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Chiarezza di coscienza
e concretezza

· L’incontro del Papa con i gesuiti a Panamá ·

«Chiarezza di coscienza» e «concretezza» sono le due coordinate con cui «salveremo l’uomo»: vanno bene per i gesuiti centroamericani ma, oggi più che mai, dovrebbero orientare le scelte di tutti. Sono suggerimenti schietti e pratici quelli proposti da Papa Francesco per rispondere alla crisi di una «società liquida», tra una «cultura asettica» e una «nuova colonizzazione».

«Chiarezza di coscienza» e «concretezza» sono state dunque le linee guida della conversazione del Pontefice con trenta gesuiti del Centroamerica, avvenuta il 26 gennaio scorso nella sede della nunziatura durante il viaggio a Panamá — terra nobile e colorata, l’ha definita Francesco — in occasione della Giornata mondiale della gioventù. Oltretutto proprio in quei giorni di permanenza nel paese centroamericano è riesplosa la crisi in Venezuela. Il testo integrale della conversazione viene pubblicato nel numero 4048 de «La Civiltà Cattolica», in uscita il 16 febbraio, a cura del direttore, padre Antonio Spadaro.

«Io non ho preparato niente, domandate quello che volete» è stata la premessa del Papa, a tu per tu con diciotto giovani novizi accompagnati dal provinciale centroamericano della Compagnia, padre Rolando Enrique Alvarado López (il territorio comprende Panamá, Costa Rica, Nicaragua, El Salvador, Honduras e Guatemala).

Nella conversazione «in famiglia», ricca di ricordi ed esperienze di vissuto persone, il Pontefice ha affrontato a viso aperto temi come la teologia della liberazione, l’educazione dei giovani e il rapporto con la politica. Prendendo le mosse da una domanda sulla causa di beatificazione di Rutilio Grande García, il gesuita salvadoregno — amico e collaboratore dell’arcivescovo Romero — ucciso nel 1977, Francesco ha confidato: «Voglio molto bene a Rutilio. Nell’ingresso della mia stanza c’è una cornice che contiene un pezzo di tela insanguinata di Romero e gli appunti di una catechesi di Rutilio (...). Sono stato molto devoto a Rutilio anche prima di aver conosciuto bene la figura di Romero. Quando ero in Argentina, la sua vita mi ha colpito, la sua morte mi ha toccato. Secondo le ultime notizie che ho da persone informate, la dichiarazione di martirio sta andando bene».

Per il Papa, Rutilio «è stato il profeta. Ha “convertito” Romero. Qui c’è una visione: la dimensione della profezia, quella di colui che è profeta per la testimonianza della vita, e non solamente come quelli che lo sono perché fanno lezione e vanno in giro a parlare. Lui è un profeta di testimonianza. Ha anche detto quello che aveva da dire, ma è stata la sua testimonianza, quella del martirio, che alla fine ha mosso Romero. È stata la grazia».

Il maestro dei novizi, padre Silvio Avilez, ha chiesto un consiglio all’antico «collega» Jorge Mario Bergoglio, che ha ricoperto il suo stesso incarico per un anno e mezzo, tra il 1972 e il 1973. «Tra le cose che andrebbero trasferite a oggi e che restano attuali — ha detto il Pontefice — metterei in rilievo un atteggiamento: la chiarezza di coscienza. Per i subdoli non c’è posto: alla Compagnia non servono». Il suggerimento da dare ai novizi, secondo Francesco, è essere «trasparenti», altrimenti «meglio che ve ne andiate. Perché le cose si metteranno male». Vivere «senza chiarezza di coscienza», ha insistito, vuol dire «fermarsi al guscio della Compagnia, non entrarci dentro». Insomma, «è la chiarezza di coscienza che ci fa gesuiti». Consapevoli che senza trasparenza «sarete un fallimento, sarete dei gesuiti inconsistenti e allora è meglio andarsene» e magari «essere buoni padri di famiglia».

Non è ricorso certo a giri di parole il Pontefice rispondendo alla questione della «vocazione di fratello» nella Compagnia di Gesù. Facendo riferimento al canto En todo amar y servir ben noto tra i gesuiti, con cui i novizi lo hanno accolto all’inizio dell’incontro, Francesco ha fatto presente «che il fratello è quello che ha il carisma più puro della Compagnia: servire, servire, servire». Il fratello, ha spiegato, è il vero protagonista di quel canto perché è un uomo «concreto». Però, ha messo in guardia, devono essere tolte di mezzo una volta per tutte le categorie sociologiche e ideologiche: «Il fratello non ha bisogno di cosmesi» e soprattutto «questa vocazione non deve essere perduta».

Nel pieno della Giornata mondiale della gioventù, non è poi mancata una domanda sulla «cultura dell’incontro» per una gioventù «invasa da tanta cultura informatica». Il Pontefice ha fatto notare come oggi «sembra che l’incontro a volte venga troncato e che la vicinanza sia mediata dalla rete informatica. Il mondo virtuale aiuta nel creare contatti, ma non “incontri”. A volte “fabbrica” incontri, seducendoti con i contatti». Riferendosi in particolare al pensiero di Zygmunt Baumanm, il Papa ha rilanciato l’allarme per una società «liquida» e «senza radici», fatta appunto di «contatti» ma non di «incontri».

