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Chi ha paura
non ha futuro

· Le parole profetiche di madre Teresa e di Giovanni Paolo II ·

Il 2 gennaio 1991, poco prima della guerra del Golfo, madre Teresa di Calcutta scrisse una lettera aperta ai presidenti degli Stati Uniti e dell’Iraq in cui li supplicava «a nome dei poveri e di coloro che diventeranno tali se scoppierà la guerra» a farsi operatori di pace e a non scatenare un conflitto sanguinoso. E li ammoniva: «Potete vincere la guerra, ma quale ne sarebbe il costo in termini di vite umane, devastate, mutilate e annientate?». Dodici anni più tardi, nel gennaio del 2003, Giovanni Paolo II tenne un importante discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede affermando che «il dialogo ecumenico fra cristiani, e i contatti rispettosi con le altre religioni in particolare con l’islam costituiscono il migliore antidoto alle derive settarie, al fanatismo o al terrorismo religioso».

Parole inascoltate che acquistano oggi un significato profetico e mostrano al mondo due grandi insegnamenti. Prima di tutto, una lezione sulla guerra. Diversi conflitti sono stati combattuti ma il «terrorismo religioso», come lo definiva Giovanni Paolo II — cioè un’azione di morte cieca e vile che riduce la religione a strumento di odio ideologico — non è stato sconfitto. Anzi, si è trasformato in un conflitto permanente: una guerra globale contro l’umanità che colpisce chiunque e ovunque.

A Nizza, nel cuore dell’Europa, le 84 vittime dell’attentato del 14 luglio appartengono alle nazionalità più diverse — francesi, italiani, tunisini, malgasci, armeni, statunitensi, tedeschi, georgiani, svizzeri, algerini, polacchi, belgi, kazaki — e circa una trentina sono musulmane. Nello Stato del Borno, nel nord-est della Nigeria, ben 240.000 bambini sono colpiti da denutrizione acuta a causa del tragico conflitto provocato, come è stato scritto sull’Osservatore Romano di ieri, dalla «violenza assassina» dei terroristi di Boko Haram.

Quelle parole pronunciate da due grandi santi del Novecento forniscono poi una lezione importante sul ruolo che possono avere le religioni nel delineare una nuova geopolitica della misericordia. Se infatti il dialogo ecumenico non è certo una questione per intellettuali o per convegni accademici, quello tra religioni è la costruzione incessante di luoghi di incontro, tra uomini e donne di fedi diverse, che possono trasformarsi in oasi di pace.

Come quelli organizzati da Giorgio La Pira nei Colloqui mediterranei svoltisi a Firenze tra il 1958 e il 1964, incontri autentici tra alcuni esponenti della «triplice famiglia di Abramo» — cristiani, ebrei e musulmani — attorno a un luogo, il Mediterraneo, che La Pira non esitava a definire come una sorta di «grande lago di Tiberiade».

Questa è senza dubbio la sfida del futuro: memori degli insegnamenti profetici del passato e consapevoli delle opportunità fornite dalla cultura del dialogo possiamo impegnarci per costruire un mondo che vada oltre i suoi tratti disumani. Anche se il presente assume le sembianze fosche degli attentati terroristici o dei volti sfigurati dei rifugiati che fuggono dalle loro case, occorre avere la fede e il coraggio di non aver paura del futuro. Perché chi ha paura non ha futuro.Evocare il Mediterraneo significa, però, parlare dell’Europa e di un suo ruolo attivo nella risoluzione di questioni che la coinvolgono direttamente: il terrorismo, le guerre in Medio oriente, i rifugiati, l’integrazione dei migranti. E bisogna chiedersi cosa sia oggi il Vecchio continente? Zygmunt Bauman ha di recente affermato che l’Europa sembra essere diventata un luogo caratterizzato dall’incertezza, da una crescente ostilità nei confronti dello straniero e dalla «paura del futuro». Un continente che però, secondo il sociologo d’origine polacca, potrebbe uscire da questa condizione se segue la determinazione di Papa Francesco che esorta ogni persona a promuovere una «cultura del dialogo», a evitare uno «scontro di civiltà» e a realizzare una «giusta distribuzione» dei frutti del lavoro.

di Gualtiero Bassetti

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