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Chi ha paura della religione

· La baronessa capo delegazione del Governo britannico al Corpo diplomatico presso la Santa Sede ·

«Il ruolo della religione nel dibattito politico e negli affari internazionali» è stato il tema del discorso — tenuto nel pomeriggio di ieri, martedì 14, dalla baronessa capo della delegazione del Governo britannico — alla Pontificia Accademia Ecclesiastica e al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, in occasione del 30° anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Regno Unito e Santa Sede. Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento.

Quest’anno si celebra il trentennale della ripresa delle relazioni diplomatiche piene tra di noi. Su questo nostro legame desideriamo costruire per mostrarlo al mondo intero e per far sì che ispiri anche altri. Infatti le nostre relazioni ci permettono di agire insieme nel nome del bene comune: per promuovere la democrazia; per lottare a favore dei diritti umani; per incoraggiare un commercio equo e responsabile; per affrontare i cambiamenti climatici; e per aiutare a costruire nazioni stabili. Siamo grati per l’eccellente lavoro che il nostro ambasciatore Nigel Baker sta svolgendo qui, costruendo sull’immenso impegno del suo predecessore Francis Campbell.

Il Regno Unito riconosce che, pur essendo lo Stato più piccolo del mondo, la Santa Sede ha la portata globale più estesa. Rispettiamo anche le rispettive differenze. Poiché gli ambiti sui quali conveniamo sono tanto vasti, possiamo riconoscere con fiducia gli ambiti in cui esistono differenze. E ritengo che la forza delle nostre relazioni possa dare grande speranza e ispirazioni in tutto il mondo.

Quest’anno il Regno Unito e il Commonwealth celebrano una persona che si è impegnata molto per avvicinare i nostri due grandi Stati: sua maestà la regina Elisabetta ii. Le visite di sua maestà, qui in Vaticano, nei suoi sessant’anni di regno, e anche prima, quando è venuta come giovane principessa; il suo lavoro per incoraggiare l’armonia tra cattolici e protestanti; la sua straordinaria visita al popolo dell’Irlanda nel 2011; e il suo fermo impegno verso tutto il suo popolo: sono solo alcune delle ragioni per cui il suo giubileo di diamante rende questo un anno molto speciale per il mio Paese. E naturalmente è stato su suo invito che il Santo Padre ha onorato il Regno Unito con la prima visita di Stato di un Papa nella nostra storia.

La visita del settembre 2010 è stata storica, importante e indimenticabile. E desidero ringraziare il Santo Padre a nome di tutte e quattro le nazioni del nostro Paese. La sua mano amica è stata accolta con calore nelle nostre isole. Una mano tesa ai cattolici e ai non cattolici, a quanti hanno la fede e a quanti non ne hanno. Dalle folle festose nelle strade della Scozia a quelle in silenziosa contemplazione durante la messa a Birmingham. E ai molti milioni che lo hanno seguito attraverso la televisione e nelle assemblee scolastiche, nei gruppi comunitari e nei luoghi di lavoro. È stata una pietra miliare nelle nostre relazioni, una pietra miliare nella storia del Regno Unito, dove il cuore ha davvero parlato al cuore.

A livello personale, ho ascoltato le parole del Santo Padre nel suo importante discorso nel Westminster Hall. E ho avuto anche l’onore immenso di essere ricevuta in udienza durante un evento speciale per promuovere relazioni interconfessionali. È stato per me un momento di umiltà e di commozione. E avendo tenuto, due giorni prima, un discorso alla conferenza dei vescovi anglicani sull’importanza che il governo si «occupasse di Dio», segnando così un cambiamento netto rispetto all’approccio del passato, affermando che il nostro Governo è dalla parte della fede, il Santo Padre mi ha esortato a continuare a perorare la causa della fede nella società.

Oggi, quindi, vorrei sostenere un punto semplice. Quello di assicurare che la fede abbia uno spazio adeguato nella sfera pubblica. Al fine d’incoraggiare l’armonia sociale, le persone devono sentirsi più forti nella loro identità religiosa, più fiduciose in ciò che credono. In pratica ciò significa che le persone non devono diluire la loro fede e che le nazioni non devono negare la loro eredità religiosa.

Portando questo pensiero alle sue conseguenze: l’Europa deve avere più fiducia nel suo cristianesimo. Siamo sinceri: troppo spesso c’è del sospetto nei confronti della fede nel nostro continente, dove i simboli della religione non possono essere esibiti o indossati negli edifici governativi; dove gli Stati non finanziano le scuole confessionali; e dove la fede viene messa da parte, emarginata e degradata. E tutto questo poggia su una concezione di base errata: che in qualche modo, per creare uguaglianza e spazio per le fedi e le culture minoritarie dobbiamo cancellare la nostra maggiore eredità religiosa.

Vorrei essere molto chiara su una cosa: non sto dicendo che tutto ciò che è stato fatto nel nome della fede sia stato una benedizione per il nostro continente. È stato sparso troppo sangue nel nome della religione. Ma è sbagliato cercare di cancellare questa storia o non voler vedere il ruolo che ha la religione nel nostro continente.

