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Chi fugge
per cause ambientali

· Dubbi e proposte su una realtà in crescita ·

In questo contributo non intendiamo negare il fatto che nel contesto dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale si verifichi uno sradicamento di popolazioni, né l’importanza di salvaguardarne i mezzi di sussistenza, le comunità e i diritti umani che potrebbero essere messi a rischio. Vorremmo piuttosto aprire un dibattito sull’adeguatezza e l’efficacia della definizione di “rifugiati ambientali” nel dar voce alle nostre gravi preoccupazioni e nel trovare una soluzione. Dopo aver esaminato le origini dell’espressione, ne mettiamo in discussione le basi concettuali, normative ed empiriche; infine suggeriamo il modello delle “tre R”, rights, resilience e resettlement (in italiano diritti, resilienza e reinsediamento), quale istanza operativa più attenta e completa, capace di offrire soluzioni migliori alle enormi difficoltà affrontate da milioni di persone come conseguenza dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale.

Non esiste una terminologia ufficialmente riconosciuta per descrivere popolazioni che sono costrette a spostarsi a causa di cambiamenti climatici o ambientali, eppure l’etichetta “rifugiati ambientali” ha preso piede a livello internazionale. L’importanza che sta assumendo questa definizione dipende dalla combinazione di due diversi processi. Il primo attinge alla controversa opinione che si sia creata una nuova forma di “sradicamento forzato”. Sempre più numerosi sono i dibattiti sull’impatto degli spostamenti forzati e sulla dimensione dei cambiamenti climatici più catastrofici, basati sulle ipotesi dei cosiddetti “massimalisti” come Myers (2002) e Kent (1995), i quali sostengono che da ora al 2050 ci potrebbero essere fino a 250 milioni di persone costrette a spostarsi. Il secondo processo chiama in causa la protezione dei diritti e pone i migranti al centro dell’attenzione, poiché i diritti dei migranti, e soprattutto dei rifugiati, sono uno degli elementi chiave delle norme internazionali.

L’espressione “rifugiato ambientale” è, a nostro avviso, usata impropriamente, e la nostra critica è tridimensionale: concettuale, normativa ed empirica. Nonostante si assuma generalmente che migrazioni e sfollamenti forzati possano essere legati a un peggioramento nelle condizioni climatiche, è sviante affermare che ci sia un’automatica relazione causa-effetto. Infatti i disastri naturali non causano di per sé uno spostamento di popolazione; sono piuttosto la vulnerabilità sociale e politica delle persone e la mancanza di protezione da eventi ambientali traumatici che la predispongono all’esodo. I migranti forzati hanno spesso ruoli largamente marginali nelle loro società d’origine e in quelle d’accoglienza e sono esposti a molteplici pericoli, sia sociali sia fisici. Fenomeni climatici estremi e di impoverimento ambientale non fanno altro che evidenziare condizioni strutturali di povertà sociale ed economica e di negazione dei diritti civili, a loro volta conseguenza di mal governo, pressioni demografiche, precarie condizioni di sussistenza e mancato sviluppo.

Concettualmente, non è semplice separare i fattori ambientali dai processi sociopolitici ed economici, nonché dal contesto strutturale, che influenzano la decisione di migrare. La differenza tra chi decide spontaneamente di migrare e chi vi è forzato è difficile da stabilire quando si tratta di fattori ambientali e climatici; ciò rende più arduo definire con certezza chi sia il “rifugiato ambientale”. Inoltre, la maggior parte delle persone che si sposta per cause ambientali non espatria, ma diventa ciò che si definisce “sfollato interno”, e continua pertanto a essere sottoposto alla giu­ risdizione nazionale, che ne salvaguarda i diritti.

Un’altra sfida concettuale si pone: l’effetto dei cambiamenti climatici va considerato nei termini degli aiuti umanitari o della giustizia riparativa e ridistributiva? In altre parole, se si fa ricorso al termine “rifugiato ambientale”, come si comprende l’obbligo morale di proteggere le vittime del clima percepito nella nostra società? Dare risalto al lato umanitario dei disastri ambientali, che può significare concretamente mettere in moto la macchina degli aiuti umanitari, è sentito come un imperativo morale e la protezione dei diritti è considerata un dovere primario dei singoli stati, piuttosto che un obbligo globale. Ciò diventa problematico nel contesto degli spostamenti forzati dovuti a cause climatiche: in termini pratici, si tratterebbe solo di un palliativo che ne trascura le ragioni strutturali.

