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Chi è l'altro per me?

· ​Riflessione sul concetto di straniero e sul rapporto con il prossimo ·

Straniero o fratello? Chi è l’altro per me? La parola «straniero» è oggi quasi esclusivamente legata alla questione immigrazione, ma non coglie la profondità del tema. L’uomo è straniero rispetto a qualsiasi altro volto. La Bibbia lo esprime in termini radicali: il primo omicidio (Abele) non è un caso di legittima difesa da uno straniero entrato improvvidamente in una casa privata. Il primo assassinio avviene tra fratelli, tra figli della stessa madre, tra persone cresciute sotto lo stesso tetto. È sangue dello stesso sangue. 

Clint Eastwood nel film «Il corriere» (2018)

Del resto, nel brano evangelico dei discepoli di Emmaus (Luca 24, 13-35), Gesù non è riconosciuto dai due personaggi in cammino ed è definito come il «forestiero a Gerusalemme». Mentre nel Salmo 87 tutti gli abitanti della terra sono nati a Gerusalemme e vi trovano dimora, Cristo è il solo straniero. Il suo farsi forestiero permette ai due discepoli di raccontare la loro versione dei fatti, di elaborare il lutto della sconfitta e di digerire la delusione rispetto ad aspettative sbagliate sul Messia. È curioso però che Gesù stesso, il loro Maestro, colui che hanno seguito per anni, diventi a loro estraneo. Il volto più frequentato non è riconoscibile, si rende straniero a causa di attese deluse. Significa che devono maturare una diversa comprensione di Cristo.
L’arte, la letteratura e il cinema hanno saputo dare voce al dramma dell’alterità: l’altro è davvero straniero, a partire dalla persona che si pensa più vicina o che ci si illude di conoscere. Si veda l’ultima fatica di Clint Eastwood nel film Il corriere (“The Mule”, 2018). Earl, il protagonista, è appassionato di floricultura. Novantenne, si accorge che i conti con la vita non tornano. Il matrimonio con la moglie, Mary, è durato solo dieci anni. Ha finito per divorziare, anteponendo il lavoro alla vita affettiva. La figlia non gli rivolge parola e neanche con la nipote, prossima alle nozze, le cose vanno così bene! In extremis tenta un recupero attraverso l’attività di corriere della droga. Coi soldi prova così a riguadagnarsi la fiducia delle persone. Earl è un enigma per tutti, separato e distante negli affetti, capace di cura con i fiori e insospettabile nella società. Ma chi è veramente? Perché tutta questa estraneità con i familiari? Perché una doppia vita?
L’alterità è sempre esperienza radicale e non c’è bisogno di scomodare in prima istanza differenze religiose, etniche, culturali o sociali... L’altro appare troppo. E gli altri sono pure troppi. Lo scrive Mariangela Gualtieri in una poesia: «Gli altri sono troppi, per me. / Ho un cuore eremita. Sono / impastata di silenzio e di vento».
L’estraneità umana ha generato nella filosofia moderna diversi mal di pancia. Hobbes, Locke e Rousseau pensano alla società come a un insieme di individui, distanti e minacciosi gli uni nei confronti degli altri. Unica chance di sopravvivenza all’homo homini lupus è stendere un contratto. Mettersi d’accordo. Trovare un minimo comun denominatore. L’etica che ne deriva è quella che vede nell’altro uno «straniero morale». Non resta che andare in cerca di una soluzione che eviti il massacro reciproco.
L’espressione significativa di «stranieri morali» è al centro della riflessione del filosofo e biologo americano Hugo Tristan Engelhardt (1941-2018), autore di un celebre Manuale di bioetica. «Essere stranieri morali significa abitare due mondi morali diversi».
Se le cose stanno così, c’è poca speranza! È curioso che il linguaggio biblico preferisca il concetto di «alleanza» a quello di «contratto». Dio si allea, stabilisce un patto con Israele, non firma nessun contratto. L’alleanza presuppone gratuità, il contratto un do ut des, che guarda al proprio vantaggio definendo paletti e confini. D’altro canto, l’etica della responsabilità di Hans Jonas, Emmanuel Lévinas o Paul Ricoeur cammina su binari opposti. Vede nel fratello un volto che mi guarda, mi sta davanti e mi interpella. Non è possibile disporre arbitrariamente dell’altro (si cadrebbe nella violazione del «non uccidere»!), ma solo la cura esprime una relazione di gratuità e di riconoscimento. L’alterità è indisponibile. Per questo, Franz Rosenzweig traduce il «Non uccidere» in «Amami!».
Come non notare che la rete digitale oggi preferisca eliminare ogni alterità? L’assenza di distanza cede il posto a ciò che è uguale, alla replica consolante. La sociologia suggerisce che i frequentatori assidui del web non cercano un confronto, ma più semplicemente conforto alle loro posizioni. Internet non si fa pregare per regalarci ciò che vogliamo: frequentare chi la pensa come noi. L’abolizione della distanza non genera maggiore vicinanza, ma il sempre uguale, la reiterazione. L’alterità, invece, dichiara la mancanza di qualcosa. C’è bisogno di uno sguardo d’amore che ci riconosca e che ci redima. Ecco il senso più profondo dell’alterità. Siamo stranieri gli uni agli altri perché possiamo fare l’esperienza che solo la scelta della condivisione o di un gesto d’amore permette di rimanere umani.
Non resta che tessere un elogio dell’estraneità. Siamo semplicemente stranieri. Lo siamo gli uni gli altri, siamo stranieri di passaggio sulla terra (Salmo 118, 19), lo siamo nei confronti delle passate e future generazioni. La sfida non è quella di trovare gli accorgimenti adatti per sopravvivere al dramma dell’estraneità reciproca. Non si tratta di cercare soluzioni di accordo per una pacifica convivenza. Questo metodo è l’anticamera dell’indifferenza. In realtà, l’essere stranieri è l’unico modo di essere davvero persone. Uomini e donne redente da sguardi d’amore, da mani accoglienti, da volti che perdonano, da sorrisi contagiosi, da occhi riconoscenti, da qualcuno che mi ha lavato i pedi. Basta quel poco per fare spazio al futuro!
L’incontro con l’altro arricchisce e trasforma. È generativo di nuove sintesi culturali. Scrive Papa Francesco nell’Evangelii gaudium al n. 88: «Il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo. (...) Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza».
Chissà perché abbiamo confuso la rivoluzione della tenerezza con il buonismo. Solo nell’incontro con qualcuno che non sia alter ego può nascere qualcosa di nuovo. «La salvezza del bello è la salvezza dell’altro» (Byung-Chul Han). È lo straniero, in definitiva, a rivelarmi chi sono. Esistenza vulnerabile e bisognosa di riconciliazione. Redenta.

di Bruno Bignami

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22 gennaio 2020

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