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Che brutte le chiese originali per forza

· L'arte e il senso comune della bellezza (spesso ignorato) ·

Il 13 luglio si svolge a Roma, nella biblioteca della Pontificia commissione dei beni culturali della Chiesa, un seminario intitolato «Architettura e arte sacra alla luce del pensiero di Joseph Ratzinger / Benedetto XVI». Uno dei relatori ha anticipato per noi i temi del suo intervento.

Molti architetti, artisti e committenti debbono riflettere quanto il frutto dei loro ingegni abbia poco incontrato le aspettative di bellezza e di verità dei fedeli. Ecco perché la Chiesa ancora una volta si prende cura delle sue greggi afflitte e per volere di Papa Benedetto XVI ha radunato sotto le volte della Cappella Sistina centinaia di artisti, architetti e intellettuali affinché tutti vengano sollecitati a prendere nuove vie per illustrare alle genti la Grazia con un po' più grazia.

Infatti con le circa cinquemila nuove chiese costruite in Italia nella seconda metà del Novecento non si sono in genere costruite e non si stanno più edificando «chiese nuove» — come erano «chiese nuove» le barocche dopo le rinascimentali, le rinascimentali dopo le gotiche, le gotiche dopo le romaniche e le romaniche dopo le paleocristiane — ma «chiesoidi», come Gillo Dorfles chiama «fattoidi» gli incongrui, arbitrari nuovi «fatti» creati con le loro «installazioni» dagli artisti odierni, utilizzando il suffisso «oide», che in psichiatria designa forme cliniche che presentano sintomi di quadri morbosi tipici (schizoide, paranoide e così via), e che nel linguaggio comune sta a indicare caratteri o atteggiamenti sgradevoli o almeno discutibili: artistoide, intellettualoide. Dunque per queste chiese laiche di oggi potrebbe andar bene «chiesoide», e, per le tante e strane «novità» che alcuni artisti disseminano spacciandole per opere d'arte potrebbe andar bene «novoidi», ossia «cose simili al nuovo, ma che, non essendolo in nulla, solo malamente lo scimmiottano».

Ma cos'è, al fondo, una «novità»? È, da quel che dice il vocabolario, la sintesi di due opposti: «qualcosa che nasce e viene dalla storia — con una sfumatura di originalità»; sicché succede che: per il fatto che «viene dalla storia», dunque dall'ambiente circostante, dalla tradizione nel senso più nobile, che è la naturale memoria delle cose, essa rassicura e garantisce sulla sua regolarità, sulla sua fedeltà alla verità e alla bellezza delle cose vere e belle che la precedono; per il fatto poi che le si richiede anche una «sfumatura di originalità», essa desta meraviglia all'intelletto, il quale non attende altro che la meraviglia per dilettarsi: essa apre il suo cuore all'incanto per il quale ogni minuto palpita, schiude nuove vie alla verità e alla bellezza che gli sono d'uso per una rinnovata e infinita dilezione: l'intelletto, davanti alla visione di una nuova opera dinanzi a sé, rinfrancato dal riscontro previo del dispiegamento di fedeltà all'essere, da cui non si può prescindere, chiede subito di fare il proprio lavoro, per il quale è particolarmente preposto: di fare cioè una conoscenza nuova, insomma di vivere, così compiendo quella seconda operazione propria all'essere (e ancora, come la prima, imprescindibile, pena la mummificazione), che è andare avanti.