Le argomentazioni basate sulla giustizia riparativa, invece, guardano al problema sotto una luce diversa. Esse propongono che quei paesi che sono stati e sono tuttora i principali responsabili dell’innescarsi dei cambiamenti climatici (e cioè i maggiori produttori di anidride carbonica) ma che meno risentono dei loro effetti, si assumano la loro parte di responsabilità nella protezione delle persone o dei paesi che ne subiscono le conseguenze più drastiche senza esserne la causa. Sotto questa luce, il punto di forza di questa argomentazione sta nell’attribuire alla società nella sua globalità specifici obblighi morali di offrire giustizia riparativa attraverso cambiamenti strutturali, invece di ricorrere a temporanei rimedi umanitari. In questo modo occuparsi degli esiti del cambiamento climatico diventa un obbligo e un dovere, mentre l’umanitarismo si pratica per scelta volontaria, come atto virtuoso. Attraverso un approccio riparativo l’attenzione si sposta su dove ricade la responsabilità di agire e sui diversi modi in cui si possa offrire protezione e, in particolare, sulle condizioni strutturali che rendono le persone vulnerabili.

Anche a livello normativo, far rientrare i cosiddetti rifugiati ambientali nella definizione di rifugiato presenta notevoli problemi. In primo luogo l’ambiente non può avere intenti persecutori. Dal punto di vista legale è quindi deviante considerare il cambiamento climatico quale agente persecutorio nel senso inteso dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, o peggio come qualcosa causato da un Governo. La gente non fugge dai disastri ambientali come dalle persecuzioni, dalla violenza e dalle violazioni dei diritti umani se non in casi estremi, dove il continuo ridursi di risorse naturali genera conflitti. La proposta di estendere la Convenzione del 1951 e il Protocollo del 1967 includendo questa nuova categoria, oppure di redigere una nuova Convenzione per i rifugiati climatici porterebbe inevitabilmente a una maggiore confusione e complessità nel processo di definizione dello status di rifugiato, rischiando di ridurre ulteriormente la responsabilità dei singoli stati nell’offrire ai rifugiati assistenza e protezione adeguate.

In secondo luogo, se anche fosse possibile stabilire dal punto di vista legale una relazione causa-effetto tra sradicamento e clima, la Convenzione di Ginevra pone un ulteriore ostacolo. Infatti, il concetto di persecuzione è basato su razza, religione, nazionalità, idee politiche o appartenenza a un certo gruppo sociale. Ma l’emigrazione di tipo ambientale tende a essere indiscriminata, per lo meno rispetto alle cinque condizioni enunciate, e dunque diventa arduo stabilire una connessione basata su un carattere immutabile.

In terzo luogo una definizione normativa basata sul concetto di “rifugiato” è fuorviante per le istituzioni nazionali che si trovano ad affrontare il problema. Infatti, di solito la responsabilità dei rifugiati appartiene a uno specifico ministero governativo o a una Commissione per i rifugiati. Ma quando si parla di sfollati climatici o di persone a rischio di spostamento per via del degrado ambientale, le cause dello sfollamento e i bisogni degli individui devono essere presi in considerazione in modo integrale, con una visione d’insieme. Fronteggiare l’impatto dei cambiamenti climatici coinvolge un governo a tutti i livelli.

Infine, quando si parla di rifugiati spesso si suppone che per chi ha dovuto abbandonare contro la sua volontà la sua patria, tornare a casa sia la soluzione migliore di lungo periodo. Tuttavia chi è stato costretto ad andarsene per ragioni ambientali non potrà fare ritorno e quindi, ancora una volta, il concetto di rifugiato è fuorviante.

Nonostante numerosi studi sul tema, rimangono tuttavia scarsi i dati di base su dove e come avvengano le migrazioni causate da fattori climatici. Poiché infatti questi sono processi complessi che risentono di fattori sociali, economici e politici, non ci si aspetta di trovare un nesso causale singolo tra la migrazione e il clima. Infatti vi sono molte domande concrete da porsi — chi emigra, quanti, quando, verso dove — che ridimensionano il fenomeno degli spostamenti forzati come diretta conseguenza dei cambiamenti climatici e rendono meno immediato l’uso dell’etichetta di “rifugiato”, che denota di solito un movimento di persone di grandi dimensioni e difficile da contenere.

Il nesso di causalità tra cambiamento del clima o degrado ambientale e lo sradicamento di intere popolazioni è influenzato grandemente dall’intervento umano. È questo il punto focale delle argomentazioni sull’emigrazione e su come la gente decide di emigrare, anche quando scelte e decisioni sono dettate da eventi climatici e fattori ambientali avversi.

Infine, si tenga in considerazione il fatto che non tutti tendono a spostarsi in risposta a cambiamenti climatici negativi. L’emigrazione può essere una scelta per alcuni, mentre lo sradicamento è inevitabile per altri, ma c’è anche chi finisce per restare “intrappolato” e non si può spostare se non nei casi più estremi di cambiamento climatico e perdita dei mezzi di sostentamento. L’età avanzata e la mancanza di una rete di aiuti sociali e materiali che facilitino spostamenti e migrazioni verso zone a minor rischio concorrono al fatto che un numero considerevole di persone rimangano dove sono anche quando le loro comunità e i loro mezzi di sostentamento sono in serio pericolo.

