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Catastrofe umanitaria ad Aleppo

· Non si ferma la guerra mentre prosegue lo scambio di accuse tra Russia e Stati Uniti ·

Non si ferma il sanguinoso conflitto in Siria. Mentre cadono nel vuoto tutte le esortazioni per una tregua, anche oggi risuona il fragore delle bombe ad Aleppo, mentre è un crescendo di accuse tra Mosca e Washington. Intensi combattimenti tra le forze del governo siriano e quelle dei ribelli sono in corso a nord di Aleppo, dove ieri si è assistito a un’avanzata dei lealisti. 

Gli uomini di Bashar Al Assad, con il supporto aereo della Russia, hanno preso il controllo del campo profughi di Handarat, pochi chilometri a nord della città. Inoltre, i lealisti hanno conquistato il vicino ospedale di Kindi e l’area circostante, mentre anche questa mattina proseguirebbe la loro avanzata. I ribelli hanno invece smentito la notizia della conquista dell’ospedale, parlando di violenti scontri tuttora in corso.

Ad Aleppo si sta verificando «la più grave catastrofe umanitaria mai vista in Siria» in cinque anni di guerra. Lo ha dichiarato ieri sera al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il capo delle operazioni umanitarie dell’organizzazione, Stephen O’Brien. Il funzionario ha anche denunciato che il sistema sanitario nelle zone assediate della città siriana «è sul punto di collassare totalmente». Da quando è terminata la tregua il 22 settembre scorso, i civili uccisi in tutto il Paese sono stati 320, ha sottolineato O’Brien, mentre il numero dei residenti nelle aree assediate è di 861.200. La tensione tra Russia e Stati Uniti resta alta e si rischia una guerra fredda diplomatica. Ieri il segretario di stato, John Kerry, ha nuovamente avvertito che Washington è «sul punto di sospendere la discussione perché è irrazionale nel contesto del bombardamento in atto». Gli Stati Uniti chiedono da giorni lo «stop alle bombe» e sono pronti a interrompere i contatti diplomatici con Mosca.

In precedenza, il viceministro degli esteri russo, Serghiei Riabkov, aveva parlato di «un sostegno di fatto ai terroristi da parte dell’attuale amministrazione statunitense».

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23 maggio 2019

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