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Che non diventi il letto di Procuste

· ​Sulla pratica di legare i malati psichiatrici e gli anziani ·

«La pratica di legare i pazienti e le pazienti contro la loro volontà risulta essere tuttora applicata, in forma non eccezionale, senza che vi sia un’attenzione adeguata alla gravità del problema, né da parte dell’opinione pubblica né delle istituzioni». 

Il parere del Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) dal titolo «La contenzione: problemi bioetici» approvato all’unanimità nella plenaria del 24 aprile scorso, e consultabile sul sito del comitato stesso, affronta un argomento solo apparentemente lontano dalla realtà quotidiana di malati psichiatrici, di anziani e, in generale, di pazienti fragili: quello della contenzione fisica nei luoghi che dovrebbero essere di cura. 

Il documento, attraverso una precisa analisi bioetica e normativa, introduce alla realtà di un fenomeno che si potrebbe credere scomparso ma che sussiste come protetto dall’ombra di giustificazioni fasulle e di mancanza di monitoraggio e di studio. «Non si può dire che la contenzione meccanica sia pratica eccezionale ed extrema ratio se è vero che in media il dieci per cento dei malati ricoverati in crisi psichiatrica viene legato, tanto più se si considerano i servizi oltre la media che raggiungono punte del venticinque per cento» afferma uno studio condotto qualche anno fa nei principali Spdc (Servizi psichiatrici di diagnosi e cura) di Roma e riportato nel parere.
Essere legati al proprio letto per una media di 14 ore e, almeno in un caso, «per 9 giorni di seguito»: questo dato può essere preso come simbolo di quel “rimosso” dell’assistenza psichiatrica che continua come un fantasma a infestare il modus operandi di alcuni servizi. Il Cnb «ribadisce l’orizzonte bioetico del superamento della contenzione nell’ambito di un nuovo paradigma della cura fondato sul riconoscimento della persona come tale, nella pienezza dei suoi diritti» e afferma con forza che tale pratica «rappresenta in sé una violazione dei diritti fondamentali della persona» che impone di superare «il residuo di cultura manicomiale» peraltro già in precedenza denunciato dallo stesso Comitato nell’anno 2000.
Uno dei dati che emerge con maggior chiarezza è quello che contenere un malato, oltre a essere una lesione della persona, può solamente portare a un aggravamento della patologia psichica e rappresenta quindi un gesto completamente inefficace anche dal punto di vista terapeutico. I pochi studi nazionali e internazionali mostrano tra le altre due evidenze che possono sorprendere. In primo luogo i servizi “no-restraint”, quelli cioè che «hanno scelto di non legare i pazienti o che cercano di limitare tale pratica al minimo» non devono far ricorso «a un uso più intensivo di psicofarmaci rispetto ai servizi che ricorrono più massicciamente alla contenzione». In secondo luogo gli stessi servizi di cura “no-restraint” non risulta debbano avvalersi di più personale rispetto a quelli “restraint”. E tutto questo a parità di caratteristiche dei pazienti trattati.
La deduzione logica è quindi che “la cultura e l’organizzazione” delle strutture sanitarie e la loro “filosofia” giochino un ruolo determinante sul modo di trattare i pazienti, ruolo molto più decisivo rispetto alla tipologia dei pazienti stessi. Il dramma è quello dello scivolamento verso una totale banalizzazione dell’atto, verso la considerazione dello stesso come normalità, come una routine che non necessita nemmeno di essere segnalata nella cartella clinica.

di Ferdinando Cancelli

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26 gennaio 2020

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