Si delineano importanti sfide su come si possano meglio preservare i mezzi di sostentamento, la struttura sociale e i diritti di chi è stato costretto a emigrare, chi è a rischio di doverlo fare, e chi è “intrappolato”. Per garantire tale protezione, numerosi obblighi ricadono sui governi nazionali e sugli attori a livello internazionale. Sono e restano questioni cruciali, ma, invece di affrontarle partendo dal concetto di “rifugiato ambientale”, crediamo che si possa costruire un quadro di riferimento molto più efficace e rilevante, incentrato su tre principi fondamentali, sintetizzati nelle “tre R”.

I movimenti demografici, soprattutto se dovuti allo sfaldamento religioso o etnico, sono un argomento molto delicato e tendono a essere esclusi dal dibattito politico. In aggiunta, la fragilità di certi stati impedisce che ci sia un impegno proattivo a promuovere i diritti umani e di conseguenza le normative che li tutelano sono deboli. Di pari passo, manca una legislazione sufficientemente estesa per proteggere i diritti di chi è a rischio di migrazione forzata. Tale grave lacuna si manifesta nella mancanza di volontà politica a offrire protezione, nella scarsità di servizi disponibili per la sua implementazione e nella limitatezza di risorse pubbliche dedicate a far fronte al cambiamento climatico, mettendo a rischio un numero potenzialmente alto di persone.

Ampliare l’accessibilità ai diritti costituisce il primo principio da prendere in considerazione, e la loro protezione è fondamentale per rispondere ai bisogni di chi è vittima del cambiamento climatico. Accettare e mettere in pratica i Guiding Principles on Internal Displacement del 1998, la Convenzione di Kampala del 2009 e la dichiarazione finale dell’Iniziativa Nansen del 2015 sulla protezione di migranti transfrontalieri nell’ambito dei disastri naturali sono condizioni di base essenziali per garantire protezione, che però in realtà sono ampiamente ignorate, mentre si dovrebbero incoraggiare tutti i governi ad adottare tali strumenti a livello legislativo e costituzionale.

La maggior parte delle persone in realtà non intende emigrare. Tuttavia, in molti paesi a rischio mancano politiche a livello nazionale che traccino linee di intervento per attenuare gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale. La lacuna dunque non è puramente normativa, ma riguarda anche il modo in cui si decidono e si attuano le politiche, a causa delle stesse ragioni strutturali che limitano il campo dei diritti e della loro tutela.

Per questo è importante sviluppare e applicare strategie basate sulla resilienza, sullo spirito di adattamento, sull’attenuazione degli effetti, sullo stare all’erta in base ai principi della Disaster Risk Reduction (Attenuazione dei rischi da disastro naturale) e sulla sostenibilità. Partire dal basso, dal cuore delle comunità colpite, in collaborazione con le organizzazioni civili, aumenta il potenziale delle popolazioni vittime dei cambiamenti climatici, ne rinforza l’impegno e il senso di appartenenza nell’attuazione delle strategie.

Capacità di adattamento e resilienza contribuiscono ad attenuare se non tutte almeno alcune delle possibili conseguenze dei cambiamenti climatici e ambientali, tuttavia centinaia di migliaia, se non addirittura milioni di persone saranno costrette a spostarsi.

Alcuni governi stanno cominciando a reagire a questa situazione con risultati positivi; redigono politiche che anticipano i problemi, o pianificano lo spostamento e il reinsediamento organizzato delle persone vittime di catastrofi ambientali ripetute. Il trasferimento e il reinsediamento diventano la controparte della capacità di adattamento e della resilienza. I paesi più esposti a questi rischi, inevitabilmente, sono anche quelli con minori risorse per attuare tali strategie; in questi casi, i piani di reinsediamento rimediano al problema solo in parte: la maggior parte di chi è costretto a spostarsi infatti lo fa spontaneamente e poco alla volta.

La previsione circa il successo di programmi di reinsediamento di numeri di persone potenzialmente molto alti (addirittura milioni) nei prossimi decenni quale ammortizzatore dell’impatto dei cambiamenti ambientali, non è molto ottimista.

Si è imparato che nel caso di sfollati per cause ambientali per ottenere una soluzione positiva bisogna assicurare alcuni elementi chiave: le strategie di reinsediamento devono essere parte integrante della pianificazione a livello di economia nazionale e regionale, e le politiche statali di reinsediamento devono riconoscere, salvaguardare e proteggere diritti delle comunità trasferite.

di Roger Zetter

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12 dicembre 2017

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