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C’è bisogno di preti umani

· Incontro della Congregazione per il clero con i formatori dei seminari italiani ·

Pietro Tavani  «Il buon pastore»

Vorrei introdurmi con le parole conclusive dell’omelia che Papa Francesco ha pronunciato, pochi giorni fa, nella Messa del Crisma: «Il sacerdote vicino, che cammina in mezzo alla sua gente con vicinanza e tenerezza di buon pastore (e, nella sua pastorale, a volte sta davanti, a volte in mezzo e a volte indietro), la gente non solo lo apprezza molto, va oltre: sente per lui qualcosa di speciale, qualcosa che sente soltanto alla presenza di Gesù. Perciò non è una cosa in più questo riconoscere la nostra vicinanza. In essa ci giochiamo se Gesù sarà reso presente nella vita dell’umanità, oppure se rimarrà sul piano delle idee, chiuso in caratteri a stampatello, incarnato tutt’al più in qualche buona abitudine che poco alla volta diventa routine».

Il Pontefice ha messo in luce, durante quella Celebrazione eucaristica, diversi passaggi della Liturgia della Parola, che suggeriscono il tema della “vicinanza”: quella di Dio verso il Suo popolo, quella di Gesù che è unto per predicare un messaggio di speranza e perciò di vicinanza e, infine, quella del prete. Ciò che sembra soggiacere a questa visione della vicinanza, benché l’espressione non ricorre nell’omelia, è proprio la formazione umana.

Si fa presente, infatti, che non si tratta solo di un comportamento gentile o di un metodo comunicativo, ma di «un atteggiamento che coinvolge tutta la persona, il suo modo di stabilire legami, di essere contemporaneamente in sé stessa e attenta all’altro». Questa attitudine — non c’è dubbio — appartiene solo a chi è umanamente maturo, alla persona che ha fatto crescere in sé quelle virtù umane che lo rendono capace di relazioni autentiche e pacifiche, di stabilità emotiva e di serenità affettiva.

Come sapete, questo tema non è nuovo. Nel cammino svolto in questi ultimi decenni, soprattutto a partire dalla Pastores dabo vobis, la formazione umana è diventata una questione cruciale. La centralità di Gesù Buon Pastore come icona fondamentale a cui ispirarsi per la configurazione sacerdotale, la riscoperta della vicinanza come “chiave dell’evangelizzazione” e, purtroppo, anche alcune vicende spiacevoli che, in tale ambito, riguardano i seminaristi e i preti, ha acceso i riflettori in modo totalmente nuovo su questa importante dimensione della vita e della spiritualità.

Pur avendo a cuore la gradualità dei percorsi personali verso il sacerdozio, nonché le vie e gli strumenti pedagogici dell’accompagnamento, oggi più che mai dobbiamo essere coraggiosi e determinati nell’affermare che la Chiesa ha bisogno di sacerdoti, pienamente uomini e profondamente umani. Solo un uomo maturo e sereno può esercitare il dono del presbiterato in modo fruttuoso.

Il compito di accompagnare e discernere la vocazione sacerdotale, con un occhio speciale alla formazione umana, è ciò che riguarda il vostro servizio di rettori e direttori spirituali. Si tratta infatti di aiutare i candidati a sviluppare una giusta maturazione di sé e, in vista del futuro ministero, la capacità di coltivare le qualità umane necessarie alla costruzione di personalità equilibrate, forti, libere, capaci di portare il peso delle responsabilità pastorali.

Al riguardo, vorrei che questa mattina potessimo riflettere anzitutto sui contenuti della direzione spirituale. Nonostante molte riflessioni in merito, può capitare ancora oggi di intendere questo servizio come qualcosa di “separato” rispetto alle questioni legate all’intimità della persona e alla vita concreta e quotidiana che svolge. Parlando all’ultima Assemblea plenaria di questa Congregazione — e molti di voi erano presenti — Papa Francesco ha parlato in tal senso di «spiritualità senza carne»; inoltre, di recente, la Congregazione per la dottrina della fede, riprendendo il magistero ordinario del Santo Padre, ha pubblicato il documento Placuit Deo, nel quale mette in guardia dall’intendere la salvezza cristiana come un cammino meramente interiore, sganciato dal corpo, dalle relazioni e dalla realtà materiale.

Anche nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate sulla santità, pubblicata lunedì scorso, Papa Francesco ha stigmatizzato lo gnosticismo di chi ha «una mente senza Dio e senza carne», cioè di chi misura la vita spirituale a partire dall’accumulo di conoscenze e ingloba il mistero di Dio nelle formule, senza preoccuparsi della carne e, cioè, della vita reale.

Ciò mette in primo piano l’esigenza di intendere l’accompagnamento spirituale non come un ambito che riguarda esclusivamente la vita di preghiera in senso stretto o qualche consiglio sulla meditazione e sulla lettura spirituale; al contrario, in virtù dell’Incarnazione di Cristo, noi sappiamo che la vita spirituale non è né astratta e né separata dalla concretezza della quotidianità: essa è il centro di un’esistenza pienamente umana, e niente di ciò che è umano le è estraneo.

La Ratio sottolinea con chiarezza, infatti, che la santità di un presbitero e l’esercizio efficace del suo ministero dipendono in gran parte dalla maturazione della sua personalità, dall’equilibrio psico-affettivo e dalle virtù umane, che devono necessariamente appartenere al Pastore. Come dire — parafrasando san Tommaso — non esiste una grazia efficace senza la natura umana.

In seminario, allora, la formazione spirituale non deve essere negligente nell’interessarsi di molti aspetti e livelli della persona: quello biologico, che segna la crescita evolutiva con le sue diverse fasi; quello emozionale, che racchiude anche le sensazioni e le percezioni psichiche del candidato, quello intellettivo che riguarda i pensieri, le idee e la capacità decisionale. Ma, soprattutto, occorre un attento e scrupoloso discernimento sull’ambito relazionale e affettivo, i cui aspetti principali vanno da una cura equilibrata del proprio corpo alla capacità di dialogare serenamente con l’altro, dalla sincerità alla gentilezza del tratto, dalla capacità di sostenere le fatiche e gli impegni alla serena interiorizzazione della castità e del celibato.

Occorre lavorare con generosità per aiutare i candidati al sacerdozio a maturare un’identità forte, libera e serena, che li aiuti a non reprimere lo sviluppo affettivo e sessuale e, al contempo, li renda interiormente solidi, pacificati ed equilibrati nelle relazioni interpersonali e circa l’acquisizione interiore del valore della castità.

Sulla formazione umana, insomma, non si può essere superficiali: non si può essere preti se non si è prima di tutto uomini maturi, strutturalmente equilibrati e affettivamente stabili.

La formazione sacerdotale, perciò, deve anche aiutare i candidati a sviluppare la capacità di leggere in profondità la propria storia, di interpretarla alla luce del progetto di Dio e di accogliere con umiltà le proprie fragilità, per cercare poi, con i mezzi spirituali e, se necessario, con l’ausilio delle scienze umane, di rimuovere gli ostacoli di natura psichica, affettiva o emotiva, che impedirebbero un sereno svolgimento del ministero.

Parlando ai partecipanti al convegno sul cinquantesimo anniversario dei decreti conciliari Presbyterorum ordinis e Optatam totius, promosso da questa Congregazione nel novembre 2015, Papa Francesco ha affermato: «Un buon prete è prima di tutto un uomo con la sua propria umanità, che conosce la propria storia, con le sue ricchezze e le sue ferite, e che ha imparato a fare pace con essa, raggiungendo la serenità di fondo, propria di un discepolo del Signore. La formazione umana è quindi una necessità per i preti, perché imparino a non farsi dominare dai loro limiti, ma piuttosto a mettere a frutto i loro talenti. Un prete che sia un uomo pacificato saprà diffondere serenità intorno a sé, anche nei momenti faticosi, trasmettendo la bellezza del rapporto col Signore. Non è normale invece che un prete sia spesso triste, nervoso o duro di carattere; non va bene e non fa bene, né al prete, né al suo popolo».

Posto questo delicato servizio, che compete al padre spirituale, al rettore spetta, in comunione con gli altri formatori, la sintesi del discernimento; la storia e la vita di alcuni sacerdoti, le difficoltà che i vescovi devono spesso affrontare e alcuni fatti di cronaca purtroppo recente, dimostrano come su tale discernimento sia indispensabile la massima prudenza e il più un fermo rigore.

Alcune ombre, insieme a certe fragilità, talvolta latenti ma radicate nella personalità, possono essere occultate e nascoste dietro una facciata perfetta; o, di contro, possono essere sottovalutate nel processo formativo da chi dovrebbe invece accompagnare e discernere.

Ai formatori, Papa Francesco ha raccomandato: «Quando si tratta delle vocazioni sacerdotali e dell’ingresso in Seminario, vi prego: fate discernimento nella verità, abbiate uno sguardo accorto e cauto, senza leggerezze o superficialità» (Papa Francesco, discorso ai partecipanti del convegno internazionale di pastorale vocazionale, 21 ottobre 2016).

La nuova Ratio, come sapete, richiama più volte tale imprescindibile necessità del discernimento sia nella selezione dei candidati per l’ingresso in seminario che al termine di ogni tappa. Ciò deve valere, in special modo, per tutte le questioni inerenti all’ambito affettivo e sessuale.

di Jorge Carlos Patrón Wong

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20 agosto 2019

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