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Chi danza
non uccide

· Arte ·

Nella cupola dell’Ascensione della Basilica di San Marco a Venezia la Temperanza è rappresentata in un atteggiamento che suggerisce la compostezza e la ricerca del giusto mezzo (mediocritas) che la classicità greca declinava nella sophrosyne.

Simona Atzori (foto Stefania Casellato)

A differenza delle altre tre virtù cardinali la temperanza declina una dimensione interna all’anima umana, perché impone che lo sguardo sia rivolto anzitutto su se stessi e sulle strutture che fondano gli atti decisionali.

Simona Atzori, ambasciatrice per la Danza nel Grande Giubileo del 2000, ha avuto l’onore, nel 2014, di danzare nella Sala Nervi in Vaticano per Papa Francesco; la ballerina senza braccia sembra incarnare questa nobile virtù, perché la conoscenza di sé consiste nella consapevolezza di un limite e nell’eccedenza comunicata dall’espressione corporea. I grandi modelli di temperanza, e tra tutti quello di Cristo, sono testimonianza del paradosso di ciò che è apparentemente incolmabile. Nel caso di Simona la bellezza si trasforma in eccedenza e, con le parole di Robert King, nel «limite sul quale l’io danza». La danza del sé si dispiega in azione, esperienza, pensiero e rivelazione.

F.J. Wetz rileva che la contemporaneità ha escluso dal novero delle virtù la moderazione. Per quanto i comportamenti ispirati all’eccesso siano eticamente poco commendevoli e incontrino il limite della punibilità, egli rileva che le energie dionisiache non debbano essere limitate in senso assoluto. Il filosofo si chiede se sia possibile consentire alle persone di dare possibilità di ritornare nella “giungla” dei loro desideri e di sacralizzarli in forme che siano di aiuto alla comunità: «Chi danza non uccide».

Gianfranco Ravasi auspica che la temperanza e la bellezza di una vita virtuosa tornino a ricoprire un ruolo importante nella vita dei cristiani: «Perché proprio un libro sulle virtù, se esse sono sempre più pianticelle intisichite o figure emarginate? La risposta è in una sorta di legge della storia: quando una realtà viene a mancare, si ritorna a sentirne la nostalgia e la necessità».

La cultura dell’eccesso potrebbe ritrovare la sua giusta misura con l’educazione dello sguardo.

di Yvonne Dohna Schlobitten

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06 dicembre 2019

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