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Cattafi l’irregolare

· Perché vale la pena di rileggere le opere di uno dei poeti più sottovalutati del Novecento ·

Negli ultimi tempi, sempre più spesso si sente di nuovo dire che la poesia è un “gesto politico”, ma io sinceramente non capisco. Ho sempre pensato che la politica riguardasse il governo della pòlis e che le siano proprie categorie che nulla o pochissimo hanno a che fare con l’arte (se non come vago riferimento metaforico).

Eppure, c’è stato un tempo in cui l’idea era assai diffusa in una temperie letteraria fortemente orientata all’ideologia. Negli anni Sessanta e Settanta sembrava un atto dovuto l’aderire a un pensiero artistico che si traducesse in una azione o visione politica e tanti sono stati i poeti che, pur in diverse declinazioni e carature, hanno seguito il pensiero dominante. Tranne qualche “irregolare”, però. Qualcuno che ha seguito solo e soltanto il suo sentiero, liberamente e incondizionatamente. Ovviamente una tale scelta di campo aveva degli effetti collaterali; se non il fuoco amico dei colleghi, quanto meno una sorta di facilitazione all’oblio.

Uno di questi “irregolari” è Bartolo Cattafi, che è invece e senza dubbio uno dei grandi del nostro Novecento. Poeta acutissimo e sensibile, con una propria indiscutibile identità artistica, una voce originalissima; da tutti riconosciuto e però da tutti poi trascurato. Nel senso che l’editoria “che conta”, salvo rare occasioni, non si è mai preoccupata di conservarne l’opera. Sicché, del grande Cattafi si parla solo tra gli addetti ai lavori. Personalmente, è stato uno dei primi poeti che ho letto e molto amato, alla fine degli anni Ottanta quando, in una vecchia libreria di Venezia, trovavo ancora i suoi libri (oggi, mi dicono, rari e preziosi nel mercato librario).

Fortunatamente, a colmare questa lacuna, ecco il poderoso volume Bartolo Cattafi – tutte le poesie, edito da Le Lettere (Firenze, 2019, pagine LXXXVI-962, euro 60) e attentamente curato da Diego Bertelli, con la preziosa introduzione di Raoul Bruni. Cattafi fu frettolosamente associato alla linea lombarda, con cui ebbe in realtà contatti ridotti e comunque presto abbandonati, seguendo un proprio autonomo percorso. La verità è che non era partecipe del mondo che ruota attorno alla poesia, le collaborazioni editoriali, le recensioni, premi, prefazioni.

Era estraneo alle idee dominanti dell’epoca e questo ovviamente lo portava a un discreto isolamento. Si mantenne lontano dall’engagement politico ideologico, dal culto dello sperimentalismo, di un contemporaneismo avanguardistico fine a sé stesso. Non aveva insomma la postura dell’intellettuale che voglia affermare la sua poetica o che si ritenesse depositario di un mandato culturale (amava molto Hemingway, ma anche Le Carrè, Jan Fleming e ovviamente la saga di 007 e il cinema noir in genere).

Però gli amici quando lo incontravano, dicevano di trovarsi di fronte un uomo prima di un letterato. E Cattafi era un uomo poeta che addirittura osava rivendicare l’ispirazione come fonte della sua creatività (in un’epoca in cui l’ispirazione se non era sbeffeggiata era comunque espulsa dal mondo dell’arte). Non sorprenda quindi che dopo una prima felicissima fase, in cui vedranno la luce volumi come Nel centro della mano (1951), Partenza da Greenwich (1955), Le mosche del meriggio (1958), fino a L’osso, l’anima (1964), segua un silenzio quasi decennale. Improvvisamente poi, come “morso dalla tarantola”, Cattafi non solo ricomincia a scrivere, ma lo fa in preda a una energia di rarissima intensità.

Scrive tantissimo e prepara i suoi libri tanto accuratamente, uno a uno, che le pubblicazioni postume, saranno così come il poeta le aveva redatte. Se anche nella sua poesia non trova spazio la polemica sociale (men che meno politica), comunque egli è un attentissimo osservatore della realtà, nel suo sostanziale accadere.

La storia (l’iniquità fisiologica della storia), non solo privata ma anche collettiva, è il terreno fertile de L’aria secca del fuoco. Dall’inizio degli anni Settanta, la sua poesia si caratterizza ancora di più per uno stile conciso, forme brevi, un tono epigrammatico, a tratti apertamente colloquiale, fulminazioni, intuizioni taglienti, un’adesione alla realtà materiale delle cose che non lascia spazio alla retorica.

Ma se pure è fortissimo il riferimento alle “cose”, agli oggetti inanimati, unitamente ad un certo disincanto, ciò non deve far pensare ad un materialismo nichilistico. Tutt’altro, gli oggetti mantengono una natura enigmatica, una vaghezza di luci e di ombre. L’ultimo libro che il poeta ha visto pubblicato è stato L’allodola ottobrina (1979). Chiromanzia d’inverno (1983) esce a quattro anni dalla morte. Mentre Segni esce postumo nel 1986 (ma è concepito nel 1972-73) e già dal titolo manifesta l’intenzione di scrivere come graffiando il mondo, la vita, per scoprirne la trama più profonda. Nelle ultime opere si fa più intensa e forte l’intonazione religiosa. Del resto nel 1977, dopo la nascita della figlia Elisabetta, Cattafi, sotto la guida spirituale di padre Federico Weber, si era riavvicinato alla fede cattolica.

Ma il suo in realtà fu un reincontrare la fede che infatti, seppure in maniera latente o carsica, attraversa tutta la sua opera, fin dagli inizi. Non è un caso che nel 1978, quando sposa con il rito religioso Ada De Alessandri (già sposata civilmente), fa leggere la poesia Oggi, tratta dalla lontana e più dura raccolta L’osso, l’anima.

Tutta l’opera di Cattafi è animata da una coerenza, non solo formale (la tensione alla riduzione all’osso della scrittura, alla scarnificazione dell’osservare); per Cattafi la poesia è un fatto umano, che ha a che fare con l’espressione della vitalità (biologica) dell’individuo. Così chiude la poesia Qualcosa di preciso, «Un punto da chiarire, sangue / d’uomo, briciola / vile oppure grumo / perenne, blocco di coraggio».

di Nicola Bultrini

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15 novembre 2019

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