Secondo Francesco, dunque, siamo davanti anzitutto a «una crisi di radici». Anche perché «la generazione di mezzo, vale a dire i genitori dei giovani, non ha la forza di trasmettere le radici». Tanto che oggi «sono i nonni a dare le radici». Per cui incontrare «i vecchi» non è semplicemente «un’idea romantica». Ma una prospettiva di futuro, forse l’unica «àncora che può salvare la nostra gioventù». Del resto, «quello che ci propone la cultura virtuale — ha spiegato Francesco — è qualcosa di liquido, di gassoso, senza radici, senza tronco, senza niente. Succede la stessa cosa in campo economico e finanziario». Insomma Davos è un’economia senza radici. E proprio a proposito di concretezza e di radici, il Papa ha commentato anche una notizia emersa in occasione dell’incontro di Davos, ossia «che il debito generale dei Paesi è molto più alto del prodotto lordo di tutti insieme». Per Francesco «è come la truffa della catena di sant’Antonio: le cifre si gonfiano, milioni e miliardi, ma sotto non c’è altro che fumo, è tutto liquido, gassoso, e prima o poi crollerà».

Ecco che, ha rilanciato, «la virtù che oggi viene richiesta a tutti, e tanto più a un gesuita, è la concretezza». Soprattutto, ha ammonito, «basta con la testa fra le nuvole! (...) Via le cosucce eteree». E avanti tutta con «la vita spirituale concreta, la vita impegnata concreta, la vita di amicizia concreta». Come esempio pratico il Papa ha indicato l’azione di un gesuita, «padre La Manna, che adesso è all’Istituto Massimo di Roma. È riuscito a fare concretezza nel suo istituto, una delle scuole più chic di Roma; è riuscito a creare con i ragazzi un impressionante spirito sociale».

Sempre in risposta a una domanda, il Pontefice ha parlato del contributo che la Compagnia di Gesù nell’America centrale può apportare alla Chiesa universale. «In America voi siete stati pionieri negli anni delle lotte sociali cristiane» ha affermato, aggiungendo: «Se padre Arrupe scrisse la Lettera su cristiani e “analisi marxista” per parlare della realtà della teologia della liberazione, è perché c’era qualche gesuita che si confondeva un po’. Non con cattive intenzioni, ma si era confuso, e a quel punto il padre ha dovuto rimettere le cose a posto. Rimetterle a fuoco». Allora «chi condannava la teologia della liberazione, condannava tutti i gesuiti del Centroamerica. Ho sentito condanne terribili. E chi la accettava, accettava tutto senza fare distinzioni. In ogni modo, la storia ha aiutato a discernere e a purificare».

«A quei tempi — ha ricordato il Papa — un giorno presi l’aereo per andare a una riunione. Partivo da Buenos Aires, ma, siccome il biglietto costava meno, feci scalo a Madrid, per poi andare a Roma. A Madrid salì a bordo un vescovo centroamericano. Lo salutai, lui mi salutò; ci sedemmo accanto e cominciammo a parlare. Io gli domandai della causa di Romero, e lui mi rispose: “Non se ne parla nemmeno, proprio no. Sarebbe come canonizzare il marxismo”. È stato solo il preludio. Ha continuato di questo passo. Anche nell’episcopato c’erano visioni diverse, c’era pure chi condannava la linea della Compagnia. E infatti quel vescovo passò dal criticare Romero a criticare i gesuiti dell’America centrale. Ma non era certo l’unico a pensarla così. All’epoca, alcuni altri membri della gerarchia ecclesiastica erano molto vicini ai regimi di allora, erano molto “inseriti”». In proposito il Pontefice ha aggiunto: «Le dittature che avete avuto voi in Centroamerica erano del terrore. L’importante è non farsi sopraffare dall’ideologia né da un lato né dall’altro, e nemmeno dalla peggiore di tutte, che è l’ideologia asettica. “Non impicciarti”: questa è l’ideologia peggiore».

«Oggi noi vecchi — ha confidato — ridiamo per quanto ci eravamo preoccupati riguardo alla teologia della liberazione. Quello che allora mancava era la comunicazione all’esterno di come le cose stavano per davvero. C’erano molti modi di interpretarla. Certo, alcuni sono scaduti nell’analisi marxista». A questo proposito Francesco ha voluto poi raccontare «una cosa divertente: il grande perseguitato, Gustavo Gutiérrez, il peruviano, ha concelebrato la messa con me e con l’allora prefetto della Dottrina della Fede, il card. Müller. Ed è successo perché proprio Müller me lo portò come suo amico. Se qualcuno a quell’epoca avesse detto che un giorno il prefetto della Dottrina della Fede avrebbe portato Gutiérrez a concelebrare con il Papa, lo avrebbero preso per ubriaco. La storia è maestra della vita». Per dare forza al suggerimento di «ricorrere alla storia per capire le situazioni», e anche per non condannare o santificare in anticipo le persone, il Papa ha consigliato di leggere «la Storia dei Papi di Ludwig von Pastor» e i quattro volumi di padre Giacomo Martina «sulla storia della Chiesa da Lutero ai nostri giorni».

