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Chiamati da ciò che ancora non è

Anticipiamo uno stralcio della relazione che Gerl-Falkovitz tiene al Meeting di Rimini nel pomeriggio del 19 agosto in occasione della presentazione della mostra Romano Guardini 1885-1968. «Vorrei aiutare gli altri a vedere con occhi nuovi». Sarà proprio la studiosa tedesca, professore emerito di Filosofia delle religioni e Scienze religiose comparate all’università di Dresda, a ricevere il prossimo Premio internazionale Medaglia d’oro al merito della cultura cattolica. Lo annuncerà nel corso dell’incontro Francesca Meneghetti, presidente dalla Scuola di cultura cattolica di Bassano del Grappa. L’incontro sarà introdotto da Monica Scholz-Zappa, che insegna Scienze linguistiche e culturali all’università Albert-Ludwig di Friburgo in Brisgovia (e ha curato la traduzione in italiano)

«Solo chi conosce Dio, conosce l’uomo». Così recita il titolo del tema scelto da Guardini per il Katholikentag (il raduno biennale dei cattolici tedeschi) tenutosi a Berlino nel 1952. La citazione è nota e (per questo motivo) non vi si presta più attenzione. Ma, chi conosce veramente Dio? Pensando più in profondità: Chi potrebbe pronunciare una tale frase, così lapidaria, senza essere entrato nel raggio di Dio? Senza presunzione, ma per la familiarità con l’opera di Guardini, mi è possibile dire che tutta la sua persona e il suo pensiero sono stati “protesi verso di Lui”. Come ci testimonia il suo amico Heinrich Kahlefeld: «Ha taciuto a tanti con quale profondità egli abbia adorato Dio Padre e quanto gli fosse familiare la bellezza di Cristo». Anche la molteplicità e la profondità dei lavori di Guardini dimostrano proprio che in questa sua posizione di tensione — in questo suo essere proteso — viene alla luce qualcosa di molto grande e degno di stupore.

In questo senso, si impone sempre la domanda: in cosa consiste veramente la specificità tematica dell’opera di Guardini, in cosa consistono le sue motivazioni fondamentali, perché era in grado di coinvolgere le persone più diverse (e in quale numero!) e verso quale scopo il tutto converge? La proposta qui oggi è la seguente: Guardini ha pensato e sperimentato il Dio vivente come forza del divenire stesso. Cioè, come forza dell’inizio, dell’iniziativa, come inizio della creazione ma, ancora di più, come inizio della salvezza, Salvezza che è «più grande della creazione»: «E se già il creare, il quale fa sì che quanto non esiste cominci ad esistere, è un impenetrabile mistero, così è sottratto a ogni sguardo e a ogni misura umana quanto significa che Dio faccia del peccatore una persona che si presenta senza colpa. È una creatività che viene dalla pura libertà dell’amore. Nell’intervallo fra i due stati v’è una morte, un annientamento [quell’] incomprensibilità tocca il cuore».

Da questo secondo, “altro inizio” viene disegnato il divenire dell’uomo, che si lascia inserire nell’“opera” di Dio, e il dipanarsi dell’esistenza cristiana durante tutta la vita. “Opera”, una parola sulla quale si è basato il suo impegno alla Burg Rothenfels; una parola nella cui dinamica e prospettiva escatologica Guardini coinvolgeva i giovani, gli studenti e uditori all’università.

Nel divenire è la libertà, nella libertà si decide il destino, e Guardini osava parlare del destino di Dio negli uomini. Ma anche del destino dell’uomo in Dio, dell’uomo che si confronta con Dio. Da ciò è nata viva la passione di Dio — il patire e la passione (Leiden und Leidenschaft) — in cui anche l’uomo, che si inserisce nel raggio di luce della Sua iniziativa, è divenuto vivo. «Dio non è Colui che contrappone una realtà già fatta e delle richieste da eseguire. Egli ha generato la pienezza di una realtà che sfida e tutte quelle possibilità da ricercare e da cogliere con la giusta iniziativa e forza creativa. Il mondo diventa di fatto così, come l’uomo lo fa».

Alcuni uomini riescono a cogliere la sfida del Nuovo, altri invece no. «Il significato dei santi — dice Guardini — consiste proprio in questo, che nella loro esistenza il processo del divenire nuovi — che per noi è dappertutto coperto e disturbato — emerge con particolare chiarezza, energia e con la forza della promessa». Fino alla sua ultima opera incompiuta — L’esistenza del cristiano — una domanda lo ha particolarmente accompagnato: a quale trasformazione sono veramente sfidati, chiamati e di quale trasformazione sono capaci la coscienza cristiana e l’agire cristiano? Tale “divenire” accade già nella preghiera vera: «Conoscere qualcosa di Cristo o rimanere nella vicinanza del Signore è già in sé un atto santo. Ogni volta che un tratto della sua santa figura diventa vivo o una sua parola ci tocca, questo significa già un divenire interiore».

