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Alla ricerca del miele
dall’antichità all’Irlanda medievale

· Una mostra di manoscritti al Trinity College di Dublino ·

«Tacuinum sanitatis», Lombardia (Biblioteca Casanatense, Roma, tardo XIV secolo)

Molti e persino violenti furono i contrasti nell’Irlanda medievale sulla gestione delle api e del miele da loro prodotto. E quando tali accanite discussioni sfociarono nel sangue — si registrarono infatti alcune vittime tra coloro che avanzavano pretese su questo ricco patrimonio — si ritenne opportuno stabilire norme che regolassero, una volta per tutte, l’amministrazione sia delle api che del miele. Queste regole furono scritte in pergamene che sono ora il fiore all’occhiello della mostra, apertasi il 18 maggio, al Trinity College di Dublino, sui manoscritti irlandesi conservati nella sua biblioteca.

Capitava spesso che i contadini irlandesi, conducendo nei campi le loro greggi, s’imbattessero in sciami di api a cui davano la caccia con delle reti per catturarne il maggior numero possibile. Con il tempo alcuni contadini s’impratichirono: di conseguenza spesso le reti si colmavano di api e di lì a qualche giorno i contadini avrebbero potuto produrre per proprio conto una considerevole quantità di miele. Alcuni di loro si arricchirono, suscitando forti opposizioni sia tra coloro che erano rimasti poveri sia tra i ricchi che non volevano rivali. Intervennero allora — scrive il «Times» del 18 maggio — le autorità competenti che emisero disposizioni miranti a limitare lo strapotere dei contadini in materia di api e di miele.

Uno dei manoscritti esposti nella mostra che si chiude il 31 maggio contiene nel dettaglio le disposizioni inerenti alla regolamentazione della proprietà del miele e delle api: esse stabiliscono che solo una parte del miele rimaneva appannaggio del contadino, mentre il restante, in verità più della metà, doveva essere devoluto sia alle autorità laiche del villaggio, sia a quelle ecclesiastiche. Queste ultime, come si legge in una delle disposizioni, si sarebbero poi impegnate a distribuire razioni di miele ai più poveri, nel segno di uno spirito di solidarietà che non doveva mai essere leso. Non sono state tramandate, rileva il «Times», controversie tra autorità laiche ed ecclesiastiche circa la quantità di miele spettante alla rispettive parti: una testimonianza questa del buon rapporto, almeno per quanto riguarda l’apicoltura, tra autorità civili e gerarchie religiose nell’Irlanda medievale.

Un’altra controversia, assai accesa, riguardava il luogo dove veniva effettuata la cattura delle api. Se tale cattura aveva luogo su un lawful green, ovvero su un appezzamento di terreno all’interno di una proprietà privata, al titolare di questa proprietà — come stabiliscono le norme contenute in altri manoscritti esposti alla mostra — veniva riconosciuto il diritto a una robusta porzione di miele. Se invece la cattura delle api avveniva in un luogo remoto, cioè in un posto dove non era possibile udire il suono delle campane di una chiesa o il canto del gallo, le norme risultano essere meno rigide e vincolanti. Il proprietario di questo appezzamento di terreno poteva tenere per sé le api, e il contadino che le aveva messe nel retino godeva del privilegio di accaparrarsi di una discreta quantità di miele, sicuramente più grande di quella di cui avrebbe potuto fruire se la cattura delle api fosse avvenuta in un luogo dove si potevano ascoltare il suono delle campane o il canto del gallo.

Sin dall’antichità il connubio di api e miele ha rivestito un’importanza assai rilevante. Il filosofo e matematico Pitagora esortava i propri seguaci a cibarsi di miele, oltre che di pane, per avere lunga la vita, mentre Aristofane riferisce che focacce mielate erano il premio per gli atleti vincitori delle gare di corsa. E nella mitologia greca le api erano considerate messaggere delle Muse per la loro sensibilità ai suoni.

Virgilio, egli stesso apicoltore, dedicò il quarto libro delle Georgiche all’allevamento delle api, esprimendo anche la sua personale preferenza per il miele di timo e definendo l’ape «nutrice, dama di compagnia, architetto, guardiana, esploratrice e bottinatrice».

Quasi otto secoli più tardi Carlo Magno, nel capitolare de Villis, promulgato nell’anno 759, disponeva che chiunque avesse un podere doveva tenere anche le api e preparare il miele a uso e consumo della collettività. Ma erano state le legioni di Giulio Cesare, tornate vittoriose dall’Egitto, a portare a Roma e a far conoscere ai romani le ricette di sedici varietà di prelibati biscotti, che avevano per ingrediente principale proprio il miele.

Ricca e variegata la simbologia legata alle api. In ambito cristiano si pensi soltanto all’Exultet, il canto liturgico intonato nella veglia pasquale, che celebra il cero «frutto del lavoro delle api, simbolo della nuova luce». Del resto l’iconologia cristiana ha sempre valorizzato la valenza simbolica dell’ape. Per esempio, Francesco di Sales paragona, nel suo Traité de l’amour de Dieu, l’anima dell’uomo nel corso della sua vita terrena a un’ape, paragone già formulato nella Vitis mystica attribuita a san Bernardo. Nel Fisiologo, poi, celebre testo scritto tra il ii e il III secolo dell’era cristiana e dedicato ad animali, piante e minerali, l’ape, letta in chiave allegorica, veniva esaltata perché espressione di una virtù somma, ovvero l’operosità. E Giovanni Crisostomo e, quasi un millennio più tardi, Dante paragonavano le api addirittura al movimento delle anime beate e degli angeli che collegano il cielo e la terra.

di Gabriele Nicolò

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23 agosto 2019

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