Quando ero giovane, come figlia di immigranti pachistani, il dibattito nel mio Paese non verteva sulla religione ma sulla razza. Quello che ha influito su di me da ragazza è stata l’ovvia ingiustizia dell’ apartheid . Mentre studiavo mi sono impegnata a favore dell’uguaglianza razziale. E negli anni successivi ho promosso delle campagne per incoraggiare le relazioni tra le razze. Ma dopo l’11 settembre ho visto che il dibattito cambiava e le differenze non erano più definite dalla razza, ma dalla religione. La lealtà verso il mio Paese non era messa in dubbio a causa del Paese di origine dei miei genitori o del colore della mia pelle, bensì della religione nella quale ero nata. Iniziai a guardare indietro alla mia fede e alle scelte fatte, e anche alle lezioni apprese dai miei genitori. Frequentai una moschea relativamente conservatrice. Mio padre mi insegnò a imparare, a cercare di conoscere sia la storia del mio Paese, sia le fondamenta della mia fede. Disse che per conoscere veramente la mia religione dovevo capire sia la storia sia la teologia. Mi disse di riflettere sulla mia identità nel modo seguente: un fiume cambia il suo aspetto in base al letto nel quale scorre. Il fiume rispecchia il colore e la struttura del letto. Lo stesso vale per l’identità religiosa e nazionale. Come il fiume, la fede rispecchierà la nazione alla quale appartieni. Questo mi ha fatto sentire ancor più sicura come musulmana britannica. Quello che mi ha davvero permesso di conoscere la mia fede e di praticarla è stato che il mio Paese — il letto nel quale scorreva il fiume della mia fede — aveva una forte identità cristiana. Questo mi ha definita, modellata e mi ha dato fiducia nella mia fede. Il che, insieme alla sicurezza dei principi del mio Paese, da allora è apparso evidente nelle decisioni che ho preso da adulta. Una decisione che, secondo me, dimostra quanto profondamente io sia convinta di questo, è stata la scelta della scuola per mia figlia: una scuola conventuale anglicana. Molti potrebbero ritenere insolito che una madre musulmana mandi la propria figlia in una scuola cristiana. Ma sapevo che lì sarebbe stata libera di seguire la sua religione, che non sarebbe stata guardata con sdegno perché credente. E come avevo sperato, ha ritenuto che questo abbia rafforzato la sua fede. L’ha anche spinta a porsi molte domande sulla religione.

Ritengo che lo stesso impegno sia necessario affinché il dialogo e il servizio tra le confessioni continuino ad avere successo. Infatti, le diverse confessioni devono comprendere che il fatto di non poter celebrare il culto insieme non significa non poter lavorare insieme. Gran parte di questi progressi sono stati fatti grazie allo sforzo della Chiesa cattolica, attraverso il suo impegno educativo o il lavoro di gruppi come Caritas internationalis e la sua federazione di enti assistenziali in tutto il mondo, e a documenti fondamentali come, in Gran Bretagna, Meeting God in Friend and Stranger .

Come ministro di fede musulmana del governo del Regno Unito, rappresentante un Paese con una religione di Stato anglicana, in visita ai nostri amici nella casa spirituale del cattolicesimo, non troverete un sostenitore maggiore di me nella comprensione tra le confessioni. Credo però che dove il dialogo interconfessionale non funziona è laddove le confessioni vengono azzittite per trovare un terreno comune. Come l’esperanto, la lingua europea volta a creare una nuova lingua neutralizza le diverse lingue, una lingua comune tra le fedi rischia di annacquare la diversità e le diversità delle rispettive religioni. Il dialogo interreligioso, invece, funziona quando parliamo delle nostre differenze, quando facciamo conoscere ciò che crediamo.

La fiduciosa affermazione della religione di cui ho parlato è però minacciata. È quella che il Santo Padre nel suo discorso nel Westminster Hall ha definito la «crescente marginalizzazione della religione». La osservo nel Regno Unito e la osservo in Europa. Spiritualità soppressa. Divinità degradata. E la fede viene ignorata nella sfera pubblica senza nemmeno una parola sul cristianesimo nella prefazione della Costituzione europea.

Ma dobbiamo prendere questa fede sicura, aperta, e applicarla oltre il presente. Osservo un problema crescente, oggi, in alcune parti del mondo con i governi che decidono: che cos’è Chiesa e cosa non lo è; dove le persone possono costruire un luogo di culto e dove non possono; a quale fede possono appartenere e a quale no; e se possono manifestare in pubblico la loro fede o no. Ritengo che questo sia un tentativo malaccorto per sostenere le religioni maggioritarie. Questi governi devono comprendere che il pluralismo non è una minaccia alla tradizione. Allo stesso tempo, i politici devono riservare alla fede un posto al tavolo nella vita pubblica. Non la posizione privilegiata di una teocrazia, ma quella di un interlocutore paritario nel nostro dibattito pubblico. Quindi non temiamo di riconoscere quando un dibattito nasce da basi religiose. E non abbiamo paura di accettare — e accogliere — le soluzioni proposte dalla religione. I politici non devono aver paura di parlare quando ritengono che le persone che parlano in nome della fede sbagliano. Per esempio, attualmente, nel Regno Unito, i vescovi nella Camera dei Lord, la Camera nella quale siedo, stanno contrastando le riforme del Governo sul welfare. Apprezzo il ruolo dei vescovi nell’esaminare la legislazione. Appoggio il loro diritto di esprimere la loro opinione e introdurla nel dibattito. Quando la religione svolge un ruolo nella vita pubblica, ci permette di guardare alla nostra economia e di fare riferimento ai principi cristiani sui quali sono stati fondati i nostri mercati. Significa che possiamo guardare ai nostri problemi sociali ed essere ispirati dalla dottrina sociale cattolica. Guardare al nostro sistema di welfare e domandarci che impatto ha sulla dignità umana.

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16 luglio 2019

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