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In cerca
di futuro

· A vent’anni dall’indipendenza di Timor Orientale ·

La più giovane democrazia del continente asiatico celebra i vent’anni di indipendenza. Timor Orientale ricorda il distacco dall’Indonesia, avvenuto con uno storico referendum il 30 agosto 1999, senza indulgere in toni trionfalistici: «Fu un momento di coraggio, un momento decisivo in cui la generazione che andò a votare mise fine ai lunghi anni di oscurità, tortura e sofferenza, a decenni di oppressione. Quel giorno di vent’anni fu il momento in cui, grazie alla determinazione del nostro popolo, rivedemmo la luce», ricorda a «L’Osservatore Romano» Acacio Pinto, ricercatore e analista nell’area delle scienze sociali a Dili. Nella nazione costituita dalla parte orientale dell’isola di Timor, mentre la parte occidentale è tuttora una provincia indonesiana, riferisce Pinto, «la gente preferisce una celebrazione più semplice, senza particolare euforia, in quanto il passo dell’indipendenza dall’Indonesia fu caratterizzato da violenza, morti e sofferenze».

A vent’anni da quella storica svolta, Timor Orientale deve affrontare diverse sfide, ricorda il ricercatore cattolico: «Abbiamo dovuto riedificare il nostro paese da zero. Quando l’Indonesia lasciò Timor Orientale dopo l’occupazione, il paese era completamente distrutto. Fu necessaria un’opera di ricostruzione materiale, intellettuale, morale. Ma il paese ha combattuto per l’autodeterminazione, ha affermato la propria identità e oggi sta crescendo a livello economico e sociale».

Il processo di costruzione dello stato e delle sue istituzioni basilari, accompagnato per i primi anni dalle Nazioni Unite, non è stato fluido, ma irto di ostacoli e difficoltà, che ancora oggi si notano nella vita della nazione. L’economia dipende in gran parte dalle entrate derivanti dallo sfruttamento dei bacini petroliferi nel mare di Timor, che separa il paese dall’Australia. Il settore energetico rappresenta circa il 60 per cento del prodotto interno lordo nazionale e costituisce oltre il 90 per cento delle entrate pubbliche. Ma, secondo la Banca mondiale, circa il 40 per cento della popolazione vive in condizioni di povertà. L’85 per cento della popolazione si affida ancora all’agricoltura per il sostentamento e il riso è la coltivazione più diffusa. «Un potenziamento dell’agricoltura, dei mezzi di comunicazione, delle scuole e della sanità farebbe aumentare il benessere di tutti, contribuendo a creare una società pacifica e armoniosa», rileva Pinto. La giovane democrazia asiatica «è sulla strada per alleviare la povertà, eliminare la corruzione e sviluppare le sue ricche risorse energetiche», mentre restano prioritari gli sforzi per garantire un’istruzione di qualità, creare posti di lavoro, consolidare le infrastrutture e le istituzioni statali.

A tale proposito si può notare che — fatti salvi i diversi periodi di turbolenze politiche — il Parlamento è costituito per circa il 40 per cento da donne, mentre la popolazione, a maggioranza cattolica, senza alcuna discriminazione ha scelto per due volte (tra il 2002 e il 2006, e poi nel 2017-2018), un primo ministro di religione musulmana, Mari Alkatiri.

Ex colonia portoghese, occupata dall’Indonesia nel 1975, Timor Orientale, con 1,2 milioni di abitanti al 98 per cento cristiani, è diventato il secondo paese asiatico a maggioranza cattolica (con le Filippine). E la Chiesa cattolica, in tutte le sua articolazioni e istituzioni, si è rivelata decisiva, negli ultimi cinquant’anni, nel processo di elaborazione dell’identità nazionale. Durante l’occupazione indonesiana, la Chiesa ha fornito ai timoresi supporto sociale, economico, umano e spirituale. Curando l’istituzione di scuole e impegnandosi specialmente nel settore educativo, ha trasmesso alla gioventù valori e principi che oggi sono parte integrante del patrimonio culturale condiviso. I servizi sociali hanno dato protezione speciale agli orfani, figli dei combattenti della resistenza, e alle persone svantaggiate. La Chiesa si è impegnata nella difesa dei diritti umani, agendo come “voce dei senza voce”. Non a caso i cattolici timoresi sono cresciuti costantemente nel tempo: dal 13 per cento nel 1950 al 30 nel 1973, fino a costituire il 50 per cento della popolazione nei primi anni ‘80 e la quasi totalità di oggi.

Frutto di questo contributo pienamente riconosciuto, a tutti i livelli, nell’agosto 2015 la Santa Sede e la Repubblica Democratica di Timor Orientale hanno firmato a Dili un accordo, ratificato nel 2016, che sancisce la personalità giuridica della Chiesa e delle sue istituzioni e garantisce alla Chiesa la libertà di svolgere la propria missione in favore della popolazione timorese. La Chiesa cattolica a Timor Orientale, dunque, continua a ricoprire un ruolo importante nella formazione delle coscienze. In uno stato contrassegnato da un’altissima percentuale di popolazione giovanile (il 75 per cento della popolazione è sotto i 30 anni e quasi metà della popolazione è costituita da bambini), lo sviluppo e la qualità del sistema educativo restano una necessità ineludibile. Per questo la comunità cattolica, specialmente grazie all’impegno di ordini religiosi come salesiani e gesuiti, offre il proprio contributo e collabora con le istituzioni statali soprattutto nel settore dell’istruzione che, a partire dal 2002, era da ricostruire completamente.

di Paolo Affatato

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15 dicembre 2019

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