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Chiamati a essere
amici di Dio

· Padre Awi Mello ai partecipanti al congresso di pastorale vocazionale in Colombia ·

Dopo il Sinodo dei vescovi dello scorso ottobre non si può più pensare a una pastorale giovanile «separata» da quella vocazionale. E quest’ultima, a sua volta, «non può essere separata dalle altre pastorali: bisogna pensarle unite», valorizzando concretamente la «sinergia che deve esserci tra le diverse azioni pastorali della Chiesa». Così padre Alexandre Awi Mello, segretario del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, delinea gli scenari del dopo-Sinodo in chiave essenzialmente vocazionale, puntando su una visione pastorale complessiva che eviti i «compartimenti stagni» e venga incontro alle esigenze dei giovani «che sono alla ricerca della loro missione nel mondo».

Il logo del congresso di Bogotá

In un videomessaggio indirizzato ai partecipanti al congresso nazionale di pastorale vocazionale, tenutosi nei giorni scorsi a Bogotá per iniziativa della Conferenza episcopale della Colombia, il sacerdote di Schoenstatt ha proposto una riflessione sull’esortazione apostolica Christus vivit a partire dal concetto di «pastorale giovanile vocazionale» che fa da sfondo alla riflessione sinodale. Che cosa significa in pratica? Per padre Awi Mello vuol dire essenzialmente che non dev’esserci «una separazione ma una integrazione» tra i gruppi e i movimenti impegnati con le nuove generazioni e la pastorale ordinaria della Chiesa: «tutte le forze che lavorano all’evangelizzazione dei giovani — ha ribadito — devono essere unite» e «tutte devono pensare sempre al loro lavoro in una prospettiva vocazionale». Si tratta, in sostanza, di aiutare i ragazzi e le ragazze a prendere coscienza del fatto che «Dio li ama, li conosce personalmente e per ciascuno ha pensato a una missione in questo mondo». Questa è «la vocazione, la chiamata di Dio», che è in primo luogo «una chiamata alla vita, all’amore, alla realizzazione personale».

In proposito, il segretario del dicastero ha invitato a rileggere e ad approfondire soprattutto l’ottavo capitolo dell’esortazione apostolica, dedicato specificamente alla vocazione. Qui il Papa colloca la tematica vocazionale «in una dimensione più ampia», ricordando che «la prima chiamata è all’amicizia con Dio, a una vita di alleanza con Lui». Ecco l’orizzonte esistenziale e spirituale da indicare prioritariamente ai giovani: «Dio mi ama, Dio mi salva, Gesù è vivo e vuole entrare in un contatto personale di amicizia con me». Si tratta di «una chiamata personale, una chiamata alla vita, all’amore, una chiamata alla santità». E questo, ha ribadito il sacerdote, «deve essere il cuore della pastorale giovanile: da qui dobbiamo partire».

Una seconda dimensione della chiamata è il «servizio degli altri». Nella Christus vivit, ha fatto notare padre Awi Mello, il Pontefice ripete un’espressione già adoperata nella Evangelii gaudium: «io sono una missione su questa terra». È significativo che Francesco usi il verbo “essere” e non il verbo “avere”. Ciascuno «è una missione — ha spiegato il segretario — perché Dio l’ha pensato per servire il mondo: ciascuno è una missione per gli altri». Questo, ovviamente, «passa per la mia professione, per la mia vocazione, per il mio stato di vita». Ed è «assolutamente centrale che ogni giovane si renda conto di avere una vocazione di servizio»: una vocazione che «può coinvolgere tutte le proprie forze», che si basa sulle «qualità» e le «caratteristiche» impresse in ciascuno da Dio, che attraversa «la storia personale». E, in questa prospettiva, perfino una croce può diventare una specifica missione.

In effetti, ha spiegato il sacerdote, «la chiamata missionaria è per gli altri. Nessun giovane è stato pensato da Dio per se stesso. Se la vocazione fosse solamente autorealizzazione sarebbe un concetto ben povero». Essa invece «è una chiamata al servizio, anche se ovviamente nel servizio ci si realizza personalmente». Una constatazione, questa, che accomuna anche i non cristiani e i non credenti, perché ogni essere umano, ha osservato padre Awi Mello, comprende che stare in questo mondo ha senso solo se la propria esistenza è utile agli altri. «Non serve a niente — ha affermato — impiegare la vita semplicemente cercando piaceri che alla fine non lasciano soddisfazione: realizzarsi al servizio degli altri è l’unico modo per portare la felicità nella vita di ogni persona».

Richiamando la seconda parte del capitolo, il segretario ha poi accennato alle specifiche vocazioni che possono orientare la vita di un giovane: a partire da quella «all’amore e alla famiglia», passando per quella al lavoro, fino ad arrivare alla consacrazione nella vita religiosa, nel sacerdozio o in altre forme speciali di «celibato per il Regno». Padre Awi Mello ha messo in evidenza, in particolare, la dimensione della «fecondità», alla quale sono chiamati non solo i genitori ma anche i consacrati. «La vocazione alla fecondità è per tutti» ha insistito, pur sottolineando la peculiare missione della famiglia che, aprendosi al dono della vita, trasforma gli sposi in «con-creatori».

Infine, il segretario del dicastero ha posto l’accento sulla necessità di «riservare spazi al silenzio e alla riflessione», dando vita a un autentico percorso di discernimento. Una pastorale giovanile vocazionale che si rispetti, ha affermato, deve guidare i giovani a scoprire la propria missione «con Dio, illuminati dallo Spirito Santo, seguendo gli impulsi che Dio pone nel cuore, la voce dell’anima». Solo in questo modo, ha concluso, «posso capire qual è realmente la mia chiamata: a uno stato di vita o a una professione, ma soprattutto alla santità».

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23 agosto 2019

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