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Dovere di coerenza

· ​Il principio di non commercibilità del corpo umano ·

Nel marzo 2010 il «Norddeutscher Rundfunk», un network radiotelevisivo della Germania settentrionale, trasmise un servizio sul commercio di campioni biologici prelevati, da pazienti affetti da tumore, al centro medico universitario Hamburg-Eppendorf (Universitätsklinikum Hamburg-Eppendor, Uke). 

Il servizio documentò che l’ospedale aveva venduto in varie parti del mondo, tramite la ditta statunitense Tristar, collezioni di campioni biologici. I pazienti non soltanto non avevano dato il consenso, ma erano completamente ignari della vendita del materiale biologico da loro prelevato. Il servizio televisivo destò una corale indignazione per l’accaduto, salvo poi constatare, nello sbigottimento generale, che la vendita di campioni biologici umani senza consenso, e senza alcuna informazione agli interessati, era assolutamente legittima: una normativa vigente nel länder di Amburgo lo consente, prevedendo, come unica condizione, che il materiale biologico sia reso anonimo.
L’esempio è indicativo di uno scollamento tra la prassi e quanto stabilito in autorevoli documenti sull’etica biomedica, che prevedono il principio di non-commerciabilità del corpo umano e delle sue parti. Il principio della non-commerciabilità è sancito, per esempio, dalla «Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina» del Consiglio d’Europa, il cui articolo 21 stabilisce che «il corpo umano e le sue parti non debbono essere, in quanto tali, fonte di profitto».
Il commercio di organi, tessuti, cellule, sangue umani avviene in vari modi.
Vi è un commercio illegale. I casi più drammatici riguardano il noto turpe fenomeno del traffico illegale di organi umani per il trapianto, sul quale qui non ci si sofferma. Una seconda tipologia di situazioni riguarda il rimborso che i “donatori” possono legalmente ricevere. Il rimborso (per i disagi e le eventuali spese sostenute) spesso sconfina in un vero e proprio pagamento.
Un caso tipico riguarda la “donazione” di gameti: le donne che si sottopongono a trattamenti ormonali e interventi per la “donazione” di ovociti ricevono somme non trascurabili.

di Carlo Petrini

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