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A cena da Italo Svevo

· ​"Le quattro ragazze Wieselberger" di Fausta Cialente ·

Fausta Cialente

«I greci chiamavano Kàiros il tempo giusto, adatto conveniente, l’occasione favorevole e opportuna. Gli scrittori che diventano pilastri del canone letterario hanno il dono di cogliere il Kàiros. Fausta Cialente è uno di quegli scrittori che hanno invece avuto il destino di mancarlo sempre. All’appuntamento con la letteratura il suo pubblico, i suoi critici, è arrivata troppo presto o troppo tardi (...) Non apparteneva a nessun circolo, a nessuna scuola, a nessuna moda (...) Tuttavia proprio la sua latenza e il suo ostinato anacronismo la liberano dalla prigionia del tempo e liberano noi lettori postumi da categorie di interpretazione obsolete, asfittiche sempre inadeguate, dandoci la possibilità di cercarla nell'unico luogo che senti suo, e nel quale voleva essere trovata: i suoi libri». Così scrive Melania Mazzucco nella sua bella prefazione a Le quattro ragazze Wieselberger (Milano, La Tartaruga, 2018, pagine 270, euro 18). Ma se Fausta Cialente (1898-1994) ha sempre mancato il tempo delle opportunità letterarie, ha reso, con lucidità e naturalezza straordinarie, quello delle sue narrazioni. La prima parte del romanzo triestino, uscito nel 1976, è la ricostruzione di un felice excursus genealogico, fra inventiva e documenti gelosamente conservati e ritrovati. In una vitale e cosmopolita Trieste di fine Ottocento, che l'acuto senso storico dell'autrice non rende nostalgica, nascono Alba, Alice, Adele ed Elsa, figlie di Gustavo Adolfo Wieselberger – maestro di musica, contrappunto e armonia, e di pianoforte. La tranquilla, unita, benestante famiglia Wieselberger, animata da un irredentismo ingenuo, in cui si annida, miope e insidioso, l’antagonismo interetnico e sociale, pare ignorare che la propria agiatezza derivi proprio da quel crogiuolo di etnie che l’impero asburgico lascia vivere con una certa tolleranza, mentre si appaga di un’illusoria eternità. «Il tempo passava, gli anni scorrevano d'un ritmo quasi idilliaco e la musica, i dolci affetti (...) invitavano a guardare un futuro dove ciò che tutti desideravano ardentemente, trastullandosi con frasi fatte, scarso senso storico, e una totale ignoranza o intolleranza di questioni sociali sarebbe dovuto accadere (....) come un privilegio lungamente atteso e giustamente concesso». Sullo sfondo il bel golfo azzurro, la villa di campagna in via dell’Istria, il profumo delle pinze dorate, dello strudel (“strucolo de pomi”), ma soprattutto la musica e le raffinate serate, alle quali partecipa un non ancora famoso Ettore Schmitz, «molto molto simpatico». Elsa, la figlia minore, ha una bella voce da soprano tanto che, cosa notevole per l'epoca, viene mandata a studiare canto “all’estero”, a Bologna. Sarà proprio Elsa, madre di Fausta, a fare da collante a tutto il romanzo che, nella seconda parte, passa da una narrazione in terza persona ad una in prima. È Cialente che parla. La carriera della giovane Wieselberger promette bene, a Trento, nel Faust di Gounod («La vittoria della signorina Elsa è completa - le chiamate e gli applausi sono per lei»). Tutto, invece, si risolverà banalmente in un matrimonio. Conosce, forse a Napoli, un giovane ufficiale di fanteria: «E come può una triestina irredenta nell’anno 1894, nonostante sia proprio questo l’anno del suo lancio e dei suoi successi, non innamorarsi di un ufficiale italiano in uniforme?» Lo sposo le impone di rinunciare alla carriera, una delusione insomma e forse una lacerazione nel cuore della ragazza, ma è inevitabile dire che contro l’amore non si può nulla.
