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In cattedra per illuminare
il dolore del mondo

· Leopardi e quell’astro che si staglia nell’universo «smisurato e superbo» ·

Joan Miró, «La luna e i suoi paradigmi» (1939-1941)

Mai statico, ma sempre in continua evoluzione fu il rapporto di Giacomo Leopardi con la luna. Un intreccio di sentimenti lega il poeta a quella luce lassù, e il legame che ne deriva riveste un’importanza nevralgica nello sviluppo della sua poetica. Pur appartenendo al mondo, Leopardi, attraverso la contemplazione della luna, se ne estranea, e in questo distacco confluiscono sollievo ed estasi, ma anche malinconia e amarezza. Nel Frammento XXXIX essa viene definita “rugiadosa” e “sorella del sole”, ma al contempo non manca una vena intimista, che si esprime nelle parole «spento il diurno raggio in occidente». E nella prima bozza della Sera del dì di festa fa capolino il sentimento della morte: nell’espressione «Oimé chiara», riferita alla luna, c’è in filigrana la tensione derivante dal presentire l’approssimarsi della morte. Solo in una seconda versione il poeta si rivolge in maniera affettuosa alla luna definendola “dolce”, ma in fondo la natura del sentimento non cambia: c’è forse meno dolore, ma più angoscia. Il polisindeto «dolce chiara è la notte» evidenzia la presenza della luna «notturna lampa», che appare immobile «posa» di fronte al poeta.

Al quadro idillico iniziale, in cui la luna risplendeva nel cielo «traluce», fa da contrasto la parte finale del componimento: «Posa la luna / tutto posa il mondo, tutto è pace / già tace ogni sentiero», in cui subentra un’atmosfera di silenzio e di quiete in cui serpeggia l’idea di morte. Dopo essersi abbandonato alla bellezza della luna, Leopardi, come riaccendendo il lume della ragione, riacquista una dimensione terrestre e consegna così un messaggio che si risolve nella drammatica constatazione che tutte le cose umane finiscono nell’oscurità. Anche al poeta, dunque, è negata ogni felicità.

Nel componimento Alla luna essa viene trattata da Leopardi come una donna amata, richiamando accenti sia petrarcheschi che foscoliani (con riferimento all’Ortis). La luna è «graziosa» ed è concepita come «mia diletta»: viene così a instaurarsi un monologo ritmato dalla malinconia per un futuro che non promette nulla di buono, e dalla nostalgia, sentimento struggente che si rivolge lacrimoso ai bei tempi passati. Ed è «cara» la luna nella Vita solitaria, sebbene il poeta si faccia anche interprete del disappunto di coloro che guardano a essa con una vena di ostilità perché non permette riparo e sicurezza qualora si voglia rimanere nascosti per agire nell’ombra. Elemento, questo, che si ritrova con forte evidenza ne I miserabili di Victor Hugo, quando il galeotto dal cuore d’oro, Jean Valjean, cerca di sottrarsi alla cattura da parte del terribile e implacabile ispettore Javert, e deve fare anche i conti con la luna, la quale mette a repentaglio la sua fuga con la tenerissima Colette illuminando, a tratti, i suoi passi e il suo volto.

Senza dubbio la poesia in cui il sentimento di Leopardi per la luna viene espresso nella maniera più organica e con un respiro epico è Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, dove il poeta, nelle vesti appunto di un pastore, interroga la luna sulla condizione umana e sul suo compito di governare il gregge che, in quanto di natura animale, non è a conoscenza del dolore dell’esistenza. L’idea del componimento derivò a Leopardi dalla lettura di una cronaca di viaggio apparsa nel 1826 sul «Journal des Savans», nella quale si raccontava della missione politica e religiosa compiuta dal barone russo Egor Mejendorf nelle steppe dell’Asia. Il passo che più colpì il poeta fu quello in cui erano descritte le abitudini dei pastori kirghisi, soliti intonare canti alla luna durante le ore del riposo notturno. Lo stesso Leopardi, il 3 ottobre 1828, annotò questa informazione nello Zibaldone: «Molti kirghisi passano la notte seduti su una pietra a guadare la luna, e a improvvisare parole assai tristi su arie che non lo sono da meno».

Il “pastore Leopardi” stabilisce un parallelismo tra la sua vita e il viaggio notturno dell’astro: «Somiglia alla tua vita / la vita del pastore». Così come la luna compie ogni sera il suo percorso nel firmamento, anche il pastore percorre gli stessi campi ogni giorno, guardando le cose meccanicamente, senza nessun vero interesse. Non riuscendo a dare un senso alla propria esistenza, il pastore arriva a mettere in dubbio la sostanza dello stesso universo: «Dimmi, o luna: a che vale / al pastor la sua vita, / la vostra vita a voi?». Sia all’esistenza umana sia al cosmo non sembrano dunque arridere né un senso né un valore.

Ad aggravare il dolore del pastore in cerca di risposte a interrogativi di fondamentale importanza è l’atteggiamento della luna, la quale è «intatta»: ovvero, rivela un sostanziale disinteresse per le domande del pastore che, rattristato, esclama: «Ma tu mortal non sei, / e, forse, del mio dir poco di cale». In realtà la luna è ben consapevole delle dinamiche che regolano gli accadimenti umani, nonostante il suo silenzio. Il pastore, allora, continua il suo colloquio con la luna «eterna peregrina», chiedendole perché gli uomini soffrono e continuano a desiderare, nonostante essi già sappiano che nessuno dei loro desideri sarà soddisfatto. E prima di rivolgersi alle pecore, l’unica compagnia di esseri viventi di cui dispone, il pastore alza per l’ultima volta gli occhi in direzione della luna, e il suo sguardo si allarga fino ad abbracciare l’intero cosmo e la sua immensità. Nell’universo «smisurato e superbo» la luna occupa un posto di prestigio: è come se fosse in cattedra ad ascoltare le domande di un discente che, mosso dall’interesse, roso dal dubbio e minato dall’angoscia, mira a ghermire il senso della vita.

La luna ascolta tacita: ma il suo silenzio, in verità, non è indifferenza. È piuttosto una partecipazione, discreta e attenta, al dolore che segna e affligge l’umanità.

di Gabriele Nicolò

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13 novembre 2019

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