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C’era una volta la Siria

· Intervista al presidente della Croce rossa italiana sulla crisi nel Paese arabo ·

A circa quattro anni dallo scoppio del conflitto, sembra ancora lontana una soluzione per la Siria. Milioni di sfollati e di profughi, efferate violenze, quotidiani attacchi ai civili: la tragedia siriana si fa di giorno in giorno più complessa, sotto gli occhi della comunità internazionale. 

E a pagare il prezzo più alto sono i bambini. È solo di pochi giorni fa l’allarme lanciato dalle Nazioni Unite che hanno parlato senza mezzi termini di «una situazione inimmaginabile» soprattutto sul piano umanitario. A fornire un quadro della situazione sul campo, in un’intervista al nostro giornale, è il presidente della Croce Rossa Italiana, Francesco Rocca, attualmente in missione nella regione.

Qual è la situazione complessiva degli sfollati e dei profughi?

È una situazione disperata: sono senza parole. Nell’area rurale di Damasco gli scontri sono fortemente diminuiti, ma gli sfollati sono un numero enorme e vivono in condizioni miserabili. Provo molta vergogna: gli sforzi della comunità internazionale non sono sufficienti.

Di quali cifre stiamo parlando?

Il numero di sfollati è drammaticamente salito. Io ero già stato qui circa dieci mesi fa e il numero degli sfollati interni raggiungeva i quattro milioni e mezzo, mentre ora tocca i sei milioni e mezzo. Se consideriamo che i profughi fuori dal Paese sono circa due milioni e mezzo, nel complesso abbiamo una cifra spaventosa.

Fin dove arriva lo sforzo della comunità internazionale?

Ogni mese gli sforzi della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa raggiungono seicentomila famiglie, tre milioni di persone in tutto, e quindi, con la collaborazione delle Nazioni Unite, solo la metà degli sfollati interni. Ma si tratta sempre di aiuti basici: i siriani sono allo stremo, continuano a vivere senz’acqua, senza elettricità, senza cibo, in case distrutte o semidistrutte. Mi sento inadeguato: provo un’enorme frustrazione, soprattutto di fronte al bisogno crescente. Il tessuto economico del Paese non esiste più: girando per Damasco — come abbiamo fatto noi — si trovano tantissime di queste case appena ricostruite che sono piene di sfollati ai limiti della disperazione.

Come sta procedendo la collaborazione tra le istituzioni locali e le organizzazioni internazionali nelle operazioni di soccorso?

La collaborazione c’è, ma è a singhiozzo. Tutto dipende dalle condizioni del conflitto e dalla sicurezza. A Damasco si assiste a una situazione di apparente tranquillità, ma soltanto perché in alcune aree, le aree rurali, è stata dichiarata una sorta di cessate-il-fuoco e il corridoio umanitario sta funzionando. Ma la peggiore tragedia che si consuma sotto gli occhi della comunità internazionale è quella nel campo palestinese di Yarmuk, dove sono rimaste intrappolate dai combattimenti ventimila persone, di cui cinquemila bambini. Nel campo ci sono stati centoventi morti per fame. Prima erano entrati alcuni aiuti, ma adesso gli scontri sono ripresi.

A Homs l’azione umanitaria come procede?

No, non sta funzionando. La parte di Homs dove si era aperto il corridoio umanitario è attualmente sotto assedio. I combattimenti continuano: non c’è accesso all’area.

Quale sarà l’evolversi della crisi? Lei vede spiragli di miglioramento oppure la situazione andrà sempre peggio?

Credo che andrà sempre peggio, anche perché gli occhi della comunità internazionale sono concentrati adesso sull’Ucraina e sulla Crimea. Paradossalmente, questo lascia il campo libero alla brutalità del conflitto. E mi lasci inoltre dire che il Trattato sul commercio delle armi, celebrato e firmato pochi mesi fa, non sta avendo alcun effetto. In Siria le armi in circolazione continuano ad aumentare così come le vittime civili. Il conflitto si sta incattivendo: a est, e soprattutto ad Aleppo, assistiamo a un “tutti contro tutti” senza precedenti.

Luca M. Possati

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15 settembre 2019

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