Per Cialente la madre è cultura, musica, la certezza di una quotidianità curata («Si dormiva in albergo una notte o due (..) poi erano proprio le nostre lenzuola odorose di lavanda»), di radici famigliari, di estati triestine associate «allo scorrere di un dialetto tanto vivace e spiritoso». E Trieste viene presa sempre come modello di paragone positivo soprattutto quando, ancora bambina, si rende conto delle differenze sociale ed economiche rispetto ad altre parti d’Italia. Profondamente diversa la complessa figura del padre, per il lavoro del quale la famiglia si sposterà a lungo. È italiano ma critico verso l’irredentismo, meridionale ma contro il sud, militare ma avverso alla guerra, non per spirito pacifista o sociale, ma per una visione cinicamente lucida della realtà , «Strano ufficiale, rabbiosamente antimonarchico, se nominava il re lo chiamava “quel maligno stortignaccolo”. Frivolo mentre si pavoneggia nella sua mantella di velluto blu, perspicace nella lettura degli eventi (“La marcia su Roma (...) ora ne avremo per trent'anni”) e violento. Fausta e il fratello Renato sanno che tiene sempre la rivoltella carica nel comodino e che la tira fuori anche per una camicia mal stirata, ma quando, dopo una delle solite scenate, esce di casa sbattendo la porta, Renato (il futuro geniale attore) «ripeteva in tal modo la scena» che madre e figlia ridono fino alle lacrime. L'autrice si sposa presto («non mi nascondevo affatto che il mio matrimonio era stato un'autentica fuga») e si trasferisce col marito ad Alessandria d’Egitto dove vive la sua maturità intellettuale. «Nella casa di mio marito ad Alessandria avevo trovato un’assai ricca biblioteca (...) avevamo ogni settimana il quartetto d’archi che suonava per noi e per i nostri amici (...) s’erano spalancate le porte di un mondo nuovo che mi affascinava». Un mondo molto contraddittorio, da una parte europei, balcanici turchi greci armeni che si incontrano nei teatri e nei salotti in una stimolante atmosfera multiculturale, dall’altra la popolazione indigena sfinita dalla povertà e dai disagi, che Cialente non finge mai di non vedere. «Ero fra i pochi, pochissimi, anzi – scriverà nell’introduzione di Interno con figure (sempre del 1976) – che consideravano il levantinismo un vecchio fibroma incrostato su tutto il Medio Oriente e destinato a scomparire (...) un fenomeno che, contrariamente a quanto si sosteneva, non aveva portato nulla di buono al paese e ai suoi abitanti, mentre europei e levantini godevano di condizioni, in parte da essi create, per cui la vita quotidiana era incredibilmente “dolce” e facile, e se ne vantavano quasi fosse tutto merito loro e un loro diritto, senza guardarsi intorno, quindi senza nemmeno darsi la pena di veder che di quei privilegi la “massa” non godeva assolutamente nulla. Io vedevo invece quanto atroce era la miseria d’un popolo così mite e pacifico, infame la mano del larvato colonialismo che ancora premeva su di esso e vergognosa la complicità o l’acquiescenza della borghesia occidentale».
Poi la tragedia immane di un’altra guerra, la prima si era portata via l'amato cugino Fabio, la seconda l’amatissimo fratello Renato, il ritorno in Italia e ancora un volo sul deserto – di nuovo un paese arabo – per raggiungere la figlia. Cortile a Cleopatra, capolavoro del 1936 particolarmente caro a Cialente, termina con la splendida Kikì che, raccolte le sue vesti, corre libera sulla sabbia.
Anche ora l’ultimo sguardo è sul mare, sulla grande baia di Kuwait. Sulla spiaggia i passi leggeri danzanti della piccola Sylvia, poi Cecilia col secchiello pieno di conchiglie e Lili, anche lei con le vesti tirate su e annodate per aver il passo più libero, «seguivo io per ultima, e chissà, se mi volto, non vedrò forse mia madre camminare dietro di noi, anche lei su questa spiaggia». E per la prima volta, dopo tanto tempo, sulla riva di un mare che la fa sentire ai confini del mondo, vive la bellezza, e la fragilità, di un raggiunto equilibrio fra il dentro e il fuori.

di Nicla Bettazzi

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23 agosto 2019

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