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Cattolico più che anonimo

· Si può discutere sulla sua identità ma non sulla sua fede religiosa ·

Shakespeare o non Shakespeare, questo è (o sembra essere) il problema. Parafrasare il monologo più celebre scritto dal drammaturgo inglese può forse aiutare a conferire un velo di ironica leggerezza a una querelle che ha ormai attraversato i secoli e che, in verità, continua ad attentare alla pazienza di lettori e amanti del teatro. La questione dell’identità di Shakespeare è sorta immediatamente dopo la morte dell’autore e, manco a dirlo, continua a suscitare interesse soprattutto oltre oceano, dove più viva è la curiosità per tutto ciò che, anche lontanamente, sa di intrigo. Soprattutto se a fare sfondo alle presunte trame sono corti, castelli e cattedrali del vecchio continente.

Il successo riscosso dai deboli, un po’ infantili — ma sicuramente furbi — romanzi di Dan Brown sono una dimostrazione eloquente di questa moda pseudoculturale che non conosce cedimenti. Il caso di Shakespeare, poi, è stato facilitato dalla grande mole e dalla eccelsa qualità della sua opera: a molti deve essere sembrato strano che cotanta arte sia stata generata da una sola mente, per quanto talentuosa. Con un sentimento di malcelato classismo, si insinua inoltre che il figlio di un semplice guantaio non possa essere il padre di versi tanto sublimi. Meglio pensare — come fa il film appena uscito in Italia — a un nobile, di educazione certa e avvezzo all’agiatezza, che preferì nascondersi (chissà perché) dietro il nome di un umile attore. Con ogni probabilità l’identità di Shakespeare sarà ancora a lungo oggetto di morbosa curiosità, visto anche il riscontro di pubblico delle opere legate a questo tema.

Ma ben pochi dubbi possono ancora essere sollevati su un’altra questione legata alla vita di Shakespeare: la sua convinta adesione alla fede cattolica. Come è noto lo scrittore è stato per secoli considerato alla stregua di un’apologeta di quella società protestante di cui la regina Elisabetta è stata fiera e crudele difensore. Ma la realtà e ben diversa se anche il primate della comunione anglicana, l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, nello scorso mese di giugno, durante un dibattito pubblico con l’interprete shakespeariano Simon Russell Beale, ha affermato: «William Shakespeare con tutta probabilità era cattolico». Anche questa non è una novità: He died a papist scrisse l’arcidiacono anglicano Richard Davies subito dopo la morte del poeta avvenuta nel 1616. Ed è arcinoto come l’intera opera del drammaturgo pulluli di aperti riferimenti alla religione cattolica, a cominciare dalle anime purgatoriali che popolano l’Amleto. Il fatto è che il purgatorio — come luogo di espiazione e di purificazione — non aveva diritto di cittadinanza nell’Inghilterra violentemente anticattolica di Elisabetta.

Uno Shakespeare apertamente e per lui pericolosamente oppositore al regime? È questa la tesi sostenuta da Elisabetta Sala nel suo recente L’enigma di Shakespeare. Cortigiano o dissidente?. (Milano, Ares, 2011, pagine 472, euro 24). Sala, già autrice di originali studi su Enrico VIII e Elisabetta i, rivisita in quest’ottica non solo la vita ma tutta l’opera dell’autore, giungendo a interpretarne i singoli versi in una chiave politica. Così, proprio il monologo dell’ Amleto diviene oggetto di una lettura inusuale, ma certamente non priva di fondamento, almeno da un punto di vista linguistico.

La parte del monologo presa in considerazione è quella che per moltissimo tempo è stata ritenuta come un inno al suicidio: «Perché, chi sopporterebbe le frustate e le ingiurie del tempo, il torto dell’oppressore, l’oltraggio del superbo, le angosce dell’amore disprezzato, le lentezze della legge, l’insolenza dell’autorità e le umiliazioni che il merito paziente riceve dagli indegni quando, da sé, potrebbe darsi quietanza con un semplice colpo di punta?».

Nessuno di questi celeberrimi versi, secondo l’autrice, fa riferimento al suicidio. La quietanza ( his quietus make , recita l’originale) è termine preso in prestito dall’ambito legale e si riferiva al pagamento di un conto. Quietus est si scriveva a suggello del pagamento di un debito. «Ma perché mai — si chiede Sala — uno dovrebbe sanare il debito che gli altri hanno verso di lui togliendosi la vita? È molto più logico che il pugnale sia snudato per raddrizzare il torto subito, cioè per eliminare l’oppressore, disposti anche, in conseguenza a pagare con la vita».

Certo, questa interpretazione potrebbe senza troppa difficoltà adeguarsi alla tragedia del principe di Danimarca, consapevole dell’usurpazione subita da suo zio e dal delitto da questi commesso. Ma Sala giunge a vedere nei versi shakespeariani l’atroce dilemma di una minoranza perseguitata — quella cattolica — il cui «amore per la Patria è disprezzato e deve decidere giorno dopo giorno se sia più nobile sopportare i colpi della fortuna oppure opporvisi con tutte le proprie forze a qualunque costo».

Uno Shakespeare militante emerge quindi da questo libro. Uno Shakespeare che avrebbe trascorso la sua esistenza a sfuggire e a denunciare le sanguinose persecuzioni che l’Inghilterra elisabettiana riservava ai sudditi rimasti fedeli al credo dei padri. Uno Shakespeare testimone del martirio di molti cattolici (religiosi, aristocratici e semplici cittadini) che viveva sulla propria pelle la brutalità della repressione, L’ipotesi è affascinante e — per quanto possa apparire forzata — potrebbe essere spunto di ulteriori studi e gettare nuova luce sull’opera del bardo.

Ma, in definitiva, il solo dato ad apparire incontestabile è quello da cui muove lo studio di Elisabetta Sala: nessuno può infatti oggi dubitare che il genio di Stratford-upon-Avon fosse cattolico. Tutto il resto, se cioè egli sia stato nobile o plebeo, attivista politico o defilato osservatore, appare in fondo marginale. Autenticamente centrale, anche per la cultura contemporanea, rimane invece la sua opera, capace come poche di scrutare e svelare le forze che fanno leva sull’animo dell’uomo. Di ogni uomo.

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22 settembre 2019

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