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​Che non duri più di due mesi

· Edito il diario del segretario del Vaticano II ·

30 aprile 1960, sabato
Sulla tarda mattinata vado dal Cardinale. La sera dal Santo Padre: ha appena terminato di incidere il messaggio per i lavoratori, che sarà trasmesso domani, primo maggio, alle ore 10.11. Nello studio del Santo Padre, al II piano, sono S.E. Mons. Dell’Acqua, il Comm. Lolli, il fotografo Felici e qualche tecnico. Sono le 18,30 quando entro nella biblioteca del Santo Padre, presentato da Mons. Capovilla. Bacio la mano al Santo Padre e sono poi da lui invitato a salire al iii piano ove sono tutte le carte.

Felici in occasione dell’udienza  concessa da Paolo VI ai membri della Segreteria Generale del Concilio (17 dicembre 1965)

Con l’ascensore andiamo al III piano nell’appartamento privato del Santo Padre. Mons. Capovilla si congeda, augurando buon lavoro. Il Santo Padre mi invita a sedere con lui alla scrivania del B. Gregorio Barbarigo; è quella ormai destinata ai lavori del Concilio. Riferisco al Santo Padre sul progetto di iniziare la seconda fase della preparazione del Concilio con un atto solenne del Papa, cioè con un Motu proprio. Il Santo Padre annuisce. Ed allora gli leggo lo schema di Motu proprio concordato con Sua Eminenza. Il Santo Padre segue attentamente, sottolineando spesso le espressioni, che si susseguono, con la sua augusta approvazione. Fa alcune osservazioni di cui io prendo nota per una fedele esecuzione. Il Motu proprio è di sua soddisfazione e pensa che potrebbe essere pubblicato l’8 maggio prossimo, giorno sacro a Maria e a S. Michele, nel quale Egli conferirà la consacrazione episcopale a 14 Vescovi Missionari, di tutte le parti del mondo. Comunico anche al Santo Padre i nomi degli Eminentissimi a cui si sarebbe pensato per la presidenza delle Commissioni di studio e per la Commissione Centrale. È contento. Ripete ancora che il Segretario Generale della Commissione Centrale dovrò essere io: «Questo ormai va da sé!» mi dice. Ringrazio, ma nulla domando sulla vera figura del Segretario Generale. È cosa che riguarda me; non devo quindi anticipare in nessun modo quel che stabiliranno i Superiori. Comunque mi cucineranno, sarò contento; avrò così maggiori garanzie di compiere la volontà di Dio. Ed in questa grande impresa, stare nel posto dove vuole Dio, è di fondamentale importanza. Il Santo Padre pensa che il Concilio dovrà particolarmente concertare nella preparazione. Occorre oculatezza e attenzione. La celebrazione del Concilio dovrà durare non più di due mesi. E questo sarà possibile se la preparazione sarà accurata. Prometto che faremo del nostro meglio. Mi parla poi di affari molto riservati, che non è qui il caso di riferire, neppure per accenni. Ricorda ancora la vicenda del Card. Alfrink e parla con poco favore del modo drastico seguito dal S. Offizio. La vicenda ha avuto felice conclusione mercé l’opera persuasiva del Card. Tardini (me lo aveva detto anche l’Eminentissimo) e la grande comprensiva bontà del Santo Padre. Il Santo Padre si compiace di domandarmi un consiglio sulla sistemazione di S.E. Mons. Ronca. Vorrebbe metterlo in un ufficio ispettivo per la costruzione delle Chiese in Roma.
Parlo con molto favore di Sua Eccellenza, richiamando anche il modo troppo severo con cui è stato trattato a Pompei. Dico: in un ufficio ispettivo sì; ma nelle imprese non crederei: l’esperienza trascorsa lo dissuaderebbe. Il Santo Padre è dello stesso parere, ma non sa come persuadere i Superiori del Vicariato. A proposito del Vicariato, comprendo che sta aspettando che qualcuno si decida. Non sembra abbia fretta, come ordinariamente non ha fretta Dio benedetto. Nel discorso viene il ricordo del Card. Siri: il Santo Padre non ne sembra entusiasta; parla con reticenza. Ho l’impressione che non gli piaccia la sua tendenza verso gli imprenditori. Staremo a vedere. Durante l’udienza, su Roma piove e dalle fessure delle grandi finestre, da cui si domina Roma, penetra una corrente gelida un po’ fastidiosa, ma il Santo Padre non si scompone; sembra non accorgersene.
Alle ore 20 viene Mons. Capovilla ad avvisare il Santo Padre che la cena è pronta. Bacio la sua mano e chiedo una particolare benedizione. Me la concede abbondantissima, aggiungendo: «Coraggio!». Poi mentre sto sulla porta, osserva: «Vede, Monsignore, come è ridotto il Papa; ora le direi volentieri di rimanere a cena con me, ma il Papa deve stare solo. Pazienza!». Ringrazio il Santo Padre della grande bontà.

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