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Cattolici
apostoli di pace

· ​Nella tormentata regione del Kashmir indiano ·

È una vita segnata dalla precarietà quella dei cattolici che vivono nella tormentata regione del Kashmir indiano, a oriente di quel confine provvisorio tracciato dalla «Linea di controllo» che spacca in due il territorio rivendicato da India e Pakistan. Il Kashmir è stato al centro della crisi politica tra i due stati dell’Asia meridionale che si è pericolosamente acuita nelle ultime settimane, ma la tensione di un conflitto definito dagli osservatori «a bassa intensità» si fa sentire da tempo: basti pensare che nel 2018, secondo cifre dell’esercito indiano, le violazioni del cessate-il-fuoco sul confine, compiute da forze militari pakistane o da gruppi terroristici, sono state 2936, con 61 persone uccise e 250 ferite. Una netta impennata rispetto al 2017 (881 violazioni) e al 2016 (449).

Se attualmente i venti di guerra sembrano scongiurati, monsignor Ivan Albert Pereira, vescovo di Jammu-Srinagar (le due principali città del Kashmir indiano), racconta a «L’Osservatore Romano» che la presenza dei credenti in Cristo si situa in una cornice di antica e ricorrente tensione, che permea la vita, ma non scoraggia le comunità locali: «Come battezzati, viviamo in questa terra con i nostri problemi e le nostre sfide. Finora il terrorismo e l’escalation militare non ci hanno toccato direttamente in quanto cristiani, ma indirettamente, come cittadini di questa regione», afferma, riferendo la vita precaria soprattutto di quei fedeli che vivono in otto parrocchie e tre scuole situate nelle zone di confine con il Kashmir pakistano, laddove le scaramucce militari e le violazioni della tregua sono quotidiane. «Lo status di tensione e sofferenza riguarda l’intera popolazione: musulmani, indù, cristiani, sikh. In queste condizioni di disagio, precarietà e talvolta di sfollamento, ci si aiuta a vicenda: c’è forte solidarietà tra la popolazione e nessuna polarizzazione religiosa», rileva monsignor Pereira, smentendo quanti vedono nella crisi kashmira anche elementi di conflittualità religiosa.

Il presule si dice ottimista sulla distensione bilaterale, «anche se c’è da affrontare il nodo dei gruppi terroristici che cercano di destabilizzare l’area», e rinnova l’appello per la pace: «La situazione del Kashmir è complessa a livello storico, sociale e politico. La pace si potrà realizzare quando ci sarà una seria volontà politica dei governi: bisogna sedersi a un tavolo e guardarsi in faccia, ricordando che i due popoli di India e Pakistan non vogliono la guerra, ma sperano in una soluzione definitiva. Come cristiani — aggiunge — sosteniamo il processo di pace con tutte le nostre forze. Questa è la nostra missione qui, in questa terra tormentata: essere una presenza di riconciliazione, annunciare il Vangelo della misericordia e dell’accoglienza, operare affinché la pace non deragli, indicare un sentiero di necessaria cooperazione bilaterale».

di Paolo Affatato

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16 giugno 2019

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