La questione della «professione dei voti», proposta dai novizi che stanno per farla, ha dato al Papa l’opportunità di proporre una riflessione sulla cultura del provvisorio che oggi «prevale sul definitivo». E «i voti sono perpetui» ha rammentato «e su questo non si scherza». In realtà, ha affermato, «giocarsi la vita è una delle cose più arrischiate che ci siano oggi». Il nucleo della Compagnia — ma è così per ogni vita davvero vissuta — «è amare e servire», non con una scadenza a tempo. Vale per la vita religiosa come anche per il matrimonio. Ma questo, ha rassicurato Francesco, non deve spaventare.

Il tema dell’inculturazione, in particolare riguardo ai popoli americani, è stato presentato al Papa con tutte le problematiche che oggi porta con sé. E Francesco ha risposto ricordano che sua «nonna teneva molto alla catechesi» e «spiegava che nella vita dovevamo essere umili e non dimenticarci» delle radici. Facendo ricorso a un’immagine propria della cultura contadina, ha aggiunto che «chi si dimentica della sua cultura ha proprio bisogno di una rastrellata in faccia».

«È terribile quando la consacrazione a Dio ci rende snob, ci fa salire di categoria sociale verso una che ci sembra più adeguata alla nostra» ha affermato il Papa. «Ciascuno — ha detto — deve conservare la cultura da cui proviene, perché la santità che vuole raggiungere si deve basare su quella cultura, non su un’altra». E al gesuita che gli ha posto la questione Francesco ha voluto dare un consiglio diretto: «Tu che vieni da quelle culture, non ti inamidare l’anima, per favore! Sii maya fino alla fine. Gesuita e maya».

Nella conversazione Francesco ha inoltre rivelato che si sta lavorando alla causa di beatificazione di Matteo Ricci e si parla dell’importanza della sua «amicizia con Xu Guangqi, il laico cinese che lo accompagnava e che restò laico e cinese, santificandosi da cinese e non da italiano com’era Ricci».

L’atteggiamento che i gesuiti devono avere verso la politica è stato l’ultimo punto proposto al Papa nella conversazione. «Oggi a pranzo mi ha fatto la stessa domanda una ragazza del Nicaragua» ha risposto, aggiungendo: «La dottrina sociale della Chiesa è limpida ed è diventata sempre più esplicita attraverso diversi pontificati. Su questo l’Evangelii gaudium è chiarissima. Inoltre, anche il Vangelo è un’espressione politica, perché tende alla polis, alla società, a ogni persona e alla società, a ogni persona in quanto appartiene alla società. È vero che la parola “politica” è a volte persino disprezzata e intesa soltanto come logica della parte, settarismo politico, con tutto ciò che questo comporta in America latina quanto a corruzione politica, sicari della politica e via dicendo».

«L’impegno politico per un religioso — ha ricordato Francesco — non significa militare in un partito politico. È chiaro che bisogna esprimere il proprio voto, ma il compito è quello di stare sopra le parti. Però non come chi se ne lava le mani, bensì come uno che accompagna le parti perché giungano a una maturazione, apportando il punto di vista della dottrina cristiana. In America latina non sempre c’è stata maturità politica». In proposito il Pontefice ha citato «alcuni problemi che per me hanno rilevanza politica. Il primo è quello della nuova colonizzazione. La colonizzazione non è solo quella che avvenne quando arrivarono gli spagnoli e i portoghesi che presero possesso delle terre. Questa è una colonizzazione fisica. Oggi le colonizzazioni ideologiche e culturali sono di moda, sono quelle che stanno dominando il mondo. In politica voi dovete analizzare bene quali sono oggi le colonizzazioni a cui sono sottoposti i nostri popoli».

Il secondo problema, ha affermato il Pontefice, «è quello della nostra crudeltà. L’ho detto a un politico europeo, che mi ha risposto: “Padre, l’umanità è sempre stata così, soltanto che ora con i media ce ne accorgiamo di più”. Può darsi che abbia ragione. Ma la crudeltà è terribile. Si inventano persino le torture più raffinate, si degrada l’umano. Ci stiamo abituando alla crudeltà». Infine, ha concluso il Papa, «il terzo riguarda la giustizia ed è la pena senza speranza. Ieri ero felice quando ho lasciato l’istituto dei minori, perché ho visto tutto il lavoro che fanno lì per ricostruire la vita di persone, ragazzi, ragazze molto degradati dai delitti, per reinserirli. Ma la cultura della giustizia aperta alla speranza non è ancora ben radicata».

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