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Che cosa significa contemporaneo

· Arte e bellezza oggi ·

Una copia   del discobolo di Mirone

Nel discobolo di Mirone si possono individuare non solo i tratti fondamentali dell’arte classica greca, così come si va configurando nel V secolo prima dell’era cristiana nell’Atene di Pericle, ma alcuni elementi destinati ad essere distintivi dell’arte europea nel tempo. Nonostante il mutare dei linguaggi nei secoli, possiamo senz’altro affermare che tutta l’arte europea ha a che fare con l’uomo ed in specie con un’idea specifica dell’umano: l’equilibrio fisico, affermato o negato, ha valore come espressione non solo formale ed estetica, ma come sostanza mentale e dunque intellettuale dell’essere.

Nessuna opera di Mirone ci è giunta in forma diretta, ma possiamo avere idea della sua arte nelle copie romane in marmo, che dimostrano la popolarità di cui godeva sin dai tempi antichi. Citato da Luciano e Cicerone, venne ricordato da quest’ultimo come capace di eseguire opere belle, ma non ancora abbastanza vicine alla realtà, sottintendendo un giudizio che, affermando il primato della natura, stabiliva il dualismo, destinato a durare nel tempo, e ancor vivo oggi, fra una concezione realistica e naturalistica dell’arte (da cui la figuratività, spesso sorretta da intenti narrativi) e una spirituale e mentale, che, negando scelte figurative, ne sottintende talora la derivazione, ma anche la totale astrazione. Come a dire che, raffigurato o no, dell’uomo e del suo esistere si tratta.

Questa affermazione stabilisce da subito l’identità e l’anima stessa di tutta l’arte (o di ciò che resta dell’arte) europea e, per estensione comprensibile, occidentale.

Il discobolo rappresenta l’atleta nudo nel momento del massimo sforzo e della massima concentrazione, quando raccoglie tutte le sue energie prima di lanciare il disco. Con il suo perfetto congegno di moti, appare immobile, in una posa fuori del tempo. L’artista non ha voluto rappresentare il movimento di un singolo uomo in un dato attimo, ma l’idea stessa di movimento, ravvisando in esso un valore altissimo, non certo riconducibile alla sola fisicità, ma alla mente e allo spirito.

Ecco, proprio in ciò si ravvisa il fondamento di tutta l’arte occidentale, da quel V secolo a oggi, da quell’opera ateniese — l’Atene di Pericle, là dove ha inizio l’idea stessa di democrazia, anch’essa irrinunciabile caposaldo della cultura e dell’identità occidentale — su su fino agli esiti attuali e talora poco comprensibili dell’arte contemporanea.

Il mondo cambia e noi, oggi meno che mai, possiamo dire che sarà della nostra Europa, ma certamente dal punto di vista dell’arte nessuno potrà mai negare il suo primato. La stessa Pop di Warhol, ironizzando e criticando le icone del mercato, della politica, dell’establishment mondiale, lo faceva utilizzando una delle grandi invenzioni europee, la fotografia, ovvero la nuova grande finestra sul mondo che l’Europa aveva spalancato per tutti, anche per chi europeo non fosse.

Qual è dunque la questione di un’arte che nasce europea, diventa occidentale e nell’età della globalizzazione si estende nel mondo, attraversando linguaggi, disastri naturali, politici, fenomeni migratori, crisi economiche e valoriali? Un tempo avrei detto la bellezza, solo la bellezza che Mirone aveva avvertito e proposto e che poi l’arte nel tempo aveva elaborato attraverso secoli di cultura specialmente europea, ma poi non soltanto; solo la bellezza ci indica la strada, il percorso... ma cosa è bellezza oggi? Non quella del corpo umano levigato da faustiane idolatrie, né quella di un significato che nulla nega e nulla afferma, quando tutto si può dire e fare. Né quella di un valore, nell’epoca in cui anche un Papa può, giustamente, dire chi sono io per giudicare? Potrei dire che la bellezza è nel desiderio della bellezza, nell’aspirazione ad essere qui e altrove, bello e brutto, forte e fragile, vero o falso.

Ma come storico dell’arte non posso che riproporre l’attualità di una bellezza che è tutte queste cose insieme, perché esprime la profonda verità dell’uomo. Sto dalla parte di Mirone, ma capisco il mondo che cambia e dalla storia dell’arte potrei proporre molti esempi che mi sembrano racchiudere il senso del mio pensiero, anche sul tema della contemporaneità.

All’inizio di un suo saggio del 2008, Giorgio Agamben pone una domanda che affronta indirettamente questa questione: «di chi e di che cosa siamo contemporanei? E, innanzitutto, che cosa significa essere contemporanei?». Con esplicito riferimento a Nietzsche, Agamben afferma che «è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo».

Non significa vivere in un altro tempo o in un supposto altrove, bensì stabilire col proprio tempo, a cui non si può non appartenere, una sorta di distanza, che consente di avere con la contemporaneità una relazione speciale, simile a quella che abbiamo con le stelle: le guardiamo, ne percepiamo la luce, ma sappiamo che essa non è attuale, perché proviene da una lontananza irraggiungibile. Siamo nel buio e la luce pare irraggiungibile, ma c’è.

di Paolo Biscottini

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17 luglio 2018

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