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Cecilia e la minestra del monastero

· Una cantata di Arvo Pärt sulla vergine romana al concerto nell'Aula Paolo VI alla presenza di Benedetto XVI ·

Il 1° ottobre nell'Aula Paolo VI l'orchestra e il coro dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia eseguono un concerto offerto dall'Eni in onore di Benedetto XVI. Neeme Järvi dirigerà la Sinfonia n. 94 di Haydn («La sorpresa»), la Fantasia corale in do minore di Beethoven, con Andrea Lucchesini al pianoforte, e Cecilia, vergine romana di Arvo Pärt, della quale pubblichiamo una breve descrizione dal programma di sala.

La partitura per coro e orchestra Cecilia, vergine romana dedicata a Myung-Whun Chung, all'Orchestra e al Coro dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia che hanno eseguito la première il 19 novembre 2000 —, è «sacra» come tutta la musica di Pärt e fatta degli stessi, universali ingredienti. «Sa come cucinano la minestra in un monastero? — spiegava il compositore in un'intervista — Ogni volta la cottura è completata da una preghiera e poi vi si aggiunge acqua santa. Ne viene una minestra completamente diversa. Non ci puoi credere finché non l'assaggi. La differenza non ha nulla a che fare con il gusto».

Commissionata dall'Agenzia romana per la preparazione del Giubileo, Cecilia, vergine romana mette in musica la terza lettura del Breviario Romano, con un coro-base (soprani, contralti, tenori, bassi) e un'orchestra ampia ma non granitica.

Il testo è come un minuscolo libretto che la musica teatralizza con la discrezione drammaturgica dell'oratorio storico. E il sunto veloce del martirio della santa, la partitura segue gli eventi come stazioni di una via crucis. Come sempre in Pärt, il suono si stacca dolcemente dal silenzio col rintocco leggero del triangolo, le note sparse del glockenspiel e poi della campana, sui violini in pianissimo, prima divisi e poi uniti, raggiunti dai clarinetti, dai flauti e dai corni in fa, in un millimetrico crescendo che non supera mai la soglia della doppia p. Il nome Cecilia viene intonato per la prima volta dalle voci femminili, poi il coro inizia il percorso concludendo in pianissimo, insieme all'orchestra, sulla parola «verginità», che gli strumenti colgono come spunto per un episodio più lento, marcato in pagina con una esplicita indicazione: «Innocente».

Non meno esplicito è il «Semplice, narrando» che accompagna l'inizio del vero e proprio racconto («ma costretta a sposare Valeriano»), avviato da tenori e contralti assieme ai clarinetti.

Un «Misterioso» con arpeggi di viole e violoncelli, su pizzicato di violini e contrabbassi, e il coro si distende nell'episodio che conduce al supplizio di Valeriano e Tiburzio, in cui per la prima volta lo strumentale s'impenna in un «Forte Spietato» che sfocia nel cuore drammatico della partitura, quello del martirio di Cecilia, su disegni strumentali semplici ma dinamiche forti.

La scrittura si ispessisce fino al «sepolta nelle catacombe di Callisto», che il coro contrappunta fino al restringersi timbricamente cangiante dell'orchestra su violini, violoncelli, oboe, clarinetti, e rintocco di campana.

L'ultima stazione è un lungo corteo funebre, intonato dal coro su note quasi ribattute, legato in trame essenziali agli archi e ai fiati, fino a spegnersi in una coda fatta di trasparenze e punteggiata dal rintocco della percussione delicatamente attutita.

Anche qui con l'uso di mezzi semplici — unisoni, accordi perfetti, scale diatoniche, terse polifonie — Arvo Pärt riesce a creare musica vibrante e con una sua ideale aderenza al testo. Musica che, nel lasciare e puntualmente riguadagnare il centro tonale, riafferma una tecnica non basata sullo sviluppo ma sulla espansione/contrazione della materia. Più che tecnica, una idea del far musica portata fino alle estreme conseguenze: nelle stazioni di questa ceciliana via crucis c'è ancora — come diceva Paul Hillier — l'accettazione del silenzio e della morte, che è riaffermazione della verità della vita.

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