Traditio in progressu , si potrebbe dire, e così si vede come e quanto una «novità», con le due caratteristiche di tradizione e di originalità da cui è composta, si attagli perfettamente alle caratteristiche dell'ente che la deve «scoprire»: l'intelletto; quanto bene gli aderisca e gli sia conforme. Non a caso: poiché, e questa è la sorpresa, tradizione e originalità sono pure i due essenziali componenti dell'intelletto: la tradizione qui si chiama memoria e l'originalità pensiero. Ogni pensiero infatti, dopo essere nato dai dati offerti dalla memoria, è «originale» perché «fatto e costruito in quel tal modo proprio e solo da quell'intelletto lì». Ecco realizzata qui la adaequatio rei et intellectus che si diceva, la corrispondenza perfetta tra Io e realtà che sta alla base dell'amore, lo permette e lo suscita. Se non si potesse realizzare tale eguaglianza (le nozze che dicevamo) tra intelletto e realtà, che germoglia dalla conoscenza, tutto diverrebbe arbitrario, tutto diverrebbe relativo, dubitabile, incerto. Se l'amore nasce dalla conoscenza, è perché questa è il suo terreno più sicuro per permettergli i suoi più dolci e liberi slanci.

La realtà, all'interno della quale soltanto si muovono Bellezza e Verità, vive di entrambe le sponde: tradizionalismo e audacia, e la caduta di uno dei due argini, qualunque sia dei due, esonda l'intelletto nell'irrealtà, per cui bisogna tenerli entrambi.

Ma i vogliosi di indipendenza, di libertà, che fanno? Buttano via la storia, che è tradizione, che è memoria, e si attaccano alla sola originalità, perché, a causa di ciò che abbiamo visto prima, hanno «l'orrore di veder entrare la storia nel proprio oggi», hanno orrore, dalla cosa antica, di farne una cosa anche nuova, che diverrebbe però così capace, come tutte le cose belle e vere che la gente si ferma a guardare o a sentire ammirata, di percorrere gli anni, i secoli, i millenni, fino all'oggi e per sempre.

Nel 1400 Filippo Brunelleschi e Leon Battista Alberti, che non odiavano né l'antico né il nuovo, ma li amavano entrambi, coraggiosamente presero l'antico, lo colsero con garbo da Roma e da Atene, e lo rifondarono «di nuovo» con somma cura a Firenze. Essi sono l'esempio del coraggio che ha un vero amante della tradizione: fare Rinascimento, ossia saper trasportare l'antico nel proprio oggi con la capacità inventiva di trasfondere nel nuovo l'antico, il tutto con quel quid che solo l'artista possiede per compiere la cosa come si deve, ossia facendo una cosa «bella ad arte».

Brunelleschi e Alberti hanno guardato l'antico, lo hanno conosciuto, hanno ammesso poi che lo potevano tradere — trasportare, tradurre — nel proprio oggi, e lo hanno fatto, compiendo l'operazione conoscitiva della tradizione. E nessuno poi li ha mai accusati di essere conservatori, reazionari, misoneisti, ma tutti in tutti i secoli corrono a incantarsi delle loro sublimi meraviglie.

Il misoneismo culturale e religioso che ci affligge sarà vinto e superato dal ripristino, in primo luogo, del metodo della vita, il quale metodo, come indicato da Amerio, discende direttamente dal ripristino anticartesiano della corretta disposizione da dare all'ordine delle essenze trinitarie: prima, sul trono che gli spetta, il Lògos , poi l'amore. Soltanto così «vengono tirate fuori dal tesoro cose vecchie e cose nuove» ( Matteo , 13, 52), essendo le cose nuove, ogni volta e in ogni tempo, la realizzazione delle vecchie, delle antiche, nel proprio oggi, e divenendo ciò tanto più bello, se tanto più compiuto con arte, col genio artistico.

In secondo luogo, ciò fatto, torneremo a fare Bellezza usando i tre termini che sempre l'hanno fatta: il canone classico, i materiali, la proporzione aurea. Naturalmente, bisogna saper usare questi termini insieme tra loro e insieme poi a quel certo quid infuso nel secolo odierno, come Brunelleschi e Alberti nel loro Quattrocento, e bisogna dire che l'offerta di poesia che il secolo odierno ci mette a disposizione oggi non manca. Bisogna saperla cogliere. Ma ciò dipende sia dalla propensione dell'artista a inclinarsi a compiere entrambi quei due atti che si dicevano per realizzare una vera, bella e anche buona «novità», sia dal suo talento. Bisogna però averlo, il genio, per incantar le folle.

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10 dicembre 2019

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