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Chi sono io
per giudicare?

· Il vangelo di Giovanni e l’interrogativo di Papa Francesco ·

Non possiamo nascondercelo: c’è una domanda di Papa Francesco che si è impressa nelle coscienze e le ha divise. Perché ha innescato un processo: terribile per qualcuno, salutare per molti altri. «Chi sono io per giudicare?». Ebbene, quanto cattolico è questo interrogativo? Esso scuote il rapporto di ciascuno con l’Immutabile: ciò che Dio, in Gesù, ha detto definitivamente di sé, la sana dottrina. Si connette anche a due temi sottotraccia, ma ricorrenti nel pontificato, nuovamente esplicitati negli ultimi giorni: la capacità di discernimento e lo sguardo maschile sulla donna. Essi conducono dritti al Vangelo, a quel «chi è senza peccato scagli la prima pietra» che in nessun modo addormenta le coscienze: Giovanni, capitolo ottavo.

Lucas Cranach il Vecchio, «Cristo  e la donna colta in adulterio» (1532)

Perché condurla a Gesù? «Sorpresa in flagrante adulterio»: che cosa occorreva capire? Semplicemente, sta scritto che fare di lei. «Non commetterai adulterio»: quando Dio ha inciso su pietra parole inequivocabili, che senso ha rivolgersi a un maestro e chiedere «Tu che ne dici?». Difficile da ricevere, la verità di questo testo. Oggi sappiamo che molte generazioni cristiane ebbero il dubbio se poterlo accettare. Ne erano inquietate al punto da preferire non averlo per iscritto: pur conosciuto e commentato, esso manca nella quasi totalità degli antichi manoscritti; è spostato, quando presente, da un Vangelo all’altro, da un estremo all’altro delle narrazioni, come materiale incandescente. Ancora al concilio di Trento — era l’anno 1546 — si poteva discutere della sua ispirazione, del suo far parte o meno del canone biblico. Forse che anche noi non saremmo sconcertati da “questo” Gesù, quando venissimo a presentargli ciò che a nostro giudizio è clamorosamente meritevole di condanna? Seduto per insegnare, «si chinò e si mise a scrivere col dito per terra». Un lungo, nervoso, incomprensibile silenzio.

Abbiamo un’esigenza immensa di sapere dove sia la verità e di vederla onorata. Esigenza di afferrare cose sicure, vere, autentiche. Aspiriamo disperatamente a trovare l’appoggio in persone coerenti, a vivere nella trasparenza e non tra le ambiguità e la confusione. Siamo sconcertati da ciò che oggi è in un modo e domani in un altro, da chi seduce e poi abbandona, dall’impressione di conoscere che vien smentita dall’improvviso emergere di un lato oscuro. Inciampiamo quando regole che paiono eterne, dietro l’angolo, scopriamo violate, abbandonate, disattese. Urgenza di edificare sulla roccia, di assicurare la vita e di veder chiaro in noi stessi, negli altri e in Dio, perché la vita sia sicura e degna di questo nome.

Eppure, diceva a fine agosto Papa Francesco a dei gesuiti polacchi, «la Chiesa oggi ha bisogno di crescere nella capacità di discernimento spirituale. Alcuni piani di formazione sacerdotale corrono il pericolo di educare alla luce di idee troppo chiare e distinte, e quindi di agire con limiti e criteri definiti rigidamente a priori, e che prescindono dalle situazioni concrete: “Si deve fare questo, non si deve fare questo...”».

Conviene augurarsi, peccatori tutti come siamo, di provare sempre, nel bene e nel male, l’attrazione che condusse maldestramente scribi e farisei a Gesù: molti di loro, quel giorno, tornarono a casa cambiati; lasciarono cadere le loro pietre a terra e se ne andarono. «Uno a uno, cominciando dai vecchi fino agli ultimi»: è il miracolo di coscienze riattivate, l’accendersi di una luce interiore che inaspettatamente raggiunge zone oscure, in cui si agitano grandi inquietudini. Solo in presenza di Cristo siamo ricondotti, senza umiliazione, sul ciglio di quell’abisso che ciascuno è per sé stesso. Gesù è quella pazienza di Dio — quel volto, quel silenzio, quella pacatezza infinita — per cui non precipitiamo. Sospendendo il giudizio, egli ci riporta in un mondo in cui è possibile solo scrivere sulla sabbia, non incidere nella pietra. Ci riapre un tempo, assai breve — quello dell’unica vita che vivremo — in cui forse non riusciremo a sanare tutti i contrasti, a comprendere tutti i conflitti, a cogliere ogni sfumatura di ciò che accade, ad avere degli altri una conoscenza matura e completa. Conviene, quaggiù, tenersi nei pressi della Luce del mondo, seguire Colui che, incompreso, comprende e tutti espone alla verità del giudizio di Dio.

di Sergio Massironi

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22 agosto 2018

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