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Chi ha tradito
Caravaggio?

· Per smentire luoghi comuni e false credenze ·

A colloquio con Andrea Lonardo

Caravaggio «Morte della Vergine» (1604)

Chi volesse aver smentito il luogo comune di una Roma culturalmente impoverita, priva di stimoli e scarsamente reattiva alle occasioni offerte, avrebbe dovuto varcare la soglia delle tre chiese che sono state teatro dei tre incontri, promossi dall’ Ufficio per la Cultura e la pastorale universitaria del Vicariato di Roma, su Michelangelo Merisi, il Caravaggio. Chiese strapiene, posti in piedi, e un’attenzione attenta e stupita dinanzi a presentazioni di studiosi di rango. Segno che quando le proposte sono di un livello qualitativo alto la risposta del pubblico è altrettanto alta. Un pubblico peraltro non solo di addetti ai lavori e tantomeno di gente “di chiesa”. Ne parliamo con monsignor Andrea Lonardo, direttore dell’ufficio per la Cultura della Diocesi di Roma e produttore e regista delle tre serate. «Sì, è una conferma che il “bello” sa attrarre anche in questi tempi controversi, e la sua intrinseca dimensione trascendentale può essere un’opportunità pastorale efficace». Tre serate itineranti lungo tre gioielli del barocco romano: la cappella Contarelli a san Luigi de Francesi, santa Maria della scala a Trastevere, e la cappella Cerasi a santa Maria del Popolo.

Don Andrea, allora, chi ha tradito Caravaggio? «La critica. Senza dubbio. Una critica frettolosa o preconcetta che si è fissata sui rifiuti subiti in vita da Caravaggio, inventandosi un personaggio da fiction che non corrisponde alla realtà: Caravaggio il maledetto, il violento, l’isolato, l’eretico. In queste tre serate abbiamo voluto smontare con perizia scientifica questo preconcetto che pure tanto credito ha avuto in molta letteratura. Per farlo abbiamo innanzitutto guardato al contesto in cui Caravaggio si è trovato a lavorare. Un contesto di accesissima e a volte violenta competizione tra artisti. Carracci, Cavalier d’Arpino, Michelangelo: nessuno di loro può dirsi un eterodosso ma per nessuno di loro si può dire che fosse d’animo gentile. I rifiuti subiti dal pittore sono stati soprattutto il portato di questa concorrenza spietata che riguardava non solo gli artisti ma anche i loro influenti committenti e protettori. Io sono profondamente convinto che i rifiuti ricevuti da Caravaggio non abbiano nessun fondamento teologico, per quanto occorre pur dire che la Chiesa del periodo fosse un cliente molto esigente. Nondimeno penso che Caravaggio possa essere a buon ragione considerato un fedele interprete della Chiesa della Controriforma».
Monsignor Lonardo oltre che un profondo studioso è un ottimo divulgatore che sa dosare sorprese e colpi di scena. Non a caso i suoi giovani e bravi collaboratori lo chiamano scherzosamente l’”Alberto Angela” della Diocesi di Roma. Così nella seconda puntata, a santa Maria della scala, si è inventato una “vendetta” del Caravaggio. È noto che proprio qui l’artista subì il rifiuto più duro della sua carriera a Roma: la sua Morte della Vergine venne rifiutato dai padri Carmelitani che gestivano (come ancor oggi) la chiesa, perché, si dice, avrebbe utilizzato come modella una prostituta annegata nel Tevere e per via di alcuni presunti riferimenti a posizioni pauperistiche. Don Andrea non si è accontentato di smontare questa tesi in dettaglio, spiegando per esempio che il gonfiore dell’addome della Madonna indica piuttosto la maternità permanente della Vergine, ma con un colpo di teatro ha per una sera coperto la tela del Saraceni che sostituì l’opera rifiutata, e vi ha proiettato sopra a grandezza naturale la Morte della Vergine del Caravaggio, che oggi è conservata al Louvre. Dopo più di quattro secoli Michelangelo Merisi ha ritrovato il suo posto a santa Maria della scala, ha avuto il suo onore restituito, e questa volta i domenicani non hanno avuto nulla da obiettare, ovviamente. «Se la critica non ha interpretato correttamente Caravaggio è proprio perché ne ha sottovalutato la particolare dimensione religiosa: la dicotomia tra il pulito e lo sporco, tra i piedi sporchi del pellegrino e il viso di Maria, tra le terga del carnefice in primo piano e il volto di Pietro che si torce verso l’Eucarestia, cioè tra il peccato e la miseria umana da un lato e la Grazia dall’altro. Una polarizzazione esplicita in estremi termini che dove abbonda il peccato abbonda la Grazia. Tutto ciò la critica non lo ha compreso, penso per esempio a Maurizio Calvesi che legge nei piedi nudi del Cristo e degli apostoli un richiamo al pauperismo critico, o a Ferdinando Bologna che vede nel presunto naturalismo di Caravaggio (il ricorso agli indumenti dell’epoca per esempio) un supposto richiamo a simboli protestanti, senza scorgere anche qui la potente dicotomia che dicevo prima: Cristo e gli apostoli hanno quasi sempre vesti neotestamentarie. E quando questo non avviene, come nel martirio di san Matteo è perché veste i panni di un prete della controriforma». La rilettura di don Andrea Lonardo vede piuttosto un Caravaggio particolarmente sensibile ai temi della teologia sacramentaria ridefinita a Trento. Battesimo ed Eucarestia in primis. E anche qui un altro colpo a sorpresa che testimonia lo spirito devozionale del pittore tutt’altro che maledetto: la scoperta del nome di Caravaggio in una lista di artisti impegnati a turno nella pratica dell’adorazione eucaristica delle Quarant’ore. «E allo stesso modo leggo il suo disperato e vano tentativo di tornare a Roma dopo la fuga e la grazia papale. Avrebbe potuto aprir bottega con profitto ovunque, ma lui voleva tornare a Roma, il posto dove la dimensione del Sacro lo ispirava, dove poter declinare in arte il dettato del Magistero».
Paradossalmente quello che sfugge alla critica non sfugge a Papa Francesco. Da cardinale, quando risiedeva a Roma in via della Scrofa, amava andare a pregare alla cappella Contarelli, davanti al trittico su san Matteo. E quella polarizzazione caravaggesca bene-male, pulito-sporco, peccato-grazia, riecheggia nel suo motto episcopale Miserando atque eligendo desunto appunto da Matteo 9,9. Una scelta che evoca lo specifico del concetto cristiano di misericordia, che non è mero perdono, ma elezione: dal peccato ti ho liberato, dal peccato ti ho eletto fino alla mia amicizia, come ricorda una famosa omelia di Beda il Venerabile.
«Allora — conclude don Andrea — questa è la vera originalità di Caravaggio. Non solo una straordinaria cifra stilistica, non solo un innovativo uso della luce, del colore, della tragicità delle espressioni facciali, ma soprattutto una paradossale capacità di innovare nella tradizione, di drammatizzare quanto di più drammatico sia avvenuto nella storia dell’umanità: il mistero del Dio Uomo che vince la morte. Nessun’altro artista, penso, sia mai riuscito a narrare meglio la natura teandrica del Cristo, il Cielo e la terra, la asimmetricità pur unitiva del piano della Redenzione».

di Roberto Cetera

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19 settembre 2019

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