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C’erano anche ieri i giovani di oggi

· Una inchiesta intergenerazionale senza pregiudizi ·

Quella dei “giovani d’oggi” è una categoria sempre esistita, che si rinnova a ogni generazione, immancabilmente accompagnata a quell’altro grande evergreen che è “ai miei tempi”. Paolo Di Paolo e Carlo Albarello assumono questa prospettiva, per quindi rovesciarla e tracciare uno spaccato della generazione dei millennials che potrebbe sorprendere molti lettori. Dalla loro collaborazione è scaturito il volume C’erano anche ieri i giovani di oggi. Generazioni, scuola, memoria fra Novecento e Duemila (Roma, Città Nuova, 2018, pagine 130, euro 15).

Una scena del film «La leggenda del pianista sull’oceano» di Giuseppe Tornatore (1998) tratto dal romanzo di Baricco che alcuni millennials hanno menzionato stimolati sul significato che evoca in loro la parola “Novecento”

Non è il solito libro di un professore che vuole raccontare il mondo dei suoi alunni: gli autori vogliono volare un po’ più alto. Nasce così l’idea di una piccola inchiesta intergenerazionale, in cui, da un lato, gli adulti “interrogano” — senza voti, né giudizi — i ragazzi sul secolo che li ha preceduti, dall’altro i giovani rivelano un potenziale e una voglia di esserci che cozza fortemente con gli stereotipi odierni.

Albarello porta con sé un lungo bagaglio di esperienza come insegnante di lettere al Liceo Classico Virgilio di Roma, seguita dall’insegnamento all’Università di Roma Tre e dalla collaborazione con «Huffington Post». Paolo Di Paolo, 36 anni, collaboratore di «La Repubblica» e de «l’Espresso», è ormai una realtà della narrativa italiana, essendo stato due volte finalista al Premio Strega.

Il loro libro offre dunque una doppia prospettiva “interna” ed “esterna” sul mondo giovanile, osservato per lo più al di fuori del contesto scolastico. È proprio nel sistema educativo che gli autori individuano una decadenza, il cui nucleo è nel venir meno dell’alleanza educativa genitori-insegnanti. C’è però un altro dato allarmante, in parte collegato alla rottura di tale alleanza: quella dei nativi digitali è la prima generazione in cui si comunica senza guardarsi in faccia, in cui lo scambio virtuale è divenuto più importante dell’impatto fisico visivo reale.

Il libro contiene anche una parte in cui, come riflessione per gli adolescenti, si propone il rispolvero della categoria di “antifascismo” ma con l’intento di non cadere nelle dicotomie novecentesche e nelle trappole delle vecchie categorie politiche. In positivo — perché lo spirito del saggio è fondamentalmente ottimista — gli autori rilevano dei giovani d’oggi niente affatto “sdraiati” ma con idee e voglia di confrontarsi.

L’equivoco in cui spesso gli adulti cadono è quello di approcciarsi con pregiudizi che ai ragazzi non appartengono. È proprio questa libertà incredibile dei giovani che li può rendere, contro ogni luogo comune, particolarmente ricettivi alle proposte letterarie o cultuali, in senso lato, purché non si faccia l’errore di imporre loro letture o fruizioni in modo paternalistico.

Nel loro lavoro, Albarello e Di Paolo hanno attinto a piene mani a indagini sul mondo giovanile risalenti agli anni ’60, poi ai ’70, fino ai giorni nostri, individuando la costante della contrapposizione generazionale e dell’incomprensione da parte del mondo adulto. Gli autori hanno però voluto evitare un libro che fosse un «contrabbando di nostalgia pubblica» o di retorica del “come eravamo”, che rischia inevitabilmente di attaccare al passato l’etichetta di “glorioso” al passato e quella del grigiore e del disincanto al presente.

Stimolati sul significato che evoca in loro la parola “Novecento”, i millennials hanno dato risposte anche divertenti: «la Tv», «il parquet», «mia nonna». Alcuni hanno menzionato il romanzo Novecento di Baricco, altri ancora un film come Pulp fiction che, girato 25 anni fa, è evidentemente da loro percepito come giurassico.

Le potenzialità delle giovani generazioni odierne sono frenate da un disincanto, la cui responsabilità è però da ascrivere principalmente ai genitori, a loro volta disillusi, con le loro raccomandazioni a volare basso, perché il futuro non offre grandi speranze e forse sarà meglio cercare fortuna all’estero.

Altro veleno che è stato loro precocemente inoculato è quello dell’“ansia”, una categoria che, fino a pochi anni fa, era di pertinenza esclusiva degli adulti: un giovane ha l’ansia di prestazione, l’ansia di non essere compreso, ecc. Sta agli educatori e agli adulti aiutarli a trasformare quest’ansia in qualcosa di positivo: allora la loro paura per il futuro potrebbe acquietarsi e i loro entusiasmi non rimarrebbero più inespressi.

di Luca Marcolivio

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18 settembre 2019

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