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Chiara Badano e la luce dello Spirito

· La beatificazione presieduta a Roma dall'arcivescovo Amato ·

«La beata Chiara Badano è una missionaria di Gesù, un'apostola del Vangelo come buona notizia a un mondo ricco di benessere, ma spesso malato di tristezza e di infelicità. Ella ci invita a ritrovare la freschezza e l'entusiasmo della fede». Lo ha detto l'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, presiedendo il rito di beatificazione della giovane focolarina (1971-1990), svoltosi sabato pomeriggio, 25 settembre, nel santuario romano del Divino Amore.

Davanti a migliaia di fedeli giunti da ogni parte del mondo e con i giovani in prima linea, monsignor Amato, in rappresentanza di Benedetto XVI, ha iscritto il nome di Chiara nell'albo dei beati. È la prima volta che un'appartenente al Movimento dei Focolari viene elevata all'onore degli altari.

«L'invito a ritrovare l'entusiasmo della fede — ha detto il presule — è rivolto a tutti, ai giovani anzitutto, ma anche agli adulti, ai consacrati, ai sacerdoti. A tutti è data la grazia sufficiente per diventare santi. Rispondiamo con gioia a questo invito di santità e ringraziamo Benedetto XVI per il dono della beatificazione della nostra Chiara Luce», come amava chiamarla la fondatrice dei Focolari Chiara Lubich. «Si tratta — ha proseguito — di un segno concreto della fiducia e della stima che il Papa ha nei giovani, nei quali vede il volto giovane e santo della Chiesa».

La spiritualità focolarina è stata vissuta dalla nuova beata in maniera esemplare. A questo proposito, l'arcivescovo ha sottolineato come «l'abito nuziale col quale Chiara andò incontro al Signore Gesù era impreziosito dai “sette diamanti” della spiritualità cristiana e focolarina: Dio Amore; fare la volontà di Dio; Parola di vita vissuta; amore verso il prossimo; amore reciproco che realizza l'unità; presenza di Gesù nell'unità». «Ma c'è — ha aggiunto — un settimo diamante, il più prezioso, che brilla più degli altri, ed è l'amore a Gesù Crocifisso e abbandonato». Questo — secondo Chiara Lubich — è «il cardine principe, che riassume la spiritualità focolarina e che la beata ha interpretato al meglio. L'amore a Gesù abbandonato le infuse quell'energia spirituale, quella grazia capace di sopportare ogni avversità».

Monsignor Amato ha poi ripercorso le tappe della malattia che colpì la giovane Chiara e che in poco tempo la condusse alla morte. «Colpita a sedici anni da osteosarcoma — ha detto — accetta la croce con dolore, ma con serena fortezza: “Non ho più le gambe e mi piaceva tanto andare in bicicletta, ma il Signore mi ha dato le ali”. Soffriva, ma l'anima cantava. Rifiuta la morfina perché — diceva — “mi toglie lucidità e io posso offrire a Gesù soltanto il mio dolore”. Alla fine di dicembre del 1989, quando la malattia la stava divorando, riceve da Chiara Lubich la “Parola di Vita”: “Chi rimane in me ed io in lui, questi porta molto frutto” ( Giovanni 15, 5). Il 26 luglio dello stesso anno, la Lubich le dà un nome nuovo, “Luce”. Nome indovinatissimo perché Chiara era un'esplosione di luce divina, che sorprendeva tutti, giovani e adulti. Diceva spesso: “Gesù è da amare e basta”. E fin da piccola, fu generosissima nel corrispondere all'ideale dell'amore di Dio e del prossimo».

Un'esistenza breve ma vissuta intensamente, durante la quale la nuova beata seppe testimoniare il Vangelo della carità verso chiunque incontrasse sulla sua strada. «I giorni dell'esistenza terrena di Chiara — ha ricordato il prefetto — furono giorni di carità donata a piene mani. Ella cambiò il dolore in gioia, le tenebre in luce, dando significato e sapore anche allo strazio del suo corpo debole. Nella malattia, ella si rivelò donna forte e sapiente: “Voi siete il sale della terra e la luce del mondo”».

Il presule ha poi proposto alcuni episodi della vita di Chiara Luce che rivelano la sua carità verso il prossimo. «Ad appena undici anni — ha ricordato — si propone di “amare chi mi sta antipatico”. Quando invitava qualcuno a pranzo diceva alla mamma di mettere la tovaglia più bella, “perché oggi Gesù viene a trovarci”. In paese c'era una certa signora Maria, una donna emarginata, che non godeva di nessuna considerazione e non andava mai in chiesa. Chiara, incontrandola spesso per strada, l'aiutava a portare gli oggetti pesanti e la chiamava “signora” Maria. Quando Maria seppe della morte di Chiara, volle andare in chiesa. Si vestì come si deve, partecipò alla messa e diede come offerta ben cinquantamila lire, molte per quei tempi». Un giorno un'amica domanda a Chiara: “Con gli amici al bar, ti capita di parlare di Gesù, cerchi di far passare qualcosa di Dio?”. “No, non parlo di Dio”. “Ma come, ti fai sfuggire le occasioni?”: E lei: “Non conta tanto parlare di Dio. Io lo devo dare”».

La carità di Chiara era l'espressione della sua unione con Cristo. «Con i suoi atti d'amore — ha detto l'arcivescovo — la nostra beata ha anche riempito la valigia per il suo santo viaggio. L'amore a Gesù era da lei vissuto quotidianamente in mille episodi di carità. Non propositi al vento, ma fatti concreti. A Gianfranco Piccardo, volontario in partenza per scavare trenta pozzi d'acqua potabile in Benin, consegna i suoi risparmi, un milione e trecentomila lire, regalo per il suo ultimo compleanno, dicendo: “A me non servono, io ho tutto”».

La sua carità si manifestò anche negli ultimi giorni della sua vita. «Questa ragazza, all'apparenza fragile — ha aggiunto — in realtà era una donna forte. Anche sul letto di morte fece un ultimo dono, quello delle cornee ancora trapiantabili, perché non intaccate dal male. Furono espiantate e due giovani oggi vedono grazie a lei». Anche i medici rimasero meravigliati dal comportamento di Chiara di fronte alla malattia e alla sofferenza. «Innaturale, eccezionale, incredibile: sono questi — ha concluso il presule — gli aggettivi usati dai medici curanti per descrivere la serenità e la fortezza di Chiara di fronte alla malattia mortale. È vero. Il suo atteggiamento era innaturale, perché completamente soprannaturale, frutto di grazia divina, di fede infinita e di eroismo virtuoso. Lei parlava dell'abito di sposa per i suoi funerali, come farebbe una ragazza che si prepara per il matrimonio. Diceva: “Io non piango, perché sono felice”. E alla mamma: “Quando mi vorrai cercare, guarda in cielo, mi troverai in una stellina”. Chiara Lubich, spiegando il nome «Luce» che le aveva dato, scrive che, guardando una sua foto, la giovane “non aveva gli occhi della semplice gioia, ma qualcosa di più, direi la luce dello Spirito”». La sua memoria liturgica è stata fissata al 29 ottobre.

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