Alla luce di questo “divenire nuovo”, la teologia di Guardini — diversamente da tanti altri — non è prima di tutto antropologia, ma prima di tutto parola del Logos divino, prima di tutto Parola della Rivelazione, prima di tutto Parola del Mistero che si comunica. Di fronte a Dio l’uomo deve inginocchiarsi e diventare in Lui glorioso. Nel Dio rivelato l’uomo si rivela a se stesso.

Dalla Rivelazione si desta qualcosa di insondabile: il Mistero del nuovo inizio, Dio stesso come inizio. Guardini ama la parola inizio, la usa nove volte nei suoi titoli, la riformula come “forza dell’inizio”, addirittura come “forza di novità”. Inizio è qualcosa di enorme, di mostruoso, di non (e mai) comprensibile. Inizio inteso come: Ur-Sprung, salto originario, Ur-Neues, novità originaria, gratuito, semplicemente lì, presente. Ma tutto ciò che è senza motivo, gratuito è Mistero; anche il bambino appartiene a questo Mistero, così come la fonte, così come il seme, così come tutto ciò che prima non c’era e improvvisamente appare piccolo per poi diventare qualcosa di grande. «Questo è il mistero del bambino: profondità d’inizio, pienezza di futuro, insieme dono e inizio della potenza di vita».

Il penetrare di Guardini in questa “profondità d’inizio” si trova fin da subito in una densa rete di pensieri: sempre nuovi archi di tensione diventano, nel loro susseguirsi, trasparenti. Magistralmente, e con sicuro talento e disciplina di riflessione, Guardini dipana ciò che altrimenti verrebbe vissuto, ma raramente illuminato nella sua non scontentezza. Che cos’è “inizio”? L’inizio dell’uomo è più di un punto di partenza, che viene subito abbandonato. Già questo, nel pensiero quotidiano, non è scontato.

Così come, seguendo lo stesso inaspettato movimento di pensiero, anche la fine non è semplicemente punto e interruzione. «Iniziare passa attraverso tutta la sua vita (la vita dell’uomo) e il finire già inizia con il primo respiro». Certamente c’è un inizio, che immediatamente sparisce, quando è fatto: in latino si chiama initium, lo start temporale. Ma Guardini guarda all’inizio “permanente”. Questo in latino si chiama principium, che domina tutto ciò che verrà. «La vita sorge non solo nella prima ora, quasi una volta per sempre, così da andare poi avanti in una direzione lineare, ma risorge continuamente dalla profondità, dal nascosto all’aperto; da ciò che ancora non c’è al reale».

Quale profondità misteriosa viene qui intesa? Questa domanda ci porta nel cuore dell’esistenza, nel suo “ambito originario” (Urbereich). Guardini chiama il destino più profondo dell’uomo “essere chiamato” (così il senso della parola persona). Inizio è chiamata. E ciò che chiama è una volontà, non semplicemente un informe potere primordiale, una natura generale, ottusa e incosciente. È una enorme volontà che mi crea chiamandomi, cosi come sono, beato di essere. In questa chiamata non sono una copia, uno schiavo, sostituibile da mille altri, bensì sono libero, unico, «dato nel suo essere sé ».

Questa volontà è felicità, inaudita beatitudine. È la beatitudine di essere voluti, per la quale Guardini usa la parola “grazia”, non intendendo questa parola come una pia arbitrarietà, ma come dono, senza calcolo, gratuito. «Questo amore non ha nessuna “ragione”. È ragione a se stessa. Quando si manifesta, a chi si indirizza, non viene più da chiedere un perché — se non per avere una occasione di ringraziamento e di risposta all’amore». Questo dono originario (Ur-Geschenk) è una “intima certezza di sé” la felicità di essere. Questo «inizio è inesauribile», infinitamente potente.

Dalla Sua infinità discende tutto ciò che inizia, la Sua forza rende la vita possibile. Ogni nuovo mattino si desta dalla stessa forza. In generale, dove c’è novità, sorpresa, irruzione, risveglio, essa vive dal primo, intramontabile, “perdurante” inizio. Da ciò l’importanza del mattino per la liturgia, per il lavoro, per l’esistenza in generale. È possibile formulare questo pensiero in modo significativo anche partendo dal suo altro capo. Dovunque il futuro, inteso come novità, come sorpresa, come qualcosa di non calcolabile, venga pianificato fin nel dettaglio — dove, per esempio, non venga più accettato il bambino come simbolo dell’inaspettato Nuovo — questa forza primaria, che tutto porta e tutto vuole, viene esclusa e diventa inefficace. Lì non regna più il soffio vitale di un futuro donato, ma la vacuità della chiusura.

E la chiusura è possibile. Certamente non è possibile difendersi dal fatto originale di essere donati a se stessi; o detto in un altro modo, non ci si può difendere dalla beatitudine di essere voluti, ma, ciononostante, proprio questo viene tentato, da ogni uomo, a partire da Adamo.

di Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz

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26 agosto 2019

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