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Chi sceglie di restare

· La resistenza dei cristiani in Siria ·

Dal confine nord, nella provincia mediterranea di Latakia, verso le strade che conducono all’entroterra, in direzione di Aleppo, è tutto un susseguirsi di villaggi semideserti. A mano a mano che si penetra nella valle dell’inferno, annunciata dai crateri che hanno ridotto in poltiglia l’asfalto, la tensione sale. Per assurdo che sembri, mi sposto a piedi. Alle volte incrociando colonne di profughi che procedono in direzione opposta, verso la Turchia, altre attraverso sentieri di campagna. A pochi tornanti dalla barra di confine che da giorni non si alza per far entrare siriani in territorio turco, ci sono auto abbandonate sul ciglio della strada. Utilitarie da rottamare e una sfilza di vecchie Mercedes a gasolio da fare invidia al più fornito degli sfasciacarrozze. In Turchia, infatti, raramente è permesso entrare e ancora più raramente è permesso farlo a bordo di veicoli propri. Una misura crudele, perché obbliga migliaia di persone, di qualunque età e in qualunque condizione fisica, a mettersi in marcia verso i campi profughi, impedendo di potersi spingere più in là. A meno di non rivolgersi ai trafficanti, gli unici veri beneficiari di queste restrizioni.

Le macerie di un quartiere  cattolico ad Aleppo

Prima di arrivare avevo letto un nuovo rapporto di Medici senza frontiere (Msf). «Circa centomila persone sono intrappolate vicino ad Azaz (a trenta chilometri da Aleppo): tentano di scappare, ma sono bloccate» ha detto la direttrice delle operazioni di Msf, Raquel Ayora «tra la linea del fronte e la frontiera». Alcuni di essi sono qui, costretti a condividere la vita con i morti. E non è che una minoranza. La popolazione viene usata come arma non convenzionale per spostare il baricentro di uno scontro che è già casa per casa. L’Onu stima che il numero di chi ha dovuto lasciare le proprie abitazioni ma sia rimasto intrappolato nel paese arrivi a 6,6 milioni. In generale 4,5 milioni di siriani sono oggi in povertà estrema, secondo dati aggiornati della Croce rossa internazionale.

«Noi viviamo in una continua sofferenza, da anni. Aleppo est o Aleppo ovest, la zona controllata dall’esercito regolare e quella controllata dalle milizie anti-Assad, la sofferenza è sempre la stessa. Spesso senza acqua, sempre senza elettricità, privi di medicine essenziali, cibo, coi prezzi alle stelle, con il terrore continuo per le bombe che cadono sulle case, sulle chiese, sugli ospedali, sulle scuole». Padre Ibrahim Alsabagh, francescano, parroco latino di Aleppo, racconta in presa diretta la lenta agonia di un popolo e di una civiltà. «Quella che si combatte in Siria è una guerra mondiale». Le sue parole arrivano attraverso lettere che periodicamente invia ad amici in tutto il mondo, a cui sempre ripete che di questa «guerra mondiale Aleppo ne è l’epicentro».

Quando sarà finita, molti massacri rimarranno senza colpevoli. Molte notizie senza conferma. Come quella dei ventuno cristiani trucidati ad al-Qaryatayn, a nord di Damasco, sulla rotta per Homs e Aleppo. Il patriarca siriano-ortodosso Ignazio Aphrem denuncia l’eccidio da parte degli jihadisti. Una rappresaglia dei miliziani costretti alla ritirata dall’avanzata delle forze di Assad.

Al-Qaryatayn era passata sotto il controllo dell’Is nell’agosto del 2015. Numerosi capifamiglia cristiani della zona hanno scelto di rimanere sotto il controllo dei miliziani «per non perdere le case» di fronte all’alternativa di «morire in mare verso l’Europa».

«Si illudono di proteggere i loro interessi» affermano fonti cristiane siriane in Libano che criticano la scelta di rimanere. «Ora possono lavorare e rimanere nelle loro case, ma chi gli assicura un futuro?». Uno di loro è riuscito a trasmettere un sms a un sacerdote rimasto in contatto con molte comunità cristiane intrappolate. «Se moriremo, sarà nella nostra casa».

Sono proprio gli uomini che sto cercando.

di Nello Scavo

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22 maggio 2019

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