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C’è vita prima dell’intervallo

· L’ultimo lavoro di Ivan Fedele all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ·

Eros e Thànatos all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, dove è stato presentato in prima esecuzione assoluta l’ultimo lavoro di Ivan Fedele seguito da Ein Deutsches Requiem di Johannes Brahms. Se il capolavoro ottocentesco, frutto di una lunga gestazione, può essere considerato una descrizione sofferta della sacralità della morte, il neonato Ās-L êb. Soffio vitale è senza dubbio un inno alla sacralità dell’esistenza.

Chi si attendeva una cervellotica costruzione fatta di rimandi incomprensibili, cioè la maggior parte degli abbonati, è rimasto deluso. Fedele ci tiene a essere compreso. Senza scendere a compromessi con le sue esigenze espressive e senza rinunciare alle conquiste del linguaggio musicale contemporaneo il compositore leccese, classe 1953, si pone il problema dell’ascolto e riesce spesso a conciliare fruibilità e qualità. Certo, come ha spiegato dal podio Antonio Pappano che ha diretto il lavoro, l’ascolto non può essere di tipo tradizionale. Occorre predisporsi con curiosità a un viaggio nel tempo, all’indietro, verso l’origine della vita.

Già nel titolo è detto molto del senso del lavoro di Fedele, fondato sul senso profondo delle due antichissime parole utilizzate una accanto all’altra: Ās è la radice sanscrita della parola latina Os , ovvero bocca, Lêb , invece, in aramaico significa cuore, il simbolo della vita e il luogo dei sentimenti. Si tratta dunque a tutti gli effetti di un percorso lineare dal corpo all’anima, andata e ritorno, dalle inarticolate emissioni iniziali che simboleggiano il nascere della coscienza e della vita, alla consacrazione finale.

E pensare che all’inizio l’idea era quella di non utilizzare alcun testo. Lo scopo era quello di trattare il coro come parte integrante dell’orchestra, affidandogli solo dei semplici fonemi per concentrare l’attenzione sul tipo di emissione. Le esperienze fatte all’Ircam, il centro di studi e produzione che si trova a Parigi, hanno infatti condotto Fedele a indagare le proprietà acustiche della voce umana oltre che a riflettere sui significati simbolici della voce.

Ma all’intuizione iniziale, al lavoro sul sistema vocalico del suono e sulle possibilità di emissione, il compositore ha voluto aggiungere un testo fatto di parole singole, che si susseguono una all’altra. Non ci sono versi, solo termini singoli: terra, uomo, maschile, femminile, immagine somiglianza (tutto in lingue antichissime). Senso letterario e musicale vanno dunque avanti di pari passo, essendo i suoni basati su parole che al tempo stesso celebrano la vita e consentono di lavorare sul timbro.

La forma è quanto mai lineare e chiara. Il primo movimento parte gradualmente con suoni inarticolati che rappresentano le prime manifestazioni dell’esistenza, poi una fase basata sul vibrato introduce il soffio vitale che prende gradualmente forma. Nel terzo movimento ormai la vita è acquisita il coro entra maestoso, quasi liturgico, mentre i profili melodici si fanno più netti.

Il finale è un ritorno a casa, al ventre materno, alle origini, descritto utilizzando più di venti melodie gregoriane sovrapposte che generano un fitto tessuto polifonico, una sorta di cluster continuo con poche screziature. Il timbro la fa comunque da padrone dall’inizio alla fine: il testo diventa suono, i significati semantici si fondono con le risonanze delle corde del pianoforte, battute e subito fermate con la mano, con le discrepanze, ricercate, tra le vibrazioni dei due vibrafoni, con l’organo che raddoppia le voci, con gli ottoni che continuano a togliere e mettere la sordina. Orchestra e coro tendono insomma a convergere, verso quello che è pensato come un respiro vitale che tutto abbraccia.

Tutto lavoro in più per Pappano, che è completamente a suo agio con la musica contemporanea. La promuove proponendola in prima persona, la sollecita ai compositori e la spiega al pubblico prima di iniziare a dirigere. Una buona iniziativa che non solo aiuta a seguire l’esecuzione, ma soprattutto dà credibilità all’operazione. Se il pubblico sente che il direttore ci crede si predispone all’ascolto con meno diffidenza e magari si porta a casa qualcosa di nuovo oltre al monumentale requiem di Brahms.

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21 maggio 2019

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