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Che Dio ti sia Dio e che tu gli sia amore

Ecco una donna che ha compiuto grandi cose in segreto. Hadewijch di Anversa visse a metà del XIII secolo, negli antichi Paesi Bassi, e proveniva da una famiglia nobile che apparteneva al movimento delle beghine. Morì intorno ai sessant’anni, tra il 1260 e il 1269, dopo essere stata una maestra spirituale. Ha scritto Lettere, Poesie e redatto Visioni, rivolgendosi in modo particolare a laici. È stata citata e valorizzata dallo spirituale e mistico Jan van Ruusbroec. 

La sua esperienza mistica è stata vissuta al di fuori dei mondi universitari, clericali e maschili. In effetti il beghinismo, di cui indubbiamente Hadewijch ha fatto parte, è un movimento di reazione spirituale: si trattava di liberarsi dai rigidi schemi della vita monastica. Le menti volevano sbarazzarsi del formalismo, seguire i consigli evangelici senza pronunciare voti, in pieno mondo, al centro delle città. Il fine era quello di ritornare alla vita delle donne della Chiesa primitiva, fossero esse vergini o vedove. Il beghinismo fu un movimento molto fervente. I beghinaggi più celebri furono quelli di Bruges e di Gand, a Strasburgo si contavano sessanta case di beghine e nel 1240 a Cambrai c’erano 1300 beghine. Meister Eckart predicò spesso a beghine. L’insegnamento di Hadewijch verte soprattutto sul cammino che l’anima deve compiere per somigliare a Dio. Questo consiste nella comunione con Dio e soprattutto nel fatto che l’essere umano, colmato interamente da Dio, diviene a lui simile. La similitudine con Dio si definisce come amore. Il punto di partenza della sua mistica è dunque la conversione verso la profondità dell’anima: spiega che è nel profondo di sé che l’essere umano si scopre slancio spontaneo verso Dio. Perciò spesso nei suoi scritti e nelle sue lettere raccomanda di diventare ciò che siamo nel profondo.

Hadewijch ci ha lasciato una raccolta di trentuno Lettere, di cui si pensa che lei stessa conoscesse l’importanza. Non vi disserta, ma vi esprime piuttosto i suoi sentimenti amichevoli, o meglio la sua amicizia, per le giovani donne alle quali si rivolge. Di fatto l’amicizia, così come lei la concepisce, non è fine a se stessa. A suo parere è l’amore divino a sostenere questo amore umano e a farlo crescere. Inoltre il genere epistolare le consente di dare maggior spessore all’espressione diretta della sua esperienza profonda. Condivide così la sua testimonianza personale sulla sua vita d’innamorata e anche il suo insegnamento, che lei stessa dice di prendere direttamente da Dio. Per questa mistica il fine dell’esistenza umana consiste dunque nel fatto che l’essere umano diventi amore come Dio è amore. In questo amore egli diviene una cosa sola con Dio, e questa unità con Dio si crea con la mediazione di Cristo. Nella sua Lettera 18 scrive: «L’anima è per Dio una via libera, dove lanciarsi dalle sue profondità ultime; e Dio in cambio è per l’anima la via della libertà, verso quel profondo dell’essere divino che nulla può toccare, se non il profondo dell’anima».

Versi di Hadewijch in un testo del XIV secolo

Come l’artista con il suo scalpello toglie dal blocco di marmo tutto ciò che è di troppo per realizzare il capolavoro che ha in mente, così, in questa prospettiva, la vita dell’anima non è conquista, ma spogliamento liberatorio: «L’anima deve restare nuda davanti a Dio e spogliata di ogni riposo che non sia il suo». Per ritrovare il suo vero essere in Dio, la creatura deve spogliarsi. Ecco cosa scrive nella Lettera 6: «Se vuoi raggiungere l’essere in cui Dio ti ha creata, devi, con grande nobiltà, non rifiutare alcun dolore». Il cammino spirituale dell’anima è allora riscoperta, restituzione di quello che siamo in Dio, è dall’amore che l’anima viene liberata e raggiunge il suo vero essere, quello che Dio ha pensato eternamente: perciò nella sua Lettera 22 conclude dicendo: «Essere quel che Lui è, niente di meno».

In altre parole, mette in risalto la dottrina secondo cui l’anima è in Dio in eterno e pertanto occorre ritrovare questo essere originario che è Dio. Il suo insegnamento si fonda sulla Scrittura; san Giovanni nel suo prologo lo esprime così: «Tutto è stato fatto per mezzo di lui… In lui era la vita» ( Giovanni 1, 3) e questa vita è il Verbo, Cristo. A sua volta san Paolo scrive: «Egli [Cristo] è immagine del Dio invisibile…, per mezzo di lui sono state create tutte le cose… Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui» ( Colossesi 1, 15-17). Tutte le creature sono comprese, designate in anticipo, incorporate nel Verbo, che è l’archetipo della creazione. Ciò significa che l’archetipo divino è nel profondo dell’anima, vi dimora. Nella sua Lettera 2, scrive: «Se vuoi infine ottenere ciò che è tuo, donati a Dio, e divieni ciò che Lui è», poiché «chi ama di un amore più ardente corre più veloce, arriva prima alla santità divina che è Dio stesso» ( Lettera 13). Si tratta per Hadewijch di spiegare a quella giovane a cui la lettera è indirizzata che deve ritornare al suo essere eterno, quello che abbiamo in Dio. Di fatto l’anima deve perdersi per ritrovarsi Dio con Dio; si tratta di un’assimilazione a Dio, di una deificazione. Ecco le sue parole nella Lettera 9: «Che Dio ti faccia sapere Chi è e che ti assorba in Lui stesso nelle profondità della saggezza. Là in effetti ti insegnerà ciò che Egli è e quanto dolce sia l’abitare dell’amato nell’amato». In questa prospettiva, amare è essere, perché l’amore ci fa essere di più, ci riporta alla nostra origine. O, per dirlo con le sue parole: «Che Dio ti sia Dio e che tu gli sia amore» ( Lettera 12).

di Catherine Aubin

L’autrice

Suor Catherine Aubin, domenicana, è docente di teologia spirituale e sacramentale alla Pontificia università San Tommaso d’Aquino, Angelicum, e all’istituto di vita consacrata Claretianum, a Roma, e professore ospite all’istituto pastorale dei domenicani a Montreal. Tra le sue opere tradotte in diverse lingue ricordiamo: Prier avec son corps à la manière de saint Dominique (Paris, Cerf, 2005); Les fenêtres de l’âme (Paris, Cerf, 2010); Les saveurs de la prière (Paris, Salvator, 2016); Prier avec son cœur, la joie retrouvée , (Paris, Salvator, 2017).

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13 dicembre 2017

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