Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

In cerca della madre

· Centocinquanta reperti esposti a Parma ·

In principio stava la Madre. A Parma si è aperta una mostra sugli archetipi della maternità, dalle statuette votive delle antiche civiltà mediterranee alle Madonne con Bambino rinascimentali; dalle intense Pietà del Cinquecento fino alle invenzioni del Novecento, in cui l’immagine della donna e della famiglia si laicizza (pensiamo a Felice Casorati o Gino Severini). E, per reazione, artisti contemporanei come Alberto Giacometti, Francesco Messina o Lucio Fontana, con le loro immagini neo-arcaiche e fortemente evocative, sentono il bisogno di ritrovare la sacralità primitiva dell’immagine della donna e della madre.

Felice Casorati,«La famiglia Consolaro Girelli» (1916)

Un bisogno, questo, di tornare all’origine del significato della maternità, che corrisponde alla nostra sensibilità post-moderna. La mostra «Mater. Percorsi simbolici sulla maternità», aperta fino al 28 giugno al palazzo del Governatore, affronta attraverso oltre centocinquanta reperti i tanti significati che l’icona della madre ha assunto nei millenni: dea della fecondità e della terra, divinità che assiste la donna che partorisce e allatta, matrona che sta all’origine della famiglia e della società latina (la mater familias romana), Madre di Dio nella civiltà cristiana (della misericordia, consolatrice, regina, in maestà).

Dal Paleolitico all’età del ferro e del bronzo affiorano nella mostra di Parma le più svariate immagini di divinità femminili — da Cipro, Taranto, Aquileia — tra cui l’interessante tipologia delle Matres Matutae di Capua. È il caso di un bassorilievo in tufo del iv secolo prima dell’era cristiana che rappresenta una madre seduta con in braccio cinque neonati avvolti in fasce: il reperto veniva esposto come ex voto nel santuario di Capua davanti alla dea delle partorienti per chiedere la sua protezione.

Liberata dal velo del romanticismo, nel Novecento la maternità si laicizza. Imborghesisce. Sulla famiglia si accende la luce artificiale della modernità. Il neon della pittura di Felice Casorati rischiara l’esistenza della nuova coppia borghese con bambino, seduta in salotto attorno a un tavolino da the. E cosa scopriamo? Che il bimbo-marinaretto è sulle ginocchia di un papà elegante con tanto di baffi, cravatta e colletto alto; mentre la mamma, dall’aria distaccata — potrebbe sembrare una cameriera se non fosse seduta — sta per versare il the. Il bambino non guarda i genitori: guarda noi, è in posa per il quadretto familiare. In questa tela di Casorati, intitolata La famiglia Consolaro Girelli (1916), non c’è mistero. Tutto è lucido come le scarpe di vernice del bambino. È una famiglia che si specchia, si autocompiace di sé e del suo ruolo sociale.

Dove sta la madre oggi? La risposta si perde nel gioco infinito delle immagini e dei sensi che questa mostra ha proposto. Ma se ci fermiamo davanti alla Pietà con Madonna e san Francesco di Antonio Campi (1575 circa), proveniente dalla sala capitolare della cattedrale di Cremona, capiamo che il dolore di Maria sul figlio morto appartiene all’umanità intera. Così come nella statuetta in bronzo della Madre dell’ucciso (prima età del ferro), proveniente dal museo nazionale di Cagliari: lo stesso dolore in un reperto di età nuragica, eppure vicino alla nostra sensibilità contemporanea.

di Alfredo Tradigo

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

21 novembre 2018

NOTIZIE CORRELATE