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Che fascino quel Seneca pulp

· Negli studi di Ettore Paratore l’eredità del tragediografo ·

All’accademia Nazionale dei Lincei è stato presentato il volume Seneca tragico. Senso e ricezione di un teatro (Urbino, QuattroVenti, 2011, pagine 369, euro 34) che raccoglie — a cura di Cesare Questa e Alessio Torino, per la Fondazione Ettore Paratore — saggi poco conosciuti di Ettore Paratore. All’incontro, coordinato da Manlio Simonetti, sono intervenuti Maurizio Bonicatti, che ha parlato dell’influsso di Seneca nell’opera di Rubens, Paolo Fedeli che ha approfondito l’attuale riscoperta del Seneca tragico, e l’autrice della postfazione al libro, dalla quale riprendiamo alcuni stralci.

I saggi iniziali di questa raccolta — Il teatro di Seneca; Seneca autore di teatro; La poesia nell’Oedipus di Seneca, vero trittico d’apertura, quasi fondamento e icona del volume — e soprattutto i primi due, complementari, che coprono un lungo arco di tempo dal 1956 al 1981 (anni cruciali per la storia dell’Italia, tra sviluppo industriale, miracolo economico, contestazione studentesca, terrorismo, società dei consumi, nuove tecnologie, inquinamenti), comunicano e rendono chiara l’idea del teatro di Seneca, «arditissimo teatro d’avanguardia», come entità strettamente connessa, nelle sue matrici profonde, al teatro moderno, tale da apparire talvolta il presupposto se non lo stesso avvio del teatro moderno.

Di fatto il proposito di Paratore, dichiarato in limine, è proprio «quello di sottolineare una integrale sintonia di gusto e di motivi spirituali fra il teatro di Seneca e la prima grande stagione del teatro moderno». E certo sottolineare diviene subito far vedere, mostrare per evidenza sulla pagina l’«orgia del macabro», gli «scorci diretti di efferata teatralità», il sangue, il «balenar di cervelli schizzati fuori dai crani e spappolantisi sui muri», le «apparizioni spettrali», la «torva tregenda» degli «incubi» e delle «allucinazioni», la solitudine disperata, la «gigantesca, ossessiva monomaniaca passione» fortemente «in urto con i diritti primordiali della natura umana», i «sottofondi sessuali», la «schiavitù agli istinti peggiori», i vizi del tiranno che Paratore scopre in Seneca «strettamente connaturati col tono stesso della vita contemporanea», e di cui individua la genesi nel «clima culturale dell’età», nell’«aura livida di crisi incombente», nell’«esperienza della vita di corte», tra «orge e delitti della famiglia dei Cesari», e che ritrova «per oscura, ma profonda coscienza di una identità d’impostazione ideologica» nei drammi elisabettiani, nell’ Amleto , nel Macbeth, nel Re Lear di Shakespeare, nell’ Orbecche del Giraldi Cinzio, nella Canace di Sperone Speroni, nell’ Orazia dell’Aretino.

Allo stesso modo, sottolineare una totalità tanto complessa e penetrarne a uno a uno i risvolti va oltre il taglio di un’introduzione alle tragedie di Seneca. Come pure va oltre la nozione di tragedie non destinate alla sola lettura secondo l’opinione corrente dei critici tra Ottocento e Novecento ribaltata da Paratore, nelle maglie di un lungo, serrato dialogo, in una «straripante teatralità» della scena, del ritmo, del linguaggio, delle sue possibilità sceniche, dello stile, della metrica, dei versi.

Nel lontano 1956, a chiusa di questa sua guida al teatro di Seneca, Paratore riteneva «non inutile riproporre» una poesia tragica che «costituisce, in piena antichità classica, la più stupefacente anticipazione della coscienza barocca e romantica, appunto perché tesa anch’essa alla scoperta d’un mondo nuovo». Era quello un periodo di studi, ormai classici, sul Barocco.

Nel 1949 era apparsa l’edizione delle Opere scelte del Marino con la capitale Introduzione di Giovanni Getto, nel 1952 Il Caravaggio di Roberto Longhi, nel 1953 Del barocco e altre prove di Luciano Anceschi, nel 1954 La polemica sul barocco e I Marinisti di Giovanni Getto, nel 1955 Le baroque et la mort di André Chastel. Di lì a poco, nel 1958, uscivano, di Getto, Il teatro di Federico Della Valle e L’«Aristodemo» capolavoro del Barocco , poi raccolti a formare il centro di Barocco in prosa e in poesia, e dove, per le scene in cui Aristodemo decide di immolare la figlia Merope e di ucciderla con le proprie mani, Getto richiama passi, già chiosati da Paratore, del Tieste e della Medea di Seneca, che anche per Getto «è il poeta dei precipitosi deliri e delle paranoiche allucinazioni».

Senza dubbio i due saggi complementari che aprono il Seneca tragico e il terzo sull’ Oedipus (ancora del 1956) con la rassegna delle varie interpretazioni di critici tedeschi, francesi, inglesi, spagnoli, italiani, l’ipotesi dell’ Oedipus , «seconda delle tragedie senecane a noi pervenute», opera dell’«età giovanile», e la tesi di fondo dell’assoluta coerenza del personaggio Edipo rispetto all’Edipo di Sofocle e della «estrema novità» del teatro di Seneca nel peculiare ricorso a «esasperati chiaroscuri», a un «linguaggio figurativo», a una «straordinaria galleria di immagini plastiche e pittoriche» hanno agito, direttamente e indirettamente, più e meno scopertamente, sulla lettura delle tragedie di Federico Della Valle, dell’ Aristodemo del Dottori, delle stesse tragedie di Emanuele Tesauro, in forte aumento dal Sessanta a oggi, con la tendenza via via crescente ad accentuare la ripresa di temi, motivi, cadenze oratorie, atmosfere notturne torbide o tormentose, ambiguità, perversioni, orrori, deliri di vendetta, veleni, macchinazioni di cortigiani protervi, di chiara derivazione senecana.

E, ovviamente in misura maggiore, hanno contribuito ai recenti scavi sul dramma sacro barocco, sulla poesia in latino, non soltanto del circolo romano dei Barberini, sui testi del teatro gesuitico, di cui Alessio Torino ci ha appena offerto in raffinata edizione critica il Crispus di Bernardino Stefonio, tragedia di strepitoso successo a scala europea lungo l’intero Seicento, più volte rappresentata e ristampata.

Gli esiti e gli apporti di Paratore agli studi di letteratura italiana — che si è cercato qui di ripercorrere, soprattutto per il Cinquecento e il Seicento — valgono di per se stessi a rendere, al di là della raccolta allestita dai curatori sulla traccia di una lunga fedeltà al maestro, il carattere di attualità del volume. Proprio per una serie di problemi in cui si possono riconoscere problemi che sono anche dei nostri giorni come la violenza, la corruzione, il degrado, l’epidemia senza rimedio, la follia devastante di chi si sente al di sopra della legge, l’arroganza del potere, il disprezzo delle regole, la menzogna, la calunnia, i complotti, la macchina del fango. Problemi, tutti, che nello specchio del teatro di Seneca e della sua fortuna nel Seicento, ci fanno riflettere su di noi e sulla nostra epoca.

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19 settembre 2019

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