serenità profonda: il Signore vince la morte proprio nel momento in cui essa sembra strapparci le persone amate. Tempo dopo, leggendo le parole del salmo 117, Angela comprenderà che l’amore di Dio ha prevalso sull’amore di madre. «E compresi anche — racconta con un sorriso dolce e misteriosamente luminoso — il volto di Maria nella Pietà di Michelangelo».

Una testimonianza, quella di Cristina Chiara, che si fa contagiosa anche fuori dalle mura domestiche. Un infermiere di ematologia si lega a questa ragazzina coraggiosa e fedele. Sarà lui a riaccompagnare a casa madre e figlia, nell’ennesimo e ultimo rientro a casa, quando la paralisi ha ormai colpito tutta la parte destra del corpo di Chicchi. E l’eredità sarà anche la conversione di quest’uomo, distante dalla fede ma capace di riconoscere il soffio di Dio. Dopo l’ultima comunione, con un filo di voce, la ragazza chiede alla madre di avvicinarsi e le sussurra «Madre mia e fiducia mia». Saranno le sue ultime parole.

«Gesù, scendi subito (...) e insegnami ad ascoltare la tua Parola». Chicchi lo ha fatto. Ha citofonato a Dio, bussando alla sua Parola, trovando forza, speranza e conforto.

di Giulia Galeotti

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23 ottobre 2018

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