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Chi è il prossimo

· ​All’udienza generale il Papa parla del buon samaritano ·

Ogni uomo può «diventare prossimo di chiunque incontri nel bisogno», a patto che nel cuore abbia «compassione, cioè quella capacità di patire con l’altro». È una certezza consolante quella che Papa Francesco ha tratto dalla rilettura della parabola del buon samaritano, durante l’udienza generale di mercoledì 27 aprile. Proseguendo con i fedeli presenti in piazza San Pietro le catechesi sul tema della misericordia legato al giubileo straordinario, il Pontefice ha offerto una riflessione sull’attualità del noto brano evangelico di Luca (10, 25-37).

Nelly Schut-Bal, «Il buon samaritano»

Esso, ha ricordato Francesco, «mette in scena un sacerdote, un levita e un samaritano». E se «i primi due sono figure legate al culto del tempio, il terzo è un ebreo scismatico, considerato come uno straniero impuro». Però quando «il sacerdote e il levita si imbattono in un moribondo», sebbene «la legge del Signore in situazioni simili» prevedesse «l’obbligo di soccorrerlo», entrambi «passano oltre. Erano — ha commentato il Papa con una delle sue caratteristiche osservazioni aggiunte a braccio al testo preparato — di fretta... Il sacerdote, forse, ha guardato l’orologio e ha detto: “Ma, arrivo tardi alla messa”. E l’altro ha detto: “Ma, non so se la legge me lo permette”».

E qui la parabola, ha chiarito Francesco, «offre un primo insegnamento»: e cioè che «non è automatico che chi frequenta la casa di Dio e conosce la sua misericordia sappia amare il prossimo. Tu puoi conoscere tutta la Bibbia, tutte le rubriche liturgiche, tutta la teologia, ma dal conoscere non è automatico l’amare». Infatti, ha aggiunto il Pontefice, «non esiste vero culto se esso non si traduce in servizio al prossimo. Non dimentichiamolo mai: di fronte alla sofferenza di così tanta gente sfinita dalla fame, dalla violenza e dalle ingiustizie — ha raccomandato — non possiamo rimanere spettatori». Del resto «ignorare la sofferenza dell’uomo, significa ignorare Dio. Se io non mi avvicino a quell’uomo, a quella donna, a quel bambino, a quell’anziano o a quell’anziana che soffre, non mi avvicino a Dio».

Ma il vero «centro della parabola», ha proseguito il Pontefice, è «il samaritano, sul quale nessuno avrebbe scommesso nulla, e che comunque aveva anche lui i suoi impegni, quando vide l’uomo ferito». Eppure, egli «non passò oltre come gli altri due», ma «ebbe compassione» dello sventurato. Ecco allora «la differenza. Gli altri due “videro”, ma i loro cuori rimasero chiusi, freddi. Invece il cuore del samaritano era sintonizzato con il cuore di Dio. Infatti, la “compassione” è una caratteristica essenziale della misericordia di Dio», che «patisce con noi», sente «le nostre sofferenze». Per questo «nei gesti e nelle azioni del buon samaritano riconosciamo l’agire misericordioso di Dio. È la stessa compassione con cui il Signore viene incontro a ciascuno di noi: Lui non ci ignora, conosce i nostri dolori, sa quanto abbiamo bisogno di aiuto e di consolazione». Con Gesù, dunque, avviene un ribaltamento delle prospettive umane. «All’inizio della parabola — ha fatto notare Francesco — per il sacerdote e il levita il prossimo era il moribondo; al termine il prossimo è il samaritano che si è fatto vicino». Di conseguenza, ha concluso, la «parabola è uno stupendo regalo per tutti» ma «anche un impegno. Siamo chiamati a percorrere lo stesso cammino del buon samaritano, che è figura di Cristo: Gesù si è chinato su di noi, si è fatto nostro servo, e così ci ha salvati, perché anche noi possiamo amarci come lui ci ha amato».

La catechesi del Papa

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