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Tre milioni di donne in India
a sostegno della parità

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Il muro delle donne indiane  in Kerala (Ians)

Circa tre milioni di donne indiane hanno formato nei giorni scorsi nello stato del Kerala una catena umana lunga ben 620 chilometri a sostegno dell’uguaglianza di genere. La manifestazione è stata organizzata per sostenere la recente sentenza che ha cancellato il divieto di accesso alle donne al tempio indù Sabarimala. Il tempio è chiuso alle donne da secoli, ma la corte suprema ha annullato il divieto lo scorso settembre. Tuttavia, nonostante la sentenza, i religiosi integralisti hanno inscenato violente proteste, impedendo alle donne di entrare. Secondo quanto riferisce l’agenzia Press Trust of India, al “muro” di donne — appoggiato dal locale governo di coalizione comunista — hanno partecipato anche dipendenti statali e studenti, cui le scuole e università hanno dato il permesso di assentarsi. Il gigantesco corteo si è sviluppato su tutte le principali autostrade del Kerala, dalla punta nord di Kasaragod a quella sud di Thiruvanthapuram.

Un segnale importante
in una storia travagliata

Nel corso della lunga storia indiana, lo status e il ruolo sociale e civile delle donne sono stati soggetti a notevoli cambiamenti. Da una quasi totale pari dignità con gli uomini nei tempi antichi, si è passati a uno stato di forte discriminazione nel periodo medioevale. A partire dal v secolo, l’“inferiorità” della donna è stata ufficializzata con il codice di Manu. La donna — secondo il testo — doveva essere sottomessa al padre, al marito e ai figli maschi. Nel caso fosse restata vedova, aveva l’obbligo di immolarsi sulla pira, in quanto la sua vita sarebbe stata inutile senza un uomo da servire. Ora non è più così. Poco alla volta le donne indiane sono riuscite a ricoprire le cariche istituzionali più importanti nel paese, tra cui quella di capo dello stato, primo ministro e presidente del Lok Sabha (la camera bassa del parlamento). Indira Gandhi, premier per circa 15 anni (dal 1966-77 e dal 1980-84), è stata la donna che più a lungo nel mondo ha ricoperto l’incarico di capo di un governo. Eppure, dietro questa apparente apertura ed emancipazione, l’India è ancora un paese dove essere donna è molto difficile. Contrariamente a quanto avviene nel resto del mondo, le donne rappresentano la minoranza della popolazione (48 per cento). Ci sono 929 donne ogni 1000 uomini: effetto devastante di una selezione spietata, praticata talvolta ancora prima della nascita. L’infanticidio delle figlie femmine è una pratica ancora tristemente diffusa in molte aree rurali dell’India. E le donne continuano in tutto il paese a subire violenze sessuali, sfigurazioni del viso con l’acido e uccisioni per accaparrarsi la dote. Un sondaggio effettuato dalla agenzia di stampa Reuters rileva che l’India è il quarto paese più pericoloso al mondo per le donne, e il peggiore tra quelli del g20. Ancora oggi molte donne vengono viste come un mezzo per ottenere la dote, costringendo poi le “spose” a vivere in un clima di violenze fisiche e psicologiche.
Un altro drammatico fenomeno è quello delle spose-bambine. Per lo più minorenni (hanno spesso dai 12 ai 13 anni), vengono vendute dalle famiglie di origine e costrette a trascorrere la vita come schiave dei propri “mariti”. Un dato di fatto diffuso, soprattutto, tra le caste più povere dell’India, dove avere una figlia femmina rappresenta ancora una possibilità di guadagno per le famiglie disagiate.
Contrariamente alla percezione comune, una gran percentuale di donne lavorano in India, spesso, però, sottopagate e costrette a massacranti turni in ambienti sovente fatiscenti e inadeguati.

di Francesco Citterich

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15 novembre 2019

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