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Caucaso senza pace

· Crocevia di interessi economici strategici ·

Il crollo del comunismo e l’insorgere di ostilità di natura etnica hanno gettato scompiglio nelle frange meridionali dell’ex Unione Sovietica, soprattutto nel Caucaso che è oggi un crocevia di interessi regionali e globali e, con un’estensione geografica pari a quella dell’Europa, tende sempre più a rappresentare il perno geopolitico e il fragile elemento di raccordo tra Russia, Europa e Medio Oriente. Gli attentati e gli scontri armati sono diventati quotidiani: un alto responsabile della lotta antiterrorismo in Russia è stato ucciso domenica scorsa nel corso di un’operazione contro i ribelli in Kabardino-Balkaria. Alcuni poliziotti sono rimasti feriti da colpi di arma da fuoco sparati da sconosciuti in Inguscezia. Un imam è stato ucciso nel villaggio di Mikheevka in Daghestan. Il conflitto in Cecenia rappresenta soltanto la punta dell’iceberg di un’area dove enormi interessi economici si intrecciano in modo pericoloso, legando tra loro motivazioni storiche, religiose, culturali e politiche e facendo della regione una polveriera del livello di quella balcanica.

Dopo la prima guerra (1994-1996), tra le forze federali e gli indipendentisti ceceni, la ribellione si è progressivamente islamizzata, ha varcato le frontiere per trasformarsi in un movimento in lotta in tutto il Caucaso del nord. Dopo la dissoluzione dell’Urss nella regione caucasica, un mosaico di etnie particolarmente complesso, sono nati tre nuovi Stati indipendenti — Georgia, Armenia e Azerbaigian — mentre le altre sette ex Repubbliche (Cecenia, Daghestan, Inguscezia, Kabardino-Balkaria, Ossezia del Nord, Territorio di Stavropol e Karačay Circassia) sono rimaste in seno alla Federazione russa, seppure con lo status di Repubbliche autonome. I nuovi Stati hanno subito dovuto affrontare gravi problemi economici e dispute territoriali: Armenia e Azerbaigian si contendono ancora oggi il Nagorno Karabakh, politicamente legato a Baku ma abitato da maggioranza armena. La Georgia deve invece far fronte a richieste separatiste nelle regioni dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud che hanno portato, nell’agosto del 2008, a una breve ma sanguinosa guerra tra Tbilisi e Mosca.

Il fragile equilibrio politico cristallizzatosi negli anni ha iniziato a vacillare e la situazione nel Caucaso — noto anche come la montagna delle lingue — rimane preoccupante: la stabilizzazione, reale o presunta, della Cecenia non ha portato benefici alla situazione regionale. Tutti i popoli pagarono un contributo elevatissimo al grande terrore del dittatore comunista Stalin. Fra la fine degli anni Trenta e la seconda guerra mondiale, alcuni di essi (i balkari, i ceceni, gli ingusci, i caraciai) vennero deportati in massa da Stalin in Asia centrale e in Siberia, e privati dei loro territori. Solo nel 1957 poterono tornare (almeno in parte) nelle proprie terre: ma gli ingusci, per esempio, trovarono che una larga fascia di esse apparteneva oramai all’Ossezia.

Ed è ancora mistero sulla sorte di Doku Umarov, la primula rossa caucasica, che potrebbe essere ancora vivo nonostante sia stato dato per morto dopo un attacco antiterrorismo in Inguscezia il 29 marzo scorso, giorno in cui la Russia ricordava l’anniversario delle vittime di due attentati suicidi alla metropolitana di Mosca del 2010. L’emiro del Caucaso, come si è autoproclamato nel 2007, meglio conosciuto come il bin Laden ceceno che dal 2005 ha preso il posto del leader Aslan Mashkadov ucciso dalle forze federali russe, in un messaggio trasmesso all’inizio dell’anno ha messo in guardia la Russia minacciando di trasformare il 2011 in un «anno di sangue e lacrime» se le truppe federali non lasceranno il Caucaso settentrionale.

E il 10 giugno scorso in un agguato a Mosca è stato ucciso un ex colonnello dell’esercito russo, condannato nel 2003 per aver strangolato una diciottenne cecena. Yuri Budanov è stato colpito sulla Komsomolsky Prospect, nella zona sudovest della capitale. All’epoca l’uccisione di Elza Kungayeva aveva suscitato grande clamore in Russia ed era diventata un po’ l’emblema dei sistematici abusi commessi dall’esercito russo in Cecenia. Budanov era uscito di prigione nel 2009, dopo aver scontato solo una parte dei dieci anni di condanna. L’uccisione dell’ex colonnello ha provocato nuove tensioni etniche a Mosca e incoraggiato i ribelli caucasici seguaci di Umarov che in lui vedono un riscatto dalla povertà, dalla corruzione e dalla cronica mancanza di lavoro che contraddistingue l’intera regione.

Il Caucaso rappresenta tuttavia un’area di grande interesse con un bacino di ingenti risorse energetiche. Con l’entrata in funzione dell’oledotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (dall’Azerbaigian, attraverso la Georgia e fino alla Turchia) si è aperto un nuovo corridoio che aumenta la sicurezza energetica dell’Europa. Inoltre, il potenziato corridoio Traceca (Trasport corridor central europe central Asia) ha riattivato una nuova «via della seta» e, quindi, il commercio e gli scambi anche culturali con queste regioni ricche di materie prime. Alcuni Paesi del Caucaso sono fortemente favorevoli all’ipotesi di un loro ingresso in Europa e nella Nato anche perché temono un’involuzione autoritaria della politica russa. D’altra parte il Cremlino tende a mantenere un’influenza in queste aree, un tempo appartenenti al suo impero, e oggi fondamentali per le loro risorse energetiche. Infatti, mantenere il controllo del trasporto degli idrocarburi provenienti da tale regione significherebbe, per la Russia, poter stabilire un monopolio assoluto da esercitare nei confronti delle Repubbliche indipendenti, dell’Europa e degli Stati Uniti.

Dopo i grandi e rapidi cambiamenti avvenuti alla fine del secolo scorso, gli interessi legati all’energia, petrolio e gas, creano ancora oggi tensioni internazionali. Il Caucaso resta dunque una regione strategicamente importante perché è una delle chiavi nel controllo delle risorse energetiche del